Pepe: “Juve? L’addio di Conte fu inaspettato. Il giorno dopo la finale di Champions è stato drammatico… Il golf è una mania”

Pepe: “Juve? L’addio di Conte fu inaspettato. Il giorno dopo la finale di Champions è stato drammatico… Il golf è una mania”

Una memoria storica dei bianconeri passati dal settimo posto in campionato alle finali europee: un giocatore generoso diventato un campione grazie ai campioni. Oggi Simone Pepe lavora sodo per regalarsi una seconda vita sempre all’insegna del calcio.

di Simone Lo Giudice

Uno di quelli che hanno dato tutto, sempre e comunque. Anche questo ha contribuito a rendere più intenso il suo legame coi tifosi della Juventus. Simone Pepe da Albano Laziale ha trovato inaspettatamente una sua seconda casa a Torino, dove è sbarcato all’indomani della delusione Mondiale a Sudafrica 2010: un’esperienza che gli ha insegnato a non dare mai niente per scontato. Alla Juventus ha lavorato sodo per conquistarsi il suo posto al sole: per Delneri era importante, per Conte è diventato insostituibile. Gli infortuni hanno condizionato un paio di sue stagioni, ma al primo anno di Allegri è ritornato, proprio nella stagione in cui la Juve si è giocata la Champions poi persa nella finale di Berlino. Un’altra botta, che però non è riuscita a mandarlo al tappeto. Al Chievo ci ha creduto ancora, poi a Pescara si è congedato dal calcio giocato: ma il pallone continua a essere protagonista della sua seconda vita, impreziosita anche da qualche passatempo che non ti aspetti.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Pepe, le manca giocare a calcio?
Sì, mi manca sempre. È stato la mia vita per tanti anni. A volte mi manca il campo e ancora di più lo spogliatoio. Penso che sia una cosa normale: ho parlato anche con altri ex giocatori che hanno fatto calcio per tanti anni e anche loro hanno la stessa sensazione. Poi però ci si abitua anche a questo.

Che cosa ha significato per lei l’Udinese?
Cominciare a giocare nel calcio che conta… L’Udinese è sempre stata una società importante: in passato ha lanciato molti giocatori. Nonostante abbia scoperto tanti talenti poi rivenduti a ottimi prezzi, ha lottato anche per la Coppa Uefa, per la Champions League ed è stata sempre in alto negli anni in cui c’ero io. Ma ci è riuscita anche prima del mio arrivo: penso alla qualificazione in Champions con Spalletti.

(Photo : Thomas Pictures / Jean Paul Thomas / Icon Sport via Getty Images)
(Photo : Thomas Pictures / Jean Paul Thomas / Icon Sport via Getty Images)

Nel 2010 lei è stato convocato dall’Italia per il Mondiale: che cosa è andato storto in Sudafrica?
Non siamo stati all’altezza. Alcuni giocatori importanti sono stati sfortunati: Buffon si era bloccato alla prima partita, Gattuso aveva già qualche problemino. Ci sono mancati i punti di riferimento. Abbiamo sentito il peso del 2006: allora nell’Italia c’erano grandi campioni, nel 2010 ne erano rimasti sei o sette e il resto della squadra era composto da gente come me che giocava in Nazionale da due o tre anni. In quel Mondiale c’erano squadre come la Spagna che aveva giocatori con oltre cento presenze a testa: c’era differenza a livello internazionale tra noi e loro.

Nel 2010-11 lei ha giocato nella Juve di Delneri: che stagione è stata?
La Juve di Delneri non era forte come quella di Conte. C’erano tanti ragazzi come me al primo anno a Torino: Bonucci aveva giocato a Bari, io a Udine. La maglia della Juve pesava molto di più: c’erano molte responsabilità. Se all’Udinese non riuscivi a vincere qualche volta non era un dramma, alla Juve invece era tutto più complicato da gestire. Quello con Delneri è stato un anno di transizione: fino a gennaio siamo stati secondi, poi si è fatto male Quagliarella, c’è stato anche qualche infortunio di troppo nella squadra e ci siamo un po’ persi.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)
(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

L’anno dopo è arrivato Conte: quale è stata la sua prima mossa?
Conte ha stravolto tutto: conosceva il mondo Juve da quindici anni, era cresciuto lì e sapeva tutte le dinamiche, quali tasti toccare per far rendere al meglio tutti. Quell’anno la società aveva acquistato Vidal, Vucinic, Pirlo e Lichtsteiner… Conte ci ha detto subito che con lui avrebbe giocato solo chi si sarebbe allenato. Non gli interessavano i nomi dei giocatori, ma il loro attaccamento alla squadra. E questa cosa l’ha portata avanti per tutta la stagione. Si è guadagnato subito una credibilità importante nei confronti del gruppo.

Nell’estate del 2014 Conte è andato via improvvisamente: come la avete vissuta?
Non ci aspettavamo che sarebbe successo da un giorno all’altro: avevamo iniziato un percorso e stavamo facendo grandi cose. Tutti si aspettavano che ci sarebbe stata un po’ di confusione dopo il suo addio, ma la Juventus si è dimostrata una grande società e ha preso Allegri, l’uomo giusto al momento giusto. Conte ci aveva fatto lavorare in continuazione per tre anni, Allegri invece ha portato qualcosa di diverso e sono arrivati subito grandi risultati. Quell’anno abbiamo vinto lo scudetto, la Coppa Italia e siamo andati in finale di Champions col Barcellona.

