Moriero: “Ronaldo un fenomeno anche a -15, sul fallo di Iuliano non c’era bisogno della Var. E su Conte vi dico che…”

Moriero: “Ronaldo un fenomeno anche a -15, sul fallo di Iuliano non c’era bisogno della Var. E su Conte vi dico che…”

Iniziare la sua seconda vita non gli è pesato perché in fondo non ha mai smesso di fare ciò che amava fin da bambino. Talento, dedizione, umiltà: così Francesco Moriero da calciatore ha fatto breccia nel cuore dei tifosi interisti ma non solo. Oggi l’eterno ragazzo di Lecce sogna di ripetersi dall’altra parte del campo…

di Simone Lo Giudice

SECONDA PARTE

(Photo by Michael Steele/EMPICS via Getty Images)
(Photo by Michael Steele/EMPICS via Getty Images)

Nel 1997-98 avete sfiorato la vittoria dello Scudetto, avete vinto la Coppa UEFA e lei è stato convocato ai Mondiali: che ricordo ha di quella stagione?
Quell’Inter ha fatto un campionato strepitoso ed era una squadra simpatica a tutta l’Italia, formata da giocatori importanti che in campo davano tutto. Quell’anno per me è stato fondamentale perché ho vinto la mia prima Coppa UEFA, avrei potuto vincere il campionato, ma sappiamo tutti come è andata… Mi sono conquistato un posto per il Mondiale e quando un giocatore arriva in Nazionale a quei livelli ha toccato il massimo. Poi l’ho giocato anche da protagonista perché ho saltato solo la gara col Cile. Tutto questo grazie all’Inter e all’annata con Simoni.

Pensa che la Var abbia migliorato il calcio? Se ci fosse stata nel 1997-98 magari l’intervento di Iuliano su Ronaldo sarebbe stato sanzionato con il rigore…
Sì, c’è stata anche una discussione su tutto questo, ma non c’era bisogno della Var per valutare che quello era calcio di rigore… La tecnologia è utilissima, ma bisogna migliorarne l’utilizzo perché quest’anno ci sono stati molti episodi che hanno fatto discutere. Magari ci fosse stata la Var nel 1997-98!

Lei ha detto che Simoni l’ha ripescata “dal pozzo” in cui era finito a Roma: che legame avete?
Ottimo, siamo stati insieme di recente alla presentazione del suo libro. Mi è rimasto dentro perché sapeva gestire bene lo spogliatoio ed era un signor allenatore. Simoni è riuscito a costruire un gruppo di veri uomini, una squadra molto forte in cui tutti remavano dalla stessa parte. Ho un ricordo fantastico di una grande persona.

Come è nato il gesto dello sciuscià, di lei che lustra lo scarpino dei compagni andati in gol?
È stato istintivo. All’epoca mi era sembrato perfetto per onorare un compagno che aveva fatto un gesto bellissimo. Il primo l’ho fatto a Recoba contro il Brescia: aveva segnato un gol strepitoso e mi è venuto spontaneo lustrargli la scarpa. Poi questo gesto ha preso piede e ogni volta che qualcuno di noi segnava tutti andavano a lustrargli le scarpe. Mi fa piacere che sia rimasto nella storia perché è un gesto umile che un compagno fa verso un altro.

Mandatory Credit: Claudio Villa /Allsport
Mandatory Credit: Claudio Villa /Allsport

Se le dico Ronaldo il Fenomeno che cosa le viene in mente?
Oltre a essere stato uno dei più grandi giocatori al mondo, perché quello che faceva non lo faceva nessuno e non lo fa nessuno nemmeno oggi, Ronaldo era un ragazzo molto semplice che viveva bene lo spogliatoio e stava bene con tutti noi, faceva la differenza in campo e fuori. Nella semifinale di ritorno con lo Spartak in Coppa UEFA c’erano quindici gradi sotto zero a Mosca, il campo era gelato e pieno di fango: prima dell’inizio Ronaldo aveva convocato tutti quanti nello spogliatoio per dirci “Ragazzi, non vi preoccupate, oggi ve la faccio vincere io la partita” e così ha fatto.

