Mesto, dal calcio a re del crossfit: “Sarri alla Juve? Io non lo avrei fatto. All’Under 21 le stelle non bastano perché…”

Mesto, dal calcio a re del crossfit: “Sarri alla Juve? Io non lo avrei fatto. All’Under 21 le stelle non bastano perché…”

Passione, intensità, sacrificio: per Giandomenico Mesto il calcio è stato tante cose e lo sport continua ad essere tutto. Nella sua seconda vita l’ex terzino di Napoli e Genoa continua a tenersi in forma aspettando la sua grande opportunità con la giacca sulle spalle…

di Redazione Il Posticipo

Campione d’Europa

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Nato a Monopoli, oggi sotto il sole di Sanremo, dopo gli anni a Reggio Calabria, Genova e Napoli: la carriera di Giandomenico Mesto è stata un lungo sali e scendi per l’Italia col mare sullo sfondo, ben presente anche nei dintorni di Atene dove il ragazzo pugliese classe ’82 ha chiuso la sua carriera. Per lui la fascia è stata come la spiaggia: un territorio in cui poter essere se stesso e mettere radici e da cui tuffarsi per qualche sortita offensiva. Curiosamente la sua vita sportiva è diventata leggenda nell’entroterra tedesco, più precisamente a Bochum, dove Mesto è diventato campione d’Europa Under 21 nell’estate 2004. Da allora sono passati una quindicina d’anni ed è tempo di pensare alla sua seconda vita da dirigente: un ruolo perfetto per uno come lui che non è nato col fuoco sacro dell’allenatore e ama guardare le cose con quel pizzico di distacco che permette di metterle meglio a fuoco.

Giandomenico, come è stato smettere di giocare?
Per chi ha avuto la fortuna di fare questo lavoro non è facile smettere. Iniziamo a giocare a calcio molto presto nella nostra vita, dall’età di 13-14 anni, e fino a quando non ti ritiri non fai altro. Smettere è un contraccolpo: non è facile abituarsi a una vita con nuovi ritmi. Le nostre giornate fin dall’adolescenza sono scandite da orari che ruotano attorno al calcio e stare senza, almeno all’inizio, non è semplice.

Che cosa fa oggi nella sua seconda vita?
Fare sport è stata sempre una componente immancabile della mia vita: l’ho sempre fatto anche nel mese estivo in cui c’è la pausa dal campionato. Mi piace giocare a footvolley e in spiaggia. D’inverno ho preso l’abitudine di fare crossfit, mi alleno 4-5 volte a settimana e ogni tanto vado a correre. Mi è sempre piaciuto fare sport e mantenermi in forma.

(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Si è fatto un gran fisico facendo crossfit:  si vede in giro qualche foto…
Sì, io non sono per queste cose un po’ social diciamo… Sono una persona abbastanza riservata, poi basta che una foto sbuchi e diventa di dominio pubblico. Quando ho smesso di giocare mi sono dedicato molto alla famiglia, ho avuto anche la mia seconda bimba. Lavorativamente non mi andava di buttarmi subito in qualcosa, ho preferito fermarmi per capire meglio che cosa voglio fare nei prossimi anni.

Si vede piu dirigente o allenatore?
Mi vedo più come dirigente, non ho la vocazione da allenatore nonostante mi piaccia stare sul campo. Penso che ci voglia il giusto spirito per poter allenare: la chiamo vocazione perché è qualcosa che ti deve partire da dentro, ma io non ce l’ho. Mi piacerebbe ricoprire un ruolo a livello dirigenziale nell’ambito della prima squadra.

(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Che cosa ha significato la Reggina per lei?
È stata l’inizio per me, la parte fondamentale della mia carriera. A Reggio Calabria ci sono persone importantissime che sento ancora e i miei migliori amici. Oltre a maturare calcisticamente, lì ho frequentato le scuole superiori: in Calabria sono cresciuto come ragazzo e come uomo. Ho vissuto parte della mia vita a Reggio e non lo dimentico.

Lei ha avuto Mazzarri a Reggio: si è riscattato dopo gli anni all’Inter?
Mazzarri è stato uno degli allenatori con cui ho lavorato di più: tre anni alla Reggina, poi ci siamo ritrovati per un altro anno a Napoli ed è stato importante per la mia crescita. A Reggio abbiamo fatto cose impensabili: è stato un ottimo trampolino di lancio per entrambi. Mazzarri è sempre stato un po’ sottovalutato perchè, a parte l’esperienza all’Inter, alla Sampdoria e al Napoli ha fatto benissimo. I risultati che sta ottenendo col Torino non mi sorprendono.

(Photo by Getty Images for London 2012)

Nel 2004 lei ha vinto gli Europei Under 21: avete perso all’esordio, ma poi avete vinto tutte le altre gare. Come avete fatto?
Forse ci siamo riusciti perché partivamo con meno chance sulla carta rispetto all’Under 21 di oggi e anche ad altre Under 21 che ci sono state dopo la nostra e che sembravano forti. Per vincere non bastano i singoli talenti. Noi stavamo bene insieme ed eravamo un bel gruppo e lo testimoniano le carriere fatte da tutti noi: quella squadra era composta da ottimi giocatori. Non dimentico ciò che abbiamo vissuto insieme in tanti giorni di ritiro. Alcuni come De Rossi poi sono diventati anche campioni del mondo due anni dopo… Spero che l’Under 21 di oggi possa rivivere le stesse emozioni che abbiamo vissuto noi nel 2004.

L’Italia ha perso contro la Polonia: se lo aspettava? Il c.t. Gigi Di Biagio è responsabile?
La Polonia ha giocato con dieci giocatori dietro la linea della palla e in questi casi è difficile segnare. Le stelle ci sono, ma a volte non bastano. Spero che nel più breve tempo possibile l’Italia riesca a trovare uno spirito di squadra che le possa permettere di ripartire da questa sconfitta e provare a vincerle tutte: è nelle corde di questi ragazzi. Testa bassa e pedalare! Spero che l’Italia riesca a imparare da questa sconfitta così come abbiamo fatto noi nel 2004, quando siamo partiti male però siamo riusciti a sovvertire gli sfavori del pronostico.

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