Ballotta: “Faccio gol da attaccante perché conosco i portieri. L’Inter mi ha mandato via con una scusa. Donnarumma? È il migliore ma…”

Ballotta: “Faccio gol da attaccante perché conosco i portieri. L’Inter mi ha mandato via con una scusa. Donnarumma? È il migliore ma…”

Ha posticipato la sua seconda vita finché ha potuto. Marco Ballotta ha smesso di giocare in Serie A a 44 anni: basta questo per spiegare tutto di lui. L’ex portiere di Lazio e Inter continua a volare da un palo all’altro con gli amici di sempre e spera di trovare presto un posto tutto per sé nel suo amatissimo calcio.

di Simone Lo Giudice

Come un bambino nel tempo che non perde mai la sua curiosità… di capire che cosa può dare ancora sia in campo che fuori! Oggi Marco Ballotta ha 55 anni di ricordi col pallone tra le mani, ma non solo: quando l’ex portiere di Lazio e Inter ha dato il suo addio al calcio si è reinventato attaccante a livello dilettantistico, tornando tra i pali all’occorrenza. Si è calato anche nella parte del responsabile tecnico, del preparatore dei portieri e persino dell’allenatore: competenze che gli sono valse un curriculum da factotum del pallone. L’eterno ragazzo di Casalecchio di Reno va orgoglioso dello scudetto vinto coi biancocelesti nel 1999-2000, ma preferisce focalizzarsi sulle sconfitte, sui momenti in cui è diventato uomo e in prospettiva campione. Tra i pali Ballotta è stato frizzante come un buon vino: uno di quelli che più invecchiano e più sembrano in grado di poter dare qualcosa in più. Ad oggi è il calciatore più anziano ad aver disputato una partita di Serie A (44 anni e un mesetto) e una di Champions League (43 anni e otto mesi abbondanti): numeri che gli sono valsi l’appellativo di “nonno”, avvalorato da un aspetto che forse non ha mai reso giustizia fino in fondo al suo spirito bambino. Che continua a volare leggero tra un tuffo nel passato e uno nel presente, provando un allungo verso il futuro con il pallone tra le mani e soprattutto nella testa.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)
(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Marco, le manca giocare a calcio?
Non mi manca perché continuo a farlo. La cosa più importante è stare bene e divertirmi. Sono passato dal professionismo ai dilettanti e oggi penso a mantenermi in forma. Sono contento di poterlo fare giocando.

Dopo il ritiro lei ha intrapreso un percorso nel calcio dilettantistico: che cosa le ha dato?
Ho continuato a rimanere nell’ambiente in cui sono sempre stato. Ho giocato fino a 44 anni e questa cosa mi ha un po’ condizionato: mi sono ritirato tardi e non ho avuto il tempo di mettere in cantiere qualche idea per organizzare il mio futuro dopo il calcio. Se vuoi fare l’allenatore devi passare per la gavetta, ma farla a 44 anni è un po’ tardi e non è semplice andare ancora in giro per il mondo a fare esperienza. Quindi ho preferito divertirmi e giocare con gli amici e quando si è presentata l’opportunità ho fatto anche il dirigente e l’allenatore.

Nei dilettanti lei ha giocato come attaccante segnando anche parecchi gol: come ha fatto?
Ho giocato sempre tra i pali e so come muovermi da attaccante quando arrivo davanti alla porta. Fare il centravanti è sempre stato il mio pallino: ricoprivo quel ruolo prima di diventare portiere. Volevo togliermi questa soddisfazione a fine carriera. Non ho mai fatto gol da professionista, ma quando ho smesso ci sono riuscito.

(Photo by Marco Luzzani - Inter/Inter via Getty Images)
(Photo by Marco Luzzani – Inter/Inter via Getty Images)

Come è finito in porta da ragazzo?
Il nostro portiere ai tempi del Boca San Lazzaro ha avuto un brutto incidente e non ha potuto più giocare a pallone. Eravamo tutti ragazzi di 12 o 13 anni ed io ero l’unico ad avere le carte giuste per andare in porta. In quel campionato nel nostro girone giocava anche il Bologna: nelle due partite in cui lo abbiamo affrontato, ho giocato bene tra i pali, mi hanno chiesto di sostenere un provino, ne ho fatti un paio e mi hanno preso. Da lì è nato tutto.

