Gresko: “5 maggio? Sono stato massacrato, ma si perde e si vince tutti insieme. Ronaldo unico, nemmeno Cordoba riusciva a fermarlo. Il teatro è un hobby, vorrei allenare in Italia”

Gresko: “5 maggio? Sono stato massacrato, ma si perde e si vince tutti insieme. Ronaldo unico, nemmeno Cordoba riusciva a fermarlo. Il teatro è un hobby, vorrei allenare in Italia”

Un amore sincero per il nostro Paese e per l’Inter nonostante le lacrime di quel pomeriggio romano di 12 anni fa e le critiche ricevute da chi lo ha considerato e forse considera ancora il grande responsabile della caduta nerazzurra. Vratislav Gresko non ha dimenticato nulla, ma guarda sempre avanti nella sua seconda vita tra palco e campo

di Simone Lo Giudice

Non solo Inter

(Photo by Ben Radford/Getty Images)

Nel 2002 lei ha lasciato l’Inter ed è passato al Parma: che periodo è stato?
Molto particolare. È stato un periodo molto breve in cui la società si è trovata in difficoltà con la Parmalat. Per me è difficile parlarne, non è stato facile da vivere. Però ho incontrato bravissimi ragazzi come Adriano e Adrian Mutu, Junior e Claudio Taffarel, poi Sebastiano Siviglia. Ho trovato degli amici anche al Parma, poi però ovviamente un calciatore vuole giocare: così ho ricevuto una buona offerta dal Blackburn e sono stato contento di lasciare l’Italia per andare in Inghilterra.

Nel dicembre 2004 lei si è procurato un brutto infortunio: ha condizionato la sua carriera?
Mi sono rotto il crociato: mi è successo giocando per la Slovacchia. Di solito uno si ferma per 6  mesi al massimo, io sono rimasto fuori per quasi 2 anni. Sono ritornato in Italia per farmi curare: non vedevo la luce in fondo al tunnel, poi mi hanno messo a posto per fortuna. Il mio contratto col Blackburn è scaduto praticamente senza giocare e non me lo hanno rinnovato. È stato un periodo duro perché prima di farmi male avevo ricevuto due belle offerte a novembre 2004 da due squadre di Premier, per trasferirmi però avrei dovuto aspettare il mercato di gennaio: mi sono infortunato a dicembre, sono stato sfortunato. Poi sono andato in Germania e ho vinto la Coppa nazionale col Norimberga.

Lei ha giocato con Arturo Vidal al Leverkusen: che giocatore ha conosciuto? Lo vedrebbe bene all’Inter?
Arturo è un grande personaggio: ha la testa dura però è unico. È stato in tante società e ha sempre giocato. L’ho incontrato qui in Slovacchia quando il Cile ha giocato un’amichevole: è un ottimo giocatore, ma non so dire se è quello giusto per l’Inter. Quando giocavamo insieme era meno tecnico di oggi ed era più fisico, correva tanto ed era pericoloso perché aveva il coraggio di entrare palla al piede in area di rigore. Adesso si trova a Barcellona e probabilmente ha compiti diversi.

Le piace l’Inter di Antonio Conte? Che idea si è fatto?
È molto difficile dirlo da fuori. Non è importante se piace a me, deve piacere ai proprietari e ai tifosi. È una squadra abituata a vincere come la Juventus però alla fine solo uno ce la fa. Da fuori vedo poco: non seguo gli allenamenti e non conosco la filosofia della società quindi non posso esprimermi. Accendere la televisione al mercoledì o alla domenica per guardare la partita è troppo poco per dare giudizi sull’Inter.

(Photo by Vladimir Rys/Bongarts/Getty Images)

Suo figlio gioca a calcio: come sta andando la sua carriera? Anche lui giocherà in Italia un giorno?
Mio padre dice che è più forte di me: mio figlio però ha iniziato a giocare quando aveva 6 anni, io a 12 anni quindi c’è tanta differenza tra me e lui sotto questo punto di vista. Poi io ero mancino, lui invece è destro e fa il centrocampista. Se potessi decidere dove mandarlo a giocare lo manderei in Italia perché potrebbe crescere bene. Mio figlio parla italiano e inglese e questo è un bel vantaggio. Chissà che cosa succederà tra due anni, magari non giocherà nemmeno più a calcio. Io posso fare il massimo come padre, ma non posso spingerlo troppo. Durante la crescita i ragazzi scoprono anche altri interessi: chissà come va a finire. Sa giocare a calcio, ma ce ne sono tanti in giro che lo sanno fare.

Lei ha cominciato a giocare tardi: come è nata la sua carriera?
Non sapevo di voler diventare un calciatore. Una volta ho giocato in campagna e mi ha scoperto un allenatore: mi ha chiesto se volevo andare nella sua squadra, ho accettato e ho cominciato a scendere in campo con regolarità. Così sono diventato calciatore.

Lei oggi è tornato a Banska Bystrica sua città di origine…
Per il momento sì, sono a casa mia però chissà dove ci sposteremo in futuro. Qui gestisco un teatro insieme a mia moglie: lei organizza davvero tante cose e di alcune me ne occupo perché sono molto conosciuto ed è un vantaggio. Chiunque contatto sa chi sono e c’è subito fiducia: tutti sanno che le cose andranno per il verso giusto. Comunque anche altre persone ci danno una mano nella gestione del teatro.

Che cosa le piace del teatro?
Mi piace quando è pieno. Gli attori dicono sempre che è meglio recitare in un teatro piccolo e pieno anziché in uno grandissimo e vuoto. Nel calcio funziona allo stesso modo: un calciatore gioca più volentieri in uno stadio piccolo e pieno anziché in uno grande e vuoto. Quando il teatro è pieno la gente ride ed è felice, anche allo stadio è così.

Le mette tristezza vedere il calcio senza tifosi considerata l’emergenza coronavirus?
Sì, anche se nella Liga hanno messo tifosi e cori virtuali presi dalla Playstation e mi è piaciuto da vedere e ascoltare: sembra più divertente, anche mio figlio dice che è un esperimento interessante. Il calcio comunque si gioca per i tifosi, ma è giusto che si giochi e che non sia stato cancellato niente. Sono molto contento per questo.

Com’è la situazione in Slovacchia? Il coronavirus vi ha colpito?
Molto tranquilla, in questi giorni però le cose stanno cambiando come è successo in altre parti del mondo: c’è qualche caso in più e non so che cosa succederà. Abbiamo seguito quello che è successo in Italia, soprattutto a Bergamo, la Lombardia è stata massacrata. Alcuni nostri amici ci hanno informato. Noi torniamo spesso in Italia: ci piace. Se in futuro mio figlio sceglierà di venire a giocare da voi, gli dirò di farlo. Perché non dovrebbe? Che cosa c’entro io? Mio figlio è un’altra persona: deve fare la sua strada, andare sempre avanti e giocarsi le sue carte.

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