Donati: “Atalanta? L’ho lasciata troppo presto, per il Milan non ero pronto… Ventura maestro, in panchina sarò come lui e Gasp”

Donati: “Atalanta? L’ho lasciata troppo presto, per il Milan non ero pronto… Ventura maestro, in panchina sarò come lui e Gasp”

Massimo Donati non ha avuto paura di cambiare nella sua carriera: l’Italia è stato il suo inizio e forse sarà anche il suo futuro, ma la Scozia resta la sua piacevole scoperta. Oggi ha il privilegio di raccontare il calcio a chi lo ama… ma il suo sogno resta la panchina!

di Simone Lo Giudice

Vado al Massimo, vado a gonfie vele… Nella sua vita, Massimo Donati da San Vito al Tagliamento non ha mai smesso di correre. Lo ha fatto per il calcio, la sua passione più grande, che non ha alcuna intenzione di riporre nel cassetto come la maglietta indossata qualche mese fa nell’ultima partita prima di dare l’addio. Lo ha fatto in Scozia, nella terra delle cornamuse, del kilt e soprattutto del suo cuore: dove ha lottato per difendere la storia gloriosa del Celtic, ma anche “quella di provincia” prima all’Hamilton e poi al St. Mirren. La sua seconda vita parte ai confini del calcio europeo con l’obiettivo di raggiungerne presto il cuore: questa volta appena fuori dal campo, seduto su una panchina con gli insegnamenti dei suoi maestri ben impressi nella mente e il sogno di continuare ad emozionarsi. Intanto Massimo ha cominciato a raccontare il pallone a chi lo ama, facendo la spola tra le sue terre: perché senza proprio non sa stare.

(Photo by Andrew Milligan - PA Images/PA Images via Getty Images)
(Photo by Andrew Milligan – PA Images/PA Images via Getty Images)

Massimo, le manca il calcio giocato?
Mi manca stare in campo, l’atmosfera che si vive dentro al rettangolo di gioco ed è anche per questo motivo che voglio fare l’allenatore. Desidero vivere in maniera diversa le emozioni che ho provato in campo da giocatore. Ho smesso alla fine della scorsa stagione: a gennaio ho rescisso con l’Hamilton. Il club aveva subito una frode finanziaria ed era stato costretto a mandare via qualche giocatore. Io però volevo finire la stagione e allora sono andato a giocare nella Serie B scozzese col St. Mirren: è stata una bella esperienza per chiudere la mia carriera.

Il calcio può stancare dopo tanti anni?
Solo a livello fisico: a marzo faccio 38 anni e ne sono passati trenta da quando ho cominciato a correre… Sono stanco ed è per questo motivo che ho deciso di smettere. Oggi ci sono ragazzi di vent’anni che vanno fortissimo e vederli ti fa rendere conto che non puoi più mantenere certi ritmi. Tutto il resto che ruota attorno al calcio, stress compreso, non stanca mai: anzi non vedo l’ora di provarlo di nuovo perché è uno stress positivo. Chi ama questo sport non vorrebbe mai smettere: Trapattoni ad esempio ha fatto calcio finché la sua età glielo ha permesso perché è stato tutta la sua vita. Quando smetti provi sensazioni diverse rispetto a quando fai il calciatore: a ognuno poi tocca trovare la propria strada. Io ho in mente quello che voglio fare, devo solo iniziare.

(Photo by David Young/Action Plus via Getty Images)
(Photo by David Young/Action Plus via Getty Images)

Lei ha cominciato all’Atalanta: pensa di averla lasciata troppo presto?
Passare dall’Atalanta al Milan giovanissimo era un’opportunità grandissima, ma forse è stato un errore. Sono andato in una società che in quel momento era troppo per me perché non ero pronto dal punto di vista mentale, mentre per quanto riguarda le mie qualità ci potevo stare. Poi sono tornato all’Atalanta qualche anno dopo: il 2006-07 è stata una stagione bellissima e molto importante per la mia carriera. Però ripensare a ciò che sarebbe potuto essere non fa al caso mio: preferisco pensare a quello che dovrò fare in futuro.