Quali sono le differenze tra quel calcio e quello di oggi? Come è cambiato il ruolo del portiere?
Il calcio è in continua evoluzione. Oggi il portiere è chiamato spesso in causa. Le squadre partono da lui: è l’uomo in più, deve gestire i passaggi all’indietro e impostare l‘azione. Io mi sarei trovato bene nel calcio di oggi perché sapevo giocare coi piedi. Un portiere oggi deve essere veloce a ragionare e a muoversi. Anche il modo di parare è diverso: difficilmente si blocca il pallone perché i tiri sono più potenti e il pallone oggi è più leggero. Però si esagera con la respinta: si tende a intervenire così anche su conclusioni meno potenti, ma se non lo si fa bene arriva l’attaccante e fa gol. Servirebbe una via di mezzo tra le due cose. L’impostazione della parata è cambiata tanto.

(Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)
(Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Su quali portieri di oggi si sente di scommettere?
Tra i giovani sta crescendo bene Cragno: ha un rendimento costante. C’è Donnarumma: è migliorato tanto, ma a volte si perde ancora e fa qualche errore un po’ grossolano. Però è senza dubbio quello che ha più qualità di tutti anche sotto l’aspetto della stazza fisica. Poi non ha paura, ha debuttato a sedici anni, ha un carattere forte e gioca in una grande squadra e penso che il futuro in Nazionale sarà suo. Poi bisogna vedere Meret: il Napoli può lottare per lo scudetto, di conseguenza il ruolo di portiere in quella squadra è determinante, ma lui lo sta ricoprendo molto bene.

Come vede il calcio di oggi? I procuratori sono ingerenti, i giocatori usano i social…
Oggi è tutto esagerato, si pensa più all’immagine che alla concretezza. I social sono un problema. Io non ho mai avuto un procuratore, magari sbagliando, nonostante questo però ho giocato fino a quarantaquattro anni. Forse era un calcio diverso… Oggi si esagera anche nei settori giovanili: quando i ragazzi hanno quattordici anni, c’è già chi gli gira intorno per accaparrarsi qualcuno. I genitori vogliono che il figlio abbia un procuratore perché pensano che farà carriera, ma non è sempre così. Il problema più grosso oggi è la capacità di saper reagire nei momenti di difficoltà: non so quanti ragazzi siano in grado di farlo nella maniera giusta.

(Photo by Matthew Ashton/EMPICS via Getty Images)
(Photo by Matthew Ashton/EMPICS via Getty Images)

Nel 1999-2000 lei ha vinto lo scudetto con la Lazio da protagonista: che cosa ricorda di quell’anno?
Ne parliamo perché è arrivato lo scudetto e si pensa sempre ai risultati positivi. Due anni prima abbiamo perso la finale di Coppa Uefa contro l’Inter, ma nessuno se lo ricorda… A Roma ho vissuto tre stagioni molto importanti. Abbiamo vinto uno Scudetto, due Coppe Italia, una Supercoppa italiana, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa europea, ma secondo me quella squadra era molto forte e avrebbe potuto fare qualcosa di più. Io mi sono ritagliato il mio spazio e sono riuscito a dare una mano alla squadra quando sono stato chiamato in causa.

Era la Lazio di Sergio Cragnotti: che presidente è stato?
Veniva a visitarci raramente, ma ogni tanto capitava. Era un po’ distaccato e aveva tante altre cose da fare oltre al calcio: era sempre in Sudamerica con le sue aziende. L’ho sentito qualche volta in questi anni. L’ho visto a Roma quando c’è stato un raduno degli ex giocatori. Cragnotti è rimasto “il presidente” della Lazio: oggi forse la gente si ricorda di più lui rispetto a Claudio Lotito che però sta facendo tante cose buone per la società. 

Mandatory Credit: Claudio Villa /Allsport
Mandatory Credit: Claudio Villa /Allsport

Dopo lo scudetto, lei è andato all’Inter e ha sfidato la sua ex squadra in Supercoppa: come è stato?
Strano… L’anno prima la Lazio aveva vinto sia lo Scudetto che la Coppa Italia contro l’Inter: quindi in Supercoppa la sfida è stata replicata. Io mi sono ritrovato a giocare contro la mia ex squadra ed è stata una situazione particolare. Marcello Lippi mi ha dato la fascia da capitano pensando che potessi dare qualcosa in più a tutti.

Da ex capitano dell’Inter che idea si è fatto del caso Icardi?
È stata una situazione tirata troppo per le lunghe e ha finito per condizionare lo spogliatoio e le prestazioni. Nell’ultima partita giocata a San Siro, la Lazio è sembrata più squadra, l’Inter invece un insieme di tanti buoni giocatori senza spirito di gruppo. Adesso sembra che tutto sia rientrato, non aveva senso andare avanti in quel modo. Icardi è un capitale della società: o lo metti fuori rosa o lo fai giocare. Spalletti è stato costretto a digerire malvolentieri questa situazione. Le decisioni verranno prese a fine campionato.