(Photo credit should read LLUIS GENE/AFP/Getty Images)
(Photo credit should read LLUIS GENE/AFP/Getty Images)

In finale è arrivata una sconfitta: come la avete presa?
Il Barcellona era più forte di noi ed era abituato a giocare quelle partite: questo ha fatto la differenza. Per noi in campo c’erano solo Pirlo, Tevez e Buffon che avevano giocato già a quei livelli. Siamo riusciti a restare in partita e forse saremmo potuti andare in vantaggio col rigore di Pogba, ma abbiamo perso. Io non ho giocato e mi sono reso subito conto che il giorno dopo sarebbe stato drammatico, invece chi era sceso in campo avrebbe dovuto smaltire l’adrenalina della gara prima di realizzarlo. Anche chi aveva conquistato la coppa in passato, Pirlo e Tevez, ha sofferto tanto per la sconfitta. Per me e altri giocatori sarebbe stato un sogno riuscire a vincerla per la prima volta. Abbiamo preso una bella botta: siamo rimasti a parlarne per tutta la notte senza riuscire a dormire. È stato un dramma per tutti.

Quell’estate è coincisa col suo saluto alla Juve: senza l’infortunio avrebbe potuto fare di più?
L’infortunio è stato uno solo e si è ripetuto per tante volte sullo stesso punto: per questo motivo hanno deciso di operarmi. Da un semplice stiramento mi sono ritrovato a restare fermo per due anni. Andare via dalla Juve è difficile: uno ci vorrebbe restare a vita perché vinci, ti togli tante soddisfazioni e giochi al top. Senza l’infortunio avrei potuto fare qualcosa di più: nei primi due anni e mezzo avevo dimostrato di poter stare alla Juve. Al primo anno con Delneri ho fatto 6 gol, con Conte all’inizio ne ho fatti altrettanti. Devo ringraziare i campioni con cui ho giocato perché io non ero un campione: loro mi hanno aiutato ad esprimermi a livelli ancora più alti.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)
(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Lei ha giocato con Morata: pensa che la Juve abbia sbagliato a non investire a lungo su di lui?
Morata è un grandissimo giocatore: è sotto gli occhi di tutti. Alla Juve però è andato via Zidane e sono arrivati altri giocatori forti: la stessa cosa è successa quando sono partiti Pogba e Vidal. La società conta più dei giocatori. Penso che sia questa la forza del club: i giocatori e gli allenatori sono di passaggio, ma la Juve rimane.

Oggi alla Juve viene rimproverato il fatto di vincere solo in Italia…
Vincere è difficile dappertutto: dal campionato di terza categoria alla seconda, figuriamoci in Serie A! La Juve ha vinto sette scudetti e tutti pensano che sia semplice farlo, ma non è così. In Europa il cammino è stato importante: fare due finali di Champions è un ottimo risultato. Quando cominci a perderle subentra un po’ di ansia che ti fa pensare che non riuscirai mai a vincere questa benedetta Coppa. Quest’anno si è messa male l’andata degli ottavi, ma penso che la Juve possa ribaltare il risultato anche se l’Atletico sa difendersi meglio di chiunque altro.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Dopo la Juve lei andato al Chievo e poi al Pescara: che cosa hanno significato per lei?
Al Chievo mi sono rilanciato: non volevo darla vinta all’infortunio perché sono testardo. Non avrei mai smesso per colpa di quel problema. Al primo anno di Allegri ho giocato un po’ di più: non tantissimo, ma sono stato presente quasi per tutto l’anno. Mi mancava la condizione fisica perché ero stato fermo due anni: non ero al top, ma non avevo avuto più problemi alla gamba. L’esperienza al Pescara invece mi ha fatto guardare al futuro dopo il calcio: a febbraio 2017 ho smesso di giocare e ho iniziato a fare il dirigente. Inizialmente mi piaceva, però non ero troppo convinto e allora ho deciso di fare tutt’altro. Ma anche quella esperienza mi è servita.

Quando ha deciso di fare il procuratore?
Mi era sempre piaciuto andare in giro a vedere le partite: preferisco vederne cinque in un giorno anziché restare chiuso in un ufficio. Negli anni alla Juve in cui ero infortunato, mi confrontavo spesso con Paratici sui giocatori. Mi incuriosiva molto questo mestiere e da lì è partito tutto. Lavoro insieme a un avvocato che conosco da tempo.

(Photo by Giorgio Perottino/Getty Images) *** Local Caption *** Simone Pepe
(Photo by Giorgio Perottino/Getty Images)

Che significato ha il golf nella sua vita?
È stata una bella scoperta. Ho iniziato a giocarci tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Un giorno Aquilani mi ha chiesto: “Andiamo a giocare a golf?” e io gli ho risposto “Ma che sport è il golf?”. Mi aveva detto che ci saremmo divertiti e aveva ragione: per me è diventata una mania. Negli anni successivi ho giocato anche con Pirlo, Nedved, Vucinic e tanti altri. Anche a Tevez piaceva. In tanti avevamo questa passione in comune.

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