Come è stato il suo arrivo al Milan?
Era tutto grande grandissimo. Giocare nel Milan, nell’Inter o nella Juventus significa fare un altro sport: se sei un fenomeno va tutto bene, sennò devi essere molto pronto mentalmente. Forse quando sono arrivato al Milan mi sono sentito arrivato: ero convinto di essere un grande giocatore e che non dovessi fare altro, ma è stato un ragionamento che fanno tanti calciatori. Invece quando sei in una grande dovresti darci ancora più dentro se vuoi rimanerci: ad arrivare in alto ci si impiega poco, rimanerci è più complicato. Sono stato sfortunato ad arrivare al Milan nel 2001-02: all’inizio c’era Terim che aveva una concezione del calcio tutta sua, qualche mese dopo era arrivato Ancelotti, poi Shevchenko quell’anno segnava poco. È stata una stagione di transizione e ho patito questa cosa: avevo giocato poco e la scelta di mandarmi via in prestito l’anno dopo fu comprensibile.

GRAZIA NERI DIGITAL CAMERA Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT
GRAZIA NERI DIGITAL CAMERA Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Come vede il big match Atalanta-Milan?
In questo momento stanno bene entrambe sotto tutti i punti di vista: per i risultati, per la condizione mentale e il tipo di gioco che stanno esprimendo. Il Milan si è ritrovato dopo un periodo difficile di alti e bassi e ora ha trovato anche più continuità. L’Atalanta ha avuto qualche problema all’inizio della stagione, da quando si è sbloccato Zapata però gira tutto alla perfezione. Ma la squadra di Gasperini ha sempre giocato bene ed è un piacere vederla. È una partita difficile da decifrare perché sono entrambe in un ottimo momento.

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)
(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Lei ha avuto Gasperini a Palermo nel 2012-13: si aspettava che sarebbe riuscito a rilanciarsi così? 
Ho avuto la fortuna di essere allenato da lui. Quell’anno le cose non sono andate benissimo: era la classica stagione in cui gira tutto storto, noi però controllavamo le partite e giocavamo benissimo. Era bellissimo giocare in quel Palermo perché tutti sapevamo quello che dovevamo fare con la palla e senza. Gasp era già forte: doveva trovare solo l’ambiente giusto per rilanciarsi e l’Atalanta è stata perfetta per lui. Quando la sua squadra non ha la palla tra i piedi mi ricorda il Leeds di Bielsa: entrambi giocano alti senza badare troppo a difendersi. I loro giocatori lottano per recuperare la palla: quando ci riescono, gli piace tenerla e giocarla. Tatticamente sviluppano l’azione in maniera diversa, ma ci sono delle analogie tra i loro sistemi di gioco.

Lei ha giocato col Bari e col Messina, che sono finite in D: di chi è la colpa?
Penso che Bari sia messa meglio di Messina al momento perché ha trovato un imprenditore (Aurelio De Laurentiis, ndr) che vuole riportarla ad alti livelli. Io però credo che la colpa sia di chi dovrebbe controllare queste situazioni. Non è ammissibile che ogni anno falliscano tante società perché non sono riuscite a far tornare i conti. C’è anche un problema legato alle tasse: se ne pagano troppe, quindi per una società lo stipendio di un calciatore costa il doppio. Ma lo stato del calcio in Italia rispecchia anche come stanno andando le cose nel Paese in generale: c’è troppa confusione, ci sono troppe cose che non vanno come dovrebbero e tutti ne pagano le conseguenze.

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)
(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Lei ha giocato in Scozia dove il calcio è gestito in maniera virtuosa…
Innanzitutto i club in Scozia fanno quadrare il bilancio: per una società è importante che i conti tornino a fine stagione perché chi investe nel calcio vede tanti soldi andarsene. In Italia poche società riescono ad avere fatturati alti a fine anno e ad essere in attivo tra entrate e uscite. Il sistema in Scozia fa sì che le cose funzionino: anche qui ci sono società con problemi finanziari, ma sono poche e non tantissime come accade nelle serie minori in Italia.

