La nuova Champions: un compromesso che lascia tutti scontenti?

Di Francesco Paolo Traisci. La nuova Champions dal 2024 rischia di scontentare tutti? Sarà calcio d’élite o una soluzione politica per evitare la nascita della Superlega?

Anche se non c’è nulla di ancora ufficiale, pare che la nuova Champions League che partirà nel 2024 sarà un vero e proprio mini campionato. Una rivoluzione, per adesso sulla carta, che è già partita. E va veloce come un treno, dato che nell’ultima riunione i colloqui tra le 55 federazioni affiliate e il capo della Uefa Aleksander Ceferin sarebbero stati molto positivi. Avevamo già parlato qualche settimana fa delle tante novità con una formula che porta a 36 le squadre partecipanti (invece delle attuali 32) con la sostituzione della vecchia formula a gironi con quella di un mini-campionato da 10 giornate e i play-off per accedere agli ottavi. 10 giornate con cinque partite da giocare in casa, cinque in trasferta: l’avversario sarà sempre diverso (con una scelta effettuata in funzione della suddivisione in fasce in base al ranking) e alla fine si stilerà una classifica globale dalla prima alla trentaseiesima posizione. Le prime otto andranno direttamente agli ottavi, il “gruppone” tra il 9° e il 24° posto disputerà un ulteriore turno di scontri diretti per il passaggio agli ottavi degli altri otto, mentre gli ultimi 12 saluteranno invece la competizione. 

La rabbia dei francesi

Un progetto che ha mandato su tutte le furie L’Equipe, che ha sparato a zero contro Andrea Agnelli, Presidente della Juventus e dell’ECA, l’Associazione dei club europei (di maggior blasone), che sarebbe l’artefice della nuova formula. Il presidente Agnelli è stato definito dal quotidiano francese come “uno degli uomini che fanno più male all’idea dell’universalità del calcio. Questo sport è confiscato da una casta davanti alla quale si piegano le istituzioni per timore di uscire dai giochi e di non poter più condividerne i benefici”. Il paragone è fra prima Coppa dei Campioni, definita “la figlia dell’amore”, voluta e ideata da un gruppo di giornalisti dell’Equipe negli anni ’50, come competizione fra le squadre vincitrici del proprio campionato nazionale ed il nuovo progetto, bollato come il “figlio della dittatura dei grandi club, della loro avidità e della debolezza dell’Uefa”.Si, perché la nuova Champions sarebbe in realtà una Superchampions, con un numero talmente elevato di match, da far temere il rischio di compromettere la riuscita dei campionati nazionali. Ci sarebbero infatti molte più gare: complessivamente ben 225, 100 in più di quelle previste dalla Champions attuale, tanto che oltre agli attuali martedì e mercoledì bisognerà giocare anche di giovedì. 

Le ripercussioni sui campionati nazionali

Troppe. E se da una parte questa enorme quantità di match fa felici le società che scenderanno in campo, per i maggiori introiti del botteghino, dall’altra congestiona pesantemente i calendari dei campionati nazionali già duramente messi alla prova dall’anno della pandemia, togliendo anche spazio alle coppe nazionali. La riforma potrebbe inoltre portare alla cancellazione di tornei già radicati e di grande tradizione locale, come la Coppa di Lega inglese, che in un’intervista al Times del marzo 2020, Ceferin dichiarò apertamente di essere favorevole a far eliminare. Le perplessità non mancano e si correrebbe il rischio di ampliare ulteriormente il divario tra chi partecipa e chi no, anche in relazione ai diritti audiovisivi. Qualcuno parla apertamente del rischio che aumentando l’interesse e gli investimenti per i diritti sulla nuova Champions potrebbero destinare meno risorse economiche per le competizioni nazionaliOltre che sulla formula le critiche sono rivolte anche a contestare i criteri di selezione delle partecipanti alla nuova coppa, quasi completamente sganciata dai campionati nazionali e dalle qualificazioni che questi campionati garantirebbero. La qualificazione sarebbe garantita non solo attraverso i risultati conseguiti nel campionato precedente, con la qualificazione raggiunta sul campo, ma anche in base ad un cosiddetto ranking storico che consentirebbe ai top club di partecipare sempre e comunque, a prescindere da come è andato il campionato precedente. 

Un compromesso anti Superlega

Questa è la soluzione escogitata dall’UEFA per evitare il rischio della Superlega fra i top club (per blasone e non per risultati recenti), che da anni l’ECA porta avanti. Quello di attribuire la qualificazione (in aggiunta ai quattro posti di default destinati ai migliori campionati) a tutte quelle società che negli anni si sono distinte in campo europeo sarebbe infatti l’espediente escogitato per convincere le grandi potenze ad abbandonare il sogno della Superlega, campionato esclusivamente ad inviti fra i top club europei. E perciò non è facile che tutti siano d’accordo: “Questo principio non deve assolutamente far parte di un torneo internazionale – ha fatto sapere il presidente delle leghe europee, Lars-Christer Olsson – Avremo una Champions League de facto chiusa”. Ma quello della nuova Champions League appare un progetto di compromesso, in uno con le minacce di squalifica, all’interno di una strategia del bastone e della carota per convincere i grandi club ad evitare la scissione, che in periodo di crisi (non solo quella dovuta al Covid, perché quella attuale ha radici più lontane) hanno visto il proprio portafogli svuotarsi come le altre società e cercano quindi il modo di salvare sé stessi, dimenticando il resto. Cercando di indirizzare il calcio del futuro in base alle proprie esigenze e le proprie caratteristiche e trasformando il calcio in un club di bridge o di golf fra ricchi e potenti. E lasciando le altre alla deriva.  Ma siamo sicuri che far diventare il calcio un club di bridge o di golf fra ricchi e potenti sia la soluzione giusta? 

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