Cois: “Fiorentina, tutta colpa di Edmundo! Dopo il calcio sono stato in cantiere, io e Schumacher amici da quella volta che…”

Cois: “Fiorentina, tutta colpa di Edmundo! Dopo il calcio sono stato in cantiere, io e Schumacher amici da quella volta che…”

La personificazione calcistica di chi lavora nell’ombra. Che cosa ne sarebbe stato della Fiorentina nel cuore degli Anni 90′ senza la regia di Sandro Cois? Nella sua seconda vita non ha smesso di dettare i tempi tra un cantiere e l’altro, ma anche sul campo alla guida dei suoi bambini del Margine Coperta…

di Simone Lo Giudice
Non si è mai tirato indietro… finché il fisico non gli ha remato contro! Sandro Cois è stato il centrocampista che molti allenatori nel cuore degli Anni ’90 avrebbero voluto. Temperamento, corsa e piede. Il pallone che Batistuta trasformava in meraviglia, Edmundo in un dribbling ubriacante e Rui Costa in un assist al bacio spesso era passato prima dal piedi del mediano di Fossano. Cois signoreggiava a suon di tackle puliti e di palloni intercettati, facendo valere il suo senso della posizione e del tempo. Un’abilità naturale nel leggere in anticipo l’avvicendarsi delle lancette: la stessa che lo ha spinto a ritirarsi quando ha capito che non sarebbe stato più lo stesso. Una brutta ernia cervicale, rimediata nelle battaglie con la Fiorentina in Champions League, ne ha compromesso gli ultimi anni di carriera. Si è ritirato con un paio di rimpianti: il mancato esordio al Mondiale 1998 e lo scudetto sfuggito per un soffio l’anno dopo… per un Carnevale di troppo! Nella sua seconda vita non ha smesso di dettare i tempi: spesso agli operai dei suoi cantieri, in passato in campo al fianco di un certo Michael Schumacher. Ma lo continua a fare anche quando guarda negli occhi i suoi bambini del Margine Coperta: quelli che allena alla fatica da quasi cinque anni con l’obiettivo di farli diventare atleti migliori partita dopo partita. E magari un giorno campioni.
(Photo by Tom Hevezi - PA Images/PA Images via Getty Images)
(Photo by Tom Hevezi – PA Images/PA Images via Getty Images)
Sandro, le manca giocare a calcio? Lei ha smesso presto per problemi fisici…
Mi manca il calcio quando vedo qualche partita importante, quando in televisione c’è la Champions League ad esempio. In quei casi mi viene un po’ di malinconia. Per il resto, quando ho scelto di smettere, ero convinto di farlo. I miei ultimi anni di carriera sono stati difficili per colpa di un’ernia cervicale. Quando mi sono un po’ ripreso, ero troppo limitato in campo: non potevo fare balzi, avevo sempre dolore alla spalla o al braccio ogni volta che cadevo per terra o facevo un contrasto di testa. Quando ho capito che non riuscivo più a essere quello di sempre ho scelto di ritirarmi. Due anni dopo aver smesso, mi ha chiamato Malesani per andare da lui a Modena in Serie A, e tre anni dopo sono stato contattato anche da squadre di Lega Pro. Ma io avevo deciso di smettere.

Quali differenze vede tra il suo calcio e quello di oggi?
Quando ero piccolo io, si giocava tanto per strada e su campi in terra spesso molto brutti. I bimbi di oggi sono fortunati perché hanno a loro disposizione terreni molto belli: qualsiasi società ha un sintetico ormai. Questa cosa li aiuta a migliorare tecnicamente. Dall’altra parte però i ragazzini di oggi sono svantaggiati perché sono più portati a farsi male. Un conto è crescere nella strada, scavalcare un muretto per andare a recuperare un pallone… Sono gesti che formano il fisico. Oggi ci sono ragazzini di 14 e 15 anni che si rompono il crociato. Ai miei tempi non succedeva perché le ginocchia venivano sollecitate di più nella fase dello sviluppo. Allenarsi solo sul sintetico e stare seduti tante ore davanti alla Playstation o col telefonino tra le mani fa aumentare il rischio di farsi male.

Lei ha esordito in Serie A col Torino di Emiliano Mondonico: che ricordo ha del mister?
Se ho giocato nella massima serie lo devo a lui, perché ha creduto in me e mi ha lanciato nel grande calcio: mi ha allenato per due anni e mezzo in prima squadra. Ho tantissimi ricordi legati a quel periodo e al mister Mondonico: era un tecnico vecchio stampo. Uno che si avvicina a lui oggi è Prandelli, perché è della sua stessa scuola ed era un suo grande amico. Per l’insistenza su certi valori e la loro idee di calcio li trovo molto simili. 