Ha qualche rimpianto per essere rimasto all’Inter solo per una stagione?
Il 2000-01 è stato molto complicato. Ero contento di essere andato a Milano: volevo capire come funzionasse una grande squadra. Non che la Lazio non lo fosse, ma l’Inter era più blasonata a quell’epoca. Volevo vedere come fosse organizzata, ma sinceramente non mi ha colpito tanto. Ci sono rimasto solo per un anno: a fine stagione mi hanno detto che dovevano ringiovanire il ruolo, ma al posto mio hanno preso Jimmy Fontana che aveva solo un paio di anni in meno di me. Era una scusa, però va bene così… Mi sono ritagliato il mio spazio: non abbiamo raggiunto grossi obiettivi, ma è stata un’annata importante per me.

(Photo by Mike Egerton - EMPICS/PA Images via Getty Images)
(Photo by Mike Egerton – EMPICS/PA Images via Getty Images)

Nel 2005 è tornato a Roma: come ha vissuto la sua seconda vita alla Lazio? Se la aspettava?
Alla fine del 2003-04 col Modena siamo retrocessi: avevo quarant’anni e uno normale avrebbe smesso, ma io ero testardo e non ero pronto a farlo. In autunno sono andato al Treviso in B: ho giocato uno dei miei migliori campionati e poi siamo andati in A. Il direttore sportivo era Carlo Osti: un giorno mi hanno chiamato da Roma per chiedermi informazioni su di lui e poco dopo si è trasferito lì. Alla Lazio avevano qualche problema coi portieri, allora Osti mi ha chiesto di seguirlo. All’inizio facevo il terzo, poi Matteo Sereni è andato al Treviso al posto mio e sono diventato il secondo di Angelo Peruzzi: quando aveva qualche problema fisico, toccava a me. Poi si è ritirato ed è arrivato Muslera, molto giovane e ancora inesperto. L’ultimo anno di carriera ho giocato 39 partite tra campionato e Champions: veramente tante per uno che deve smettere, ma io mi sentivo ancora bene.

Lei ha giocato con Simone Inzaghi: ce l’ha un difetto?
All’inizio era ancora un po’ bambino, molto ragazzino… È alla Lazio da vent’anni, non ha mai deciso di uscire da quel mondo. Ha accettato di fare la gavetta nel settore giovanile, poi gli è stata data una grande opportunità e l’ha sfruttata al 100% dimostrando di essere un tecnico di alto livello. È in grado di allenare grandi squadre.

(Photo credit should read JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images)
(Photo credit should read JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images)

Lei ha stabilito i record di anzianità in Serie A e Champions: come li vive da fuori?
Tranquillamente, sono gli altri a ricordarmeli. Magari qualcuno li batterà… Sono soddisfatto perché giocare a quell’età non è semplice. Devi stare bene fisicamente e mentalmente, devi avere passione e voglia di allenarti. Non conta la partita in sé, è il desiderio di migliorarsi anche dopo i quarant’anni a fare la differenza. Io mi divertivo… Se ti pesa fare allenamento significa che è arrivata l’ora di smettere, invece se sei il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via vuol dire che ci sei ancora con la testa. Spesso devi misurarti con ventenni che vanno più forte, ma con l’esperienza puoi farcela. Andando avanti con l’età non hai più paura di niente, senti la tensione delle partite nella maniera giusta e digerisci gli errori più facilmente. Trovi una tranquillità interiore che ti permette di continuare. 

Nella sua seconda vita lei ha fatto l’imprenditore nel settore energetico: come è nata questa attività?
L’avevo già intrapresa prima di smettere, ma per colpa di problemi a livello edile le cose non sono andate per il verso giusto e sono stato costretto a mollarla. Oggi si parla spesso di energia pulita, ma dieci anni fa non c’erano le condizioni per continuare e portare avanti quel progetto. Però significa che ci avevo visto giusto…

(Photo by Vincenzo Lombardo/Getty Images)
(Photo by Vincenzo Lombardo/Getty Images)

Lo scorso febbraio lei si è dimesso come direttore tecnico del Varese per problemi societari. Che cosa si augura per il suo futuro?
Spero di rimanere nel calcio perché è il mio mondo. Posso condividere la mia esperienza e trasmettere le mie conoscenze come fanno gli ex giocatori. Restare nell’ambiente sarebbe l’ideale per uno come me che conosce questo settore a menadito. Se serve una mano, posso darla volentieri: mi auguro di poterlo fare. Tanto il mio in campo l’ho già fatto…

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy