Di Napoli: “L’Inter è il mio rimpianto, oggi nel calcio non c’è meritocrazia. Ho in mente un progetto folle…”

Di Napoli: “L’Inter è il mio rimpianto, oggi nel calcio non c’è meritocrazia. Ho in mente un progetto folle…”

All’anagrafe Arturo Di Napoli, per la storia del calcio italiano semplicemente Re Artù. Un attaccante diventato leggenda sulle rive dello Stretto, dove è ritornato per allenare prima che arrivasse un lungo stop. Adesso Di Napoli è pronto a cogliere la sua seconda opportunità…

di Redazione Il Posticipo

Napoli e Inter

Il Nord sulla carta di identità, il Sud nel destino e forse del cuore. Arturo Di Napoli è nato a Milano, è cresciuto nelle giovanili dell’Inter e ha giocato anche in Serie A con la maglia nerazzurra dopo le stagioni a Napoli. Sulla terraferma Arturo ha provato grandi emozioni, ma solo in un’isola, precisamente in Sicilia, è passato dallo status di “suddito” dell’attacco a quello di “Re Artù”. Calcisticamente Di Napoli è stato sinistri a giro da applausi e colpi di testa vincenti, ma anche alcuni fuori dal campo forse risparmiabili. Dopo essersi ritirato ha scelto di fare l’allenatore a Rieti, poi è stato a Riccione, Savona, Malta e quindi Messina, che però ha dovuto lasciare nel marzo 2016 in seguito a una squalifica per calcioscommesse. Questo triste capitolo si è chiuso da poco con l’assoluzione dell’ex giocatore, che ha in mente un progetto “all’apparenza folle” per ripartire nella seconda opportunità della sua seconda vita.

Arturo, le manca giocare a calcio? È stato difficile smettere per lei?
Tantissimo, il calcio è la mia vita da sempre. Mi mancano l’adrenalina della partita e l’atmosfera dello stadio, però ho scelto io di ritirami, non sono stati gli altri a farmi smettere. Ho lasciato il calcio perché credevo di aver dato tutto quello che potevo dare. Ho chiuso la carriera alla Caronnese in Serie D vicino casa mia segnando 22-23 gol in due stagioni, ma era arrivato il momento giusto per lasciare.

Come era il suo calcio rispetto a quello di oggi?
Era completamente diverso. Ai miei tempi se eri nel settore giovanile, prima di esordire o di fare qualche apparizione in prima squadra ne passava di tempo. Oggi invece è cambiato tutto e ci sono metodologie diverse. Il sistema calcio va cambiato, molti denunciano carenze, servono regole ferree. Spero che la situazione migliori col tempo.

Come vede i giovani di oggi?
Penso che non ci sia più meritocrazia. Se un giocatore è bravo, penso che debba essere nell’interesse di tutti farlo giocare per valorizzarlo, magari poi venderlo, ricavando qualcosa da reinvestire nel settore giovanile. Non sempre però tutti i bravi giocatori trovano spazio. Poi c’è un altro problema: oggi uno che ha 21-22 anni è considerato già vecchio. I giovani di oggi corrono il rischio di bruciarsi.

Mandatory Credit: Allsport UK

Che rapporto ha col Napoli? C’è qualcosa che vorrebbe cambiare delle sue stagioni in azzurro?
Mi è rimasto dentro molto, Napoli è una città affamata di calcio, il popolo napoletano è straordinario. Vorrei cambiare molte cose delle mie stagioni: all’epoca non ero propenso ai sacrifici, avevo una testa completamente diversa da quella di oggi. Mi sono tolto le mie soddisfazioni, ho fatto più di 300 presenze in A, ma col senno di poi cambierei qualcosa nel mio atteggiamento. Al primo anno a Napoli sono stato allenato da Vujadin Boskov: nel calcio di oggi manca un personaggio che sdrammatizzi le situazioni come sapeva fare lui. Nel 1996-97 è arrivato Gigi Simoni, ma a gennaio ho lasciato Napoli per andare all’Inter.

Che cosa ricorda del mister Simoni?
Gigi è un uomo straordinario. Credo che nel mondo del calcio ci siano poche persone col suo stesso spessore umano: era sempre molto pacato, cercava il dialogo, era un papà per i giocatori. Ricordo Simoni come una persona unica.

Che cosa ha significato per lei giocare nell’Inter?
Le mie origini sono napoletane, ma io sono nato a Milano e ho fatto tutto il settore giovanile tra le fila nerazzurre, dove sono rimasto per 10-11 anni. L’Inter mi ha forgiato come uomo e come calciatore, farà sempre parte della storia della mia vita.

Ha il rimpianto di essere rimasto all’Inter per poco tempo?
Assolutamente sì, nel 1997-98 è arrivato Ronaldo e l’Inter mi ha chiesto di fare la quinta punta, ma io avevo voglia di giocare e ho scelto di andare altrove. Sono stato poco lungimirante, avrei dovuto accettare la proposta che mi era stata fatta da Oriali all’epoca. Poi nel 1999-2000 sono andato a titolo definitivo al Piacenza con Simoni.

Che cosa ne pensa dell’Inter di oggi?
Rispetto a quando c’ero io, è cambiato tutto. Oggi c’è Suning, all’epoca io avevo vissuto il passaggio da Ernesto Pellegrini a Massimo Moratti. Ho giocato con Zanetti e penso che una persona col suo spessore umano sia fondamentale per l’Inter di oggi. In passato condividevamo la stessa stanza io, lui e Zamorano. Mi fa piacere che Javier sia il vicepresidente dell’Inter, è un piacere vederlo in questa veste: se la merita perché ha dato tanto al club. 

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