A Firenze lei ha avuto tanti allenatori tra cui Alberto Malesani: è stato davvero rovinato dai social?
Sono molto legato al mister perché con lui ho vissuto l’anno più bello della mia carriera: nel 1997-98 ho giocato tutte le partite senza infortuni e soprattutto a grandi livelli meritando la convocazione con l’Italia al Mondiale. Mi dispiace per Malesani: i social lo hanno massacrato. È una persona vera, anche troppo forse, e nell’ambiente del calcio certe cose tante volte non le devi dire. Malesani ha sempre detto tutto e forse paga un pizzico il suo carattere. Per me è stato un grandissimo allenatore e spero che trovi squadra il prima possibile.

A Francia ’98 lei è rimasto in panchina, ma un Mondiale è sempre un Mondiale…
Ho il rammarico di non aver giocato nemmeno per un minuto, ma è successa la stessa cosa a Torricelli e Toldo. Probabilmente non c’è stata l’occasione, forse non siamo stati a bravi a farci trovare pronti, forse non sono riuscito a dimostrare che avrei potuto giocare. Ci sono andato vicino con la Francia: serviva qualcuno che marcasse Zidane. Il c.t. Cesare Maldini ha scelto Pessotto, che conosceva Zizou meglio perché giocavano insieme alla Juve.

A Firenze nel 1998-99 avete sfiorato lo scudetto: tutto è andato in frantumi per colpa di Edmundo?
Penso di sì. Nel calcio essere campioni d’inverno conta relativamente: noi eravamo riusciti a chiudere il girone d’andata davanti perché eravamo forti ed era difficile batterci. Quell’anno avevamo vinto col Milan fuori casa e a Firenze con la Juve. A febbraio però abbiamo perso due giocatori: Bati e il suo sostituto Edmundo. La società ha sbagliato a gestire quel caso e ha commesso un altro errore dopo, quando si è capito che sarebbe andato via per il Carnevale e forse non sarebbe tornato più… Con tutto il rispetto di Fabrizio Ficini e di Carmine Esposito, arrivati in quel calciomercato, a noi servivano un paio di giocatori forti per l’attacco, magari un bomber straniero. Non è arrivato nessuno così e abbiamo chiuso il campionato terzi perdendo una grande occasione per vincere.

Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT
Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Che ricordo ha di Batistuta ed Edmundo?
A Firenze Bati ha scritto la storia: segnava sempre, anche nel 1998-99 ha fatto tanti gol. Aveva grande confidenza con la porta. Batistuta era un campione, Edmundo lo sarebbe potuto diventare perché possedeva le qualità giuste per esserlo. Però la testa a volte fa brutti scherzi: per questo motivo spesso giocatori con grandi mezzi non riescono a diventare uomini importanti che ti fanno vincere le partite. Edmundo aveva un carattere particolare. Una volta è arrivato al campo di allenamento in ritardo a piedi perché aveva avuto un incidente con un’Ape-car che è rimasta cappottata: lui ha lasciato la sua macchina lì ed è venuto a piedi al centro sportivo.

Nell’estate 2001 ci sono state tante cessioni e l’anno dopo siete retrocessi: come la avete vissuta?
È l’unico ricordo brutto che ho degli anni di Firenze. L’unica nota negativa è stata quel fallimento. L’anno dopo siamo retrocessi sul campo, ma saremmo scesi comunque. Sapevamo benissimo che la Fiorentina sarebbe fallita. Eravamo da sei mesi senza stipendio, non c’era società. Sono spariti tutti. Hanno preso gente sbagliata per gestire la situazione. Gente che ci ha fatto solo del male e che, anziché aiutarci in quel momento, ha pensato a strappare stipendi importanti e sappiamo tutti come è andata a finire.

Mandatory Credit: Claudio Villa /Allsport
Mandatory Credit: Claudio Villa /Allsport

Alla Fiorentina il presidente Vittorio Cecchi Gori l’ha trattenuta nonostante tante offerte…
Ho avuto un grandissimo rapporto con lui e con tutta la sua famiglia, anche con la mamma Valeria. Il presidente ha rifiutato le offerte delle grandi per me. La Juve mi voleva e io sono stato vicino a firmare. Ma Cecchi Gori si opponeva puntualmente e mi convocava subito in sede. Siamo sempre stati sulla stessa lunghezza d’onda perché io non volevo andare via da Firenze. Un anno ho avuto un problema con un allenatore e ho chiesto alla società di essere ceduto: poi fortunatamente quel tecnico è stato mandato via e sono rimasto.