 

Lei ha giocato con Diego Simeone: che cosa si prova nel vedere tanti ex compagni oggi allenatori?
Anche Paulo Sousa è diventato un grande tecnico, lo stesso Laurent Blanc e poi Aron Winter che fa il secondo nell’Ajax: ecco perché dico che eravamo una squadra tosta, di giocatori intelligenti che erano dei leader e mettevano la loro esperienza a disposizione dell’Inter. Vedere un ex compagno diventare una grande allenatore è proprio bello. Provi tanta soddisfazione per aver giocato al suo fianco e speri che un giorno tu possa fare altrettanto.

Come è stato ritrovare l’ex Juve Marcello Lippi all’Inter nel 1999-2000?
Quando c’era Lippi secondo me l’Inter era ancora più forte, non so che cosa sia andato storto col mister. Via Simeone e Pagliuca, erano arrivati Paulo Sousa, Vladimir Jugovic, Laurent Blanc, Christian Panucci e Christian Vieri. Avevamo la squadra più forte del campionato, ma non abbiamo vinto niente. Questo significa che nel calcio i nomi contano poco, sono importanti le persone e il gruppo. Qualcosa allora non è andato…

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)
(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Lei era un maestro del dribbling: oggi si dribbla poco? I giocatori hanno paura dell’uno contro uno?
Non parlerei di paura, il calcio è semplicemente cambiato. Adesso c’è la cultura del possesso palla e il ruolo dell’ala è quasi sparito: non ci sono più giocatori che saltano l’avversario per portare maggioranza numerica sull’esterno e crossare. Oggi ci sono molti più centrocampisti e anche i moduli di gioco hanno fatto sparire questo tipo di giocatore, che era quello che faceva la differenza. Nel calcio di oggi c’è poca fantasia, ma questo è un discorso che parte dai settori giovanili dove bisognerebbe lasciare più libertà ai ragazzini di 8 e 9 anni e fare un po’ meno lavoro tattico.

Dopo il ritiro, lei ha scelto di allenare e ha cominciato a farlo in Africa: come mai?
Alcuni calciatori smettono e hanno la fortuna di allenare subito in A, altri invece entrano nei settori giovanili. Io volevo fare la mia esperienza e ho scelto quella più difficile: andare in Costa d’Avorio per capire se potevo insegnare calcio. Poi sono stato al Lanciano in C1 e ho vinto il campionato col Crotone in Lega Pro, ho assaporato la B per due o tre anni con Frosinone e Grosseto, quindi ho cominciato a fare la gavetta, che però sembra non finire. Devo soffrire ancora un po’, ma è giusto così… Sono convinto che prima o poi arriverò nel calcio che conta. Il mio sogno è quello di allenare in Serie A magari una delle mie ex squadre: sarebbe il top, ma per arrivarci dovrò dimostrare tanto.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)
(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Oggi il Lecce sta lottando per la promozione in A: rimpiange il fatto di non essere lei ad allenarlo?
Nessun rimpiantoQuando guidi una squadra se non arrivano i risultati è un problema. Io sono stato alla guida del Lecce nel 2013-14: allora c’erano una società e una squadra in fase di costruzione e serviva del tempo, ma nel calcio te ne danno poco anche se sei un idolo. Spero un giorno di prendermi la rivincita… Il Lecce gioca bene e diverte. C’è tanto entusiasmo ed è ritornato il grande pubblico. Il presidente Saverio Sticchi Damiani a inizio stagione ha detto che la squadra si sarebbe dovuta salvare, ma piano piano è arrivata fino al secondo posto. È una mina vagante.

Lei ha intrapreso anche un impegno politico nel 2015 candidandosi alle elezioni regionali in Puglia: come è nata questa idea?
Io vivo al Sud, mi ero proposto di dare una mano ai ragazzi di Lecce per fare costruire una cittadella dello sport. Al Sud mancano le strutture e anche a Lecce è così, nonostante sia una bella città che ha anche una storia calcistica importante. Non è andata malissimo, ma alla fine non sono riuscito a ottenere il mio obiettivo… Mi ero candidato solo per raggiungere quello scopo. È stata più una questione di sport e di vita che di vera politica.

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