Siviglia ‘studia’ da Klopp: “Vi racconto il mio calcio rock, adesso voglio allenare i grandi. La Lazio è casa mia, una volta Lotito mi ha chiamato alle 2 di notte…”

Un passato in difesa, un futuro all’attacco senza mai perdere l’equilibrio. Oggi Sebastiano Siviglia ha 47 anni, ha cominciato a fare l’allenatore da sette stagioni ed è pronto per il grande salto in panchina e seguire le orme del suo grande modello: Jürgen Klopp.

di Simone Lo Giudice

Lotito alle 2, la maglia di Nesta

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Compattezza e aggressività, gioco in verticale e tanto equilibrio. Sebastiano Siviglia oggi è un allenatore e vede il calcio con occhi diversi rispetto a quando giocava. Nel passaggio dal campo alla panchina però il suo amore per il pallone è rimasto inalterato. Quello che lo ha portato dalle strade di Palizzi Marina fino alla Capitale prima giallorossa e poi biancoceleste. In fondo Siviglia da calciatore è stato come un vino: uno di quelli che più passa il tempo e più diventano buoni. Una telefonata nella notte gli ha cambiato la carriera, una maglia pesante sulla spalle è stata la sua consacrazione. Dopo due stagioni alla guida della Primavera del Lecce, Siviglia ha preso una scelta coraggiosa dettata dall’esperienza accumulata lungo la linea laterale. La stessa lungo la quale si muove il mito Klopp, oggi la stella polare del Siviglia-pensiero.

Sebastiano, lei oggi fa l’allenatore: che momento sta vivendo adesso?
Dopo aver smesso di giocare ho conseguito i vari patentini fino a quelli di massimo livello: ho preso quello di UEFA Pro e ho intrapreso subito questo nuovo percorso. Mi sono visto sempre come un lavoratore da campo. Avevo fin da subito ben chiaro il mio modello di gioco, il mio modo di interpretare il calcio, le mie visioni. Ormai è da 7-8 anni che ho cominciato questo percorso.

Come si immagina la sua nuova carriera nel calcio dei grandi?
Mi vedo frontman, primo uomo. Voglio guidare il prossimo club in prima persona. Sono andato via dal Lecce perché ho il piacere e il desiderio di iniziare un percorso nel calcio dei grandi. Ho allenato quattro squadre diverse a livello di settore giovanile, in totale ho fatto sette anni di esperienza in panchina.

Che calcio ha in mente di fare? Come lo definirebbe?
Voglio fare un calcio propositivo. Per me è importante che ci siano principi di compattezza, di verticalità e di aggressività. Mi piace il calcio alla Klopp, un calcio rock, un calcio dominante con performance fatte ad un certo ritmo e ad un certo livello. Mi piace l’idea di dominare l’avversario. Al calcio spagnoleggiante preferisco un calcio verticale, fatto di attacchi alla profondità e di movimenti negli spazi, di inserimenti dei centrocampisti. Voglio che le mie squadre corrano in avanti: è questa la mia visione.

La sua carriera da calciatore è cambiata dopo la stagione 2000-01 con l’Atalanta?
Sì, abbiamo fatto una grandissima stagione con Vavassori. Eravamo un bel gruppo formato da qualche ‘anziano’ e da tanti giovani: Zauri, Donati, Pinardi, Rossini, i fratelli Zenoni, Bellini e Pelizzoli. Ragazzi di qualità che solo l’Atalanta sa come sfornare. L’anno prima avevamo ottenuto pure la promozione in A.

Nel 2001 lei è andato alla Roma che aveva appena vinto lo scudetto: che cosa ricorda?
Era una squadra stellare, una specie di Nazionale mista con brasiliani, italiani, argentini e francesi. Penso che quella sia stata una delle squadre più forti nella storia della Roma. La stagione 2001-02 per me è stata difficile per certi versi perché ho subito degli infortuni, ma ho vissuto anche bei momenti come la vittoria della Supercoppa italiana contro la Fiorentina, la qualificazione alla seconda fase dei gironi di Champions League, il piazzamento come vicecampioni d’Italia alle spalle della Juve che vinse lo scudetto con un punto di vantaggio su di noi. Passare dall’Atalanta alla Roma non è stato facile: erano ambienti completamente diversi dove c’erano modi differenti di vedere il calcio. Per me passare da quell’Atalanta ad una squadra così imbottita di campioni non è stato semplice, ma penso che sia stata un’esperienza formativa. La maturità calcistica arriva attraversando certe difficoltà in certi ambienti.

Come si vive il calcio alla Lazio e come si vive il calcio alla Roma: ci sono differenze?
Io ho vissuto più profondamente l’esperienza alla Lazio: penso che sia stata quella più importante della mia carriera perché è arrivata verso la fine del mio percorso da calciatore. Roma è stata la piazza in cui ho vissuto il mio periodo più lungo di permanenza nella stessa squadra. Sono arrivato a 31 anni, ho fatto 6 anni in un club come la Lazio: un finale di carriera strepitoso, non lo avrei mai potuto immaginare.