Alla luce di tutto questo, è stato sbagliato prendersela con Ventura per il Mondiale mancato?
Io penso di sì. Ventura è un altro allenatore che mi ha insegnato tantissimo. Un tecnico può piacere o meno, ma per quanto riguarda il modo in cui stare in campo e come giocare la palla per me lui resta un maestro. Prendersela con lui è sbagliato perché aveva una Nazionale con tantissimi buoni giocatori, ma con pochi top player. Siamo usciti contro una Nazionale inferiore rispetto a noi, ma il calcio è questo: si vince e si perde. Addossargli tutte le colpe non è giusto: ha commesso qualche errore, ma l’ha riconosciuto e questo non mette in dubbio le sue qualità.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)
(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

In panchina sarà un mix tra Ventura e Gasperini?
Esattamente! Sono due allenatori che giocano in maniera opposta quindi non è facile trovare la via di mezzo: però ho già in mente come fare. Sono due modelli che mi porto dentro: in panchina porterò le cose migliori dell’uno e dell’altro. Sono tornato in Scozia due anni fa perché avevo la possibilità di prendere il patentino di Uefa A mentre stavo ancora giocando, in Italia invece puoi farlo solo quando hai smesso. Da un lato pensavo già da allenatore, dall’altro volevo giocare ancora per uno o due anni: qui sono riuscito a fare entrambe le cose. Vorrei partire dalla Scozia, ma se arrivasse qualche offerta dall’Italia la valuterei come è successo la scorsa estate: mi è stata fatta una proposta, ma ho scelto di restare qui.

Iniziare la carriera di allenatore in Scozia può essere un vantaggio? Ci sono meno pressioni?
Non lo so perché le pressioni ci sono anche qui: si vivono in maniera diversa, ma ci sono. Dal punto di vista tattico, rispetto all’Italia, qui si lavora di più sulle seconde palle, sulla forza fisica e sulla corsa. Io vorrei portare qualcosa di diverso, che faccia la differenza per impormi. Ad esempio quando è arrivato Brendan Rodgers al Celtic nel 2016 ha stravolto il modo di giocare della squadra e all’inizio qualcuno storceva il naso perché in Scozia la palla a terra ci deve restare poco, ma lui ci ha dato dentro e i risultati si sono visti. La gente lo ha capito e il Celtic oggi è una squadra che gioca a calcio o comunque ci prova.

(Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)
(Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

Come è nata l’idea di andare in Scozia nel 2007?
È successo tutto d’estate: ero in vacanza dopo la stagione all’Atalanta che era andata molto bene. In una partita di fine campionato a Bergamo, dove avevamo battuto la Roma 2-1, erano presenti anche gli osservatori del Celtic sugli spalti. Qualche settimana dopo mi ha chiamato Shevchenko che conosceva il presidente del club per dirmi che erano interessati a me e chiedermi se fossi interessato a trasferirmi a Glasgow. Ero rimasto sorpreso da quella chiamata perché erano passati 4-5 anni dalla mia esperienza al Milan e non ci eravamo più sentiti… Oggi sono felice della mia scelta: ho fatto parte di una società gloriosa che ha una tifoseria bellissima e una maglietta stupenda. Poi a Glasgow ho giocato anche la Champions: mi sono tolto davvero grandi soddisfazioni.

Oggi lei racconta il calcio in televisione: come è nata la collaborazione con Dazn?
Per caso… Alla fine della scorsa stagione ho smesso e d’estate ho parlato con Emanuele Corazzi, che è stato subito felice di avermi a bordo della squadra di Dazn. C’è un bellissimo gruppo di lavoro fatto di ragazzi con tanta voglia di emergere e poi si parla sempre di calcio, che è la cosa più importante della vita di tutti noi dopo la famiglia.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy