Konko: “Gasp e Pioli i miei maestri. Vi racconto il gol di Lulic e le mie sfide con Ibra, CR7 e Messi”

Genova, Roma, Bergamo: un saliscendi in Italia che ricorda quello sulla fascia, che per tanti anni è stata il suo posto nel mondo. Oggi Abdoulay Konko ha 36 anni, studia da allenatore e non vede l’ora di mettere in pratica gli insegnamenti dei suoi maestri: uno su tutti Gian Piero Gasperini

di Simone Lo Giudice

Gasp, Pioli, la magia del derby

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Padre senegalese e madre marocchina, l’infanzia in Francia, gli ultimi vent’anni in Italia, il posto del suo presente e probabilmente del suo futuro. Abdoulay Konko è arrivato nel nostro Paese quando aveva solo 16 anni: Genova lo ha accolto, la gente rossoblù lo ha cullato tra le sue braccia, lo ha visto crescere, poi spiccare il volo e qualche anno dopo ritornare con l’amore di sempre e più esperienza sulle spalle. A Torino sponda Juve l’allievo Konko ha conosciuto il maestro Gian Piero Gasperini, ritrovato al Crotone, al Genoa, all’Atalanta a Bergamo, dove l’ex esterno oggi studia la sua ennesima ripartenza. In mezzo ci sono state anche le stagioni di Siviglia, delle sfide ai giganti Ibrahimovic, Messi e Cristiano Ronaldo. E ci sono stati anche gli anni di Roma: quelli del derby e delle cose che fanno stare bene, quelli più belli.

Abdoulay, lei ha smesso di giocare da qualche anno: progetti per il futuro?
Ho smesso di giocare nel 2017: ho fatto l’ultimo anno della mia carriera all’Atalanta col mister Gasperini, era il suo primo anno alla guida della squadra che poi è diventata uno squadrone. Mi ha fatto piacere ricevere la chiamata del mister: conoscevo il suo modo di giocare, lui sapeva che persona e che giocatore ero, in campo gli serviva un jolly come me. Nel 2018 ho preso il patentino da allenatore Uefa B, adesso sto seguendo il corso per quello di Uefa A: mi mancano 40 ore. Lo sto frequentando insieme a Barzagli, Di Natale, Nocerino, Aquilani, Ledesma. Abbiamo iniziato a settembre, avremmo dovuto finirlo a metà dicembre, ma non è andata così per via del Covid: lo stiamo facendo online, tra due settimane avremo finito. Nella mia vita ho sempre desiderato giocare a calcio e voglio restare in questo ambiente oggi.

Che cosa le ha insegnato Gasperini?
È stato uno dei miei primi allenatori: ci siamo conosciuti ai tempi del settore giovanile della Juve. È stato un piacere chiudere la mia carriera col mister con cui ho cominciato a giocare. Gasperini mi ha insegnato tanto a livello calcistico: è molto competente, sa fare rendere al massimo i suoi giocatori e farli esprimere in tutte le loro potenzialità. Il mister sa come alzare il livello del rendimento della sua squadra, compreso quello dei giocatori già affermati: è una grande dote. Mi ha allenato al Crotone, l’ho ritrovato al Genoa, la società con cui ho iniziato a giocare in Italia. Sono arrivato in Liguria a 16 anni: sono stato allenato da Luca Chiappino, ho conosciuto Claudio Onofri, persone che conoscono il calcio e ti fanno crescere.

Lei è stato allenato da Stefano Pioli oggi primo in Serie A col Milan: che cosa ricorda del mister?
Pioli è un bravissimo allenatore, sa leggere molto bene le partite. Quando è arrivato alla Lazio noi già eravamo una squadra molto forte, nonostante questo il mister ha saputo darci qualcosa in più: il suo modo di giocare, difendere e attaccare. Pioli è un allenatore molto preparato: lo conferma il grande campionato che sta facendo col Milan. Gli faccio i complimenti, si merita tutto quello che sta ottenendo. Adesso è riuscito ad arrivare ancora più in alto: è servito tempo, ma ce l’ha fatta.

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Che cosa le ha dato Roma nella sua vita umanamente e professionalmente?
Sono stato a Roma per cinque anni: è stato un periodo bellissimo. Ho due bambine che sono nate lì, oggi sono due romane: ho provato una grande gioia. Se ripenso a Roma penso solo a cose belle. Con la Lazio ci siamo tolti tante soddisfazioni tutti insieme: c’era entusiasmo, poi una bella tifoseria. Sono piazze in cui bisogna dare il cento per cento per giocare, sono città importanti a livello calcistico. A Roma non si scherza: il calcio è calcio, il derby è il derby. Non c’è nemmeno il tempo di pensare a qualcosa che già bisogna preparare la gara successiva: anche questo è stato bello, non c’è mai un momento per fermarti.

Cosa significa giocare il derby di Roma?
Il derby è derby ovunque. L’ho imparato quando ero più giovane e giocavo negli Allievi del Genoa. È una cosa che da calciatore in Francia non sentivo: avevo 14 anni e non percepivo tutto questo. Quando sono arrivato a Genova ho sentito fin da subito la rivalità con la Samp: sono entrato nell’ordine delle cose, ho capito che il derby non era una partita come le altre. Prima di un derby c’è tensione, è una gara speciale, cominci a pensarci molto prima. Col tempo impari a non metterti eccessiva pressione perché rischi di arrivarci troppo carico ed è un problema. Il derby a Roma è bellissimo perché se lo giocano due squadre che sono più o meno allo stesso livello: nessuna delle due è davvero dominante.

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