Tra 2004 e 2010 lei ha segnato almeno un gol in campionato ogni stagione…
Questo la dice lunga su come stessi bene e fossi stimolato. Alla Lazio mi sentivo a casa. Ho fatto 6 grandi stagioni: sono riuscito a segnare facendo prestazioni importanti. Siamo andati in Champions, abbiamo vinto la Supercoppa e la Coppa Italia. Ho vissuto un periodo fantastico, una seconda giovinezza.

Lei ha lavorato con gli artefici della Lazio di oggi da Lotito a Inzaghi: che cosa ricorda?
Sono stato uno dei primi acquisti di Lotito nel 2004. Ricordo ancora la telefonata che ho ricevuto dal presidente: ero a Valencia col Parma per disputare un’amichevole, Lotito mi ha chiamato alle 2 di notte per chiedermi se volevo andare alla Lazio. Il presidente non aveva fatto giri di parole, la mia risposta è stata immediata: ho detto ‘sì’. Ho un grande ricordo di Peruzzi, Inzaghi e Tare. Fin da subito ho preso Angelo come un punto di riferimento: è una persona equilibrata e un grande campione, penso sia stato il più forte portiere con cui ho giocato. Non basterebbe una giornata intera per raccontare i momenti belli che ho condiviso con Tare e Inzaghi: a volte non è mancato qualche piccolo screzio, ma capita pure nelle migliori famiglie. Con Simone ho avuto un rapporto più intimo anche dal punto di vista familiare: siamo stati sempre insieme per parecchio tempo, avevamo e abbiamo ancora oggi un rapporto strepitoso. Con Tare è lo stesso. Penso che Lotito abbia fatto benissimo a puntare su di loro, ragazzi che conoscono bene l’ambiente e tengono alla Lazio in maniera speciale. Formano un gruppo solido, c’è sinergia tra di loro e i calciatori se ne accorgono. Se la Lazio funziona è perché al comando ci sono uomini che lavorano bene.

Lei ha giocato anche con Pasquale Foggia oggi al Benevento…
Pasquale ha costruito il Benevento dei record in Serie B, passando dal settore giovanile, ha preso in mano una squadra retrocessa ed è stato bravo a riportarla in A con questa forza facendo registrare questi record. Da ex compagno e amico fraterno provo grande gioia per lui e per tutto quello che ha fatto.

Dopo il lockdown la Lazio ha perso terreno in classifica: colpa della panchina corta?
Il post-lockdown è stato un salto nel buio per tutti gli allenatori. Sono convinto che la Lazio avrebbe avuto grandissime possibilità di vincere lo scudetto se il campionato non fosse stato interrotto: all’inizio della primavera la squadra girava a mille. Poi qualcosa non è andato per il verso giusto. All’inizio la squadra era partita bene poi sono sopraggiunte alcune difficoltà: un insieme di concause legate un po’ agli infortuni, alla struttura della rosa e a problemi dal punto di vista della tenuta fisica.

Lei ha indossato la numero 13 di Nesta: pesa?
Pesa fino ad un certo punto. Nesta è stato un grandissimo calciatore e ha scritto la storia alla Lazio come ha fatto negli altri club con cui ha giocato e in Nazionale. Non sono stato io a scegliere quel numero ma il magazziniere Walter Pela: un giorno mi ha detto di prendere la 13. Con un po’ di imbarazzo ho chiesto se fosse la scelta giusta: l’anno prima avevo la 5. Sapevo di avere una bella responsabilità e di doverla onorare nella maniera più giusta. E qualche volta ho avuto il piacere di indossare la fascia da capitano.

Nel 2009 avete vinto la Supercoppa italiana contro l’Inter di Mourinho: è stata la sua gioia sportiva più grande?
Personalmente la soddisfazione più grande è stata la vittoria della Coppa Italia contro la Samp ai rigori. La Supercoppa è stata prestigiosa se consideriamo la squadra che abbiamo battuto: l’anno dopo ha vinto tutto. Siamo stati una delle poche squadre in grado di portare via qualcosa a quell’Inter stratosferica. Non dimenticherò mai gli ultimi 10 minuti: avevano messo in campo tutti i giocatori in grado di ribaltare la gara. C’è stato un assalto dell’Inter, un continuo martellare: è stata dura, ma siamo riusciti a reggere la loro onda d’urto e abbiamo ottenuto un trionfo prestigioso. Abbiamo vissuto un bellissimo periodo tra la finale di Coppa Italia e il giorno della Supercoppa contro l’Inter a Pechino: sono stati 2-3 mesi fantastici.

Quale è stato l’avversario più difficile da marcare? Quello che le ha dato più fastidio?
Ibrahimovic perché possiede tutti i valori che sono l’espressione massima di un atleta. Dal punto di vista fisico è poderoso: è un armadio di un metro e novantasei con grande elasticità. È competitivo da morire, ha una grande tecnica, è forte di testa e nel gioco aereo, ha un bel tiro da fuori, ha precisione. È l’atleta perfetto. Ho avuto la fortuna di marcare tanti grandi giocatori: Baggio, Mancini, Shevchenko, Inzaghi, Edmundo e Batistuta. Ho giocato ad alti livelli nel periodo in cui c’erano i talenti più forti al mondo: dal 1996, quando ho iniziato la mia carriera, al 2010, quando ho smesso. L’essenza del calcio: da Ronaldo il Fenomeno ad Adriano fino a Mutu, anche Rui Costa. Da questo punto di vista sono stato fortunato.

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