Come vede la Fiorentina oggi?
Secondo me quella di oggi non è una bella Fiorentina. L’arrivo di Muriel ha dato una scossa all’ambiente, alla società e allo stesso Simeone che era un po’ in crisi: avere un giocatore come lui in attacco fa la differenza. In questo momento la Fiorentina forse ha qualche punto in meno: in alcune gare ha giocato molto bene, ma non ha ottenuto risultati. Però ci sono squadre come l’Atalanta che meritano di starle davanti perché sono molto più preparate per il campionato. La semifinale di ritorno in Coppa Italia è molto importante, sarà una partita particolare: bisogna vedere come ci arriveranno entrambe le squadre fra un mese.

Mandatory Credit:Grazia Neri/ALLSPORT
Mandatory Credit:Grazia Neri/ALLSPORT

Lei ha giocato con Enrico Chiesa: che idea si è fatto del figlio? Qualcuno gli ha dato del simulatore…
Federico mi ricorda Enrico, ma secondo me il papà era molto più forte sotto rete: se lo poteva permettere perché non partecipava quasi mai alla fase difensiva e arrivava più lucido sotto porta. Federico è più bravo nelle due fasi, più scattante e diventerà più forte di suo padre. In campo il figlio prende tanti calci e può essere successo che abbia simulato. Ma chi non simula? Non lo ha fatto solo Federico Chiesa… Ciò che è successo con l’Atalanta non lo condanna ad essere considerato per forza un tuffatore. Non lo considero un simulatore, ma un ragazzo corretto e un grande professionista. 

Tornando alla sua seconda vita: a che cosa si è dedicato quando ha smesso col calcio?
Ho iniziato un percorso nell’immobiliare: ho scoperto che mi piaceva progettando casa mia. Tutto è cominciato come hobby. È una cosa che faccio ancora volentieri quando riesco. Mia moglie ha un’agenzia immobiliare: a volte mi trova lei gli affari e collaboriamo. Io seguo tutto: vado nei miei cantieri. Da diversi anni l’immobiliare è un po’ in crisi, è diventato difficile vendere e il lavoro è un po’ calato. Però continuo a portarlo avanti.

Lei allena anche i bambini del Margine Coperta: in squadra c’è suo figlio… Le piace fare il tecnico?
Sono lì da quasi cinque anni. Mi dà grande soddisfazione vedere i bambini crescere tecnicamente e non solo fisicamente. È bello trasmettergli alcuni valori: il senso del gruppo, lo stare insieme, il rispetto. Poi però bisogna insegnargli anche a giocare a calcio: come mettere il corpo, come colpire il pallone e come andare nello spazio vuoto. Ci sono tante cose da insegnare e avere un gruppo di bimbi che riescono alla fine a portare in campo le tue idee è una cosa che dà grandi soddisfazioni.

Lei e Michael Schumacher siete diventati amici dopo una partita di beneficenza: che cosa ricorda?
Mi avevano invitato a Montecarlo per partita tra Nazionale Piloti e Star Team, che è la squadra del Principe Alberto fatta di ex giocatori di calcio ed ex campioni dello sport: tennisti, cestisti, ma anche motociclisti. Io sarei dovuto scendere in campo con loro. L‘allenatore della Nazionale Piloti però mi ha chiesto di cambiare squadra: io subito ho accettato, però mi ha detto che ne avrebbe dovuto parlare con Michael Schumacher perché la squadra la faceva lui e di solito non voleva nessun altro. Allo stesso tempo però non voleva mai perdere. Dopo qualche minuto Michael è venuto da me e mi ha detto: “Vuoi giocare con noi?”. Io ho risposto di sì e sono andato a cambiarmi nel loro spogliatoio. Sono partito dalla panchina.

E in campo come è andata?
Dopo un quarto d’ora la Nazionale Piloti perdeva 2-0. Schumacher è partito da metà campo, è venuto verso di me e mi ha detto: “Vieni! Alzati ed entra subito in campo!”. Abbiamo vinto 3-2 e da quel giorno Michael mi ha preso in simpatia e c’è stato sempre un bellissimo rapporto tra di noi: Schumi mi aveva comprato negli spogliatoi anche se solo per beneficenza. Era il 2007. Questo è il dodicesimo anno che faccio parte di questo gruppo: oggi sono un punto fermo, sono quello che fa la squadra e mi porto pure miei ex compagni. Mi sono ritagliato ancora più spazio.

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