Antonini: “Gattuso è malato di calcio, con Leonardo e Maldini un rapporto speciale. Procuratore? Ho iniziato così…”

Antonini: “Gattuso è malato di calcio, con Leonardo e Maldini un rapporto speciale. Procuratore? Ho iniziato così…”

Era in campo quando i rossoneri hanno conquistato il loro ultimo scudetto nel 2010-11. Luca Antonini da Milano è diventato grande nella città in cui è nato e con la squadra del suo cuore, ma anche Genova ha lasciato il segno in lui. Oggi fa l’agente e punta in alto.

di Simone Lo Giudice

Non ha mai smesso di crederci e la sorte lo ha premiato. Luca Antonini, milanese e milanista, ma soprattutto campione d’Italia con la sua squadra del cuore: un calciatore può forse pretendere qualcosa di più? A Leonardo deve tanto: senza i suoi consigli forse la sua avventura al Milan sarebbe finita sul nascere e lo scudetto non sarebbe mai arrivato. Ha avuto come capitano Paolo Maldini e ha giocato con Rino Gattuso, che oggi guida il Milan con passione e ambizione. Nella sua geografia emotiva pesano anche Prato e Genova, dove rispettivamente è cresciuto come calciatore, trovando anche l’amore, e dove si è regalato una seconda vita calcistica dopo l’addio ai rossoneri. Oggi fa l’agente, ma non ha smesso di puntare in alto: “Anto” sa che cosa significhi lottare e conquistare col sudore della fronte quello che vuole.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
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Antonini, le manca il calcio giocato? 
Non mi manca, ho superato questa fase. Oggi faccio più fatica dal punto di vista mentale che fisico: è più facile fare il calciatore rispetto all’agente, ma la mia vita di prima non mi manca. E poi ogni tanto gioco qualche partita… Il calcio stanca quando scendi di categoria se eri abituato a certi palcoscenici. Ho smesso a 34 anni, troppo presto forse. Da un giorno all’altro andare ad allenarmi era diventato un peso. Ero a Prato, in una piazza che mi aveva visto nascere come calciatore dopo la Primavera del Milan e dove è nata la donna che poi è diventata mia moglie. Volevo finire lì, dove tutto era cominciato, senza prendere in giro me stesso e le persone che facevano dei sacrifici economici per me. 

Lei ha fatto le giovanili al Milan e segue quelle di oggi come agente: differenze?
Ai miei tempi si pensava di più alla crescita del ragazzo, anche dal punto di vista della sfera scolastica. C’era un’attenzione a 360° a livello fisico e per l’alimentazione dei giocatori: è stato quello che ho vissuto io al Milan. Oggi conta solo il risultato della partita, il miglioramento del ragazzo sotto altri punti di vista interessa di meno. Tanti 15enni e 16enni oggi non vanno più a scuola, ma pensano solo al calcio senza sapere se diventeranno o meno giocatori di grande livello un giorno. Oggi è cambiato radicalmente tutto.

(Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)
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Nel 2007-08 lei era ad Empoli con Marchisio, Giovinco e Abate, ma siete retrocessi…
Quella stagione mi è rimasta sul groppone. Recentemente ho incontrato Gigi Cagni, che ci aveva allenato quell’anno. Avevamo una squadra molto forte: c’era anche Nicola Pozzi… però siamo retrocessi all’ultima giornata col Livorno. È stata una stagione strana: da un lato mi ha fatto crescere, perché mi ha permesso di ritornare al Milan come terzino sinistro, un ruolo che non avevo mai fatto prima. Dall’altro provo ancora amarezza per non essere riuscito a ottenere una salvezza che con quella squadra oggi avremmo potuto conquistare a mani basse.

Poi è ritornato al Milan nel 2008-09: che cosa ha provato?
La mattina in cui Galliani mi ha chiamato per dirmi che sarei tornato a casa mi si è aperto un mondo. Ci speravo, ma sapevo anche che sarebbe stato difficile. Il Milan mi aveva ceduto all’Empoli in comproprietà e aveva speso parecchio per ricomprarmi. Ero felice e orgoglioso, ma anche timoroso. Al mio ultimo anno con la Primavera del Milan mi ero affacciato alla prima squadra, quando c’erano Mauro Tassotti e Cesare Maldini, poi ero andato via… Tornare indietro mi intimoriva perché mi sarei dovuto rapportare con Paolo Maldini, Ambrosini, Pirlo,  Shevchenko, Kakà: giocatori di un altro livello rispetto a quelli con cui avevo giocato io fino a quel momento. 

(Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)
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Nel 2009-10 al Milan in panchina è arrivato Leonardo: che rapporti ha con lui?
Sono molto legato a Leo… L’ho vissuto sia come compagno di squadra che come allenatore. Nell’estate 2010 l’Udinese mi voleva e io ero indietro nelle gerarchie: c’erano Zambrotta e Jankulovski, era tornato Oddo dal Bayern, anche Abate che Leo vedeva come terzino destro. Prima del derby, mancavano tre giorni alla fine del mercato, Leonardo mi disse “Luca, io il Milan non lo lascerei mai perché non si sa mai che cosa può succedere”. Lo ringrazio perché sono rimasto e mi ha dato la possibilità di giocare titolare in quella squadra. Ogni tanto lo sento: gli ho fatto i complimenti per come ha gestito questo inizio di stagione e per gli acquisti che ha fatto a gennaio.

Si aspettava che Leonardo sarebbe tornato al Milan dopo quel passaggio all’Inter come allenatore?
Sinceramente no, è stata una sorpresa: gli avevo dato una mano insieme a Claudio Vigorelli per andare ad Antalyaspor ad allenare. Pensavo che volesse continuare la sua carriera in panchina: secondo me Leo è molto bravo e ha idee molto innovative. Aveva utilizzato un metodo di allenamento particolare nel pre-ritiro al Milan: si correva solo col pallone ed era una cosa nuova all’epoca, parlo di 7-8 anni fa. Ma Leo è anche un dirigente con gli attributi, molto ma molto competente e parla tantissime lingue: è perfetto per questo nuovo Milan.

Come vede Paquetà? Somiglianze con Kakà?
È un ragazzo nel ’97 ed è stato buttato subito nella mischia nel campionato italiano, il più difficile del mondo. In Coppa Italia contro la Sampdoria, una delle squadre che gioca meglio, ha fatto benissimo. Da subito si è capito che è un gran giocatore. Lo avevo visto in qualche video quando giocava ancora in Brasile e avevo notato le sue qualità, ma mai avrei pensato che potesse fare subito così bene. Leo ci ha creduto, Paolo anche: hanno spinto per comprarlo perché hanno intravisto in lui qualità simili a quelle di Kakà. Sono due giocatori differenti, ma Paquetà è già un giocatore importante per il Milan, non solo in prospettiva.

(Photo credit should read CARL DE SOUZA/AFP/Getty Images)
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Lei conosce bene il Genoa: si aspettava questo Piatek?
Chi conosce il campionato polacco, conosceva già le qualità di Piatek. L’agente Gabriele Giuffrida è stato bravo a convincere Preziosi a investire 4,5 milioni per lui, che non sono pochi… Io vivo a Genova e ho visto qualche suo allenamento oltre a qualche partita: è un animale! Piatek vede la porta anche quando è sotto la doccia, è un giocatore incredibile. Il Milan ha fatto benissimo a investire questi soldi: oggi ne prenderebbe già il doppio qualora dovesse decidere di cederlo. Fare 6-7 gol al Milan vale quasi quanto farne 30 al Genoa.

Come è stata presa la partenza di Piatek a Genova?
Male perché i tifosi genoani si legano molto ai giocatori che fanno bene qui. Perdere un calciatore come Piatek, che li aveva fatti sognare come Milito in passato, li ha devastati… Quando una squadra come il Genoa si vede recapitare 35-40 milioni subito, in un mercato difficile come quello di gennaio, è impossibile rifiutare. La società ha fatto bene a venderlo perché ha potuto comprare altri giocatori che le hanno garantito un equilibrio che magari prima non c’era. Ma qui l’hanno presa malissimo e ce l’hanno col presidente per questa cessione.

(Photo credit should read -/AFP/Getty Images)
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Lei ha vinto lo scudetto al Milan nel 2010-11 con Massimiliano Allegri in panchina: come lo vede oggi? Sotto quali aspetti è migliorato?
Penso che Allegri al momento sia uno dei tre migliori allenatori in Europa. Al Milan lo ha dimostrato vincendo uno scudetto. È migliorato tanto nella gestione dei giovani che hanno grandi qualità: come Dybala al primo anno, oggi Bentancur. A gestirli è il numero uno. Poi ha vinto quattro scudetti di fila con la Juve, quest’anno alzerà il quinto. Ha portato la squadra a due finali di Champions, qualcosa di impensabile prima di lui. Al Milan non è riuscito a trovare continuità sotto il punto di vista delle vittorie: al secondo anno il campionato lo abbiamo perso noi, non lo ha vinto la Juve. Se quell’anno lo avessimo conquistato forse oggi ci sarebbe tutta un’altra storia da raccontare.

Lei ha giocato con Seedorf, Inzaghi e Gattuso. Sulla panchina del Milan ci hanno provato tutti e tre: perché ci è riuscito solo Rino finora?
Tutti descrivono Gattuso come un ragazzo che ha solo grinta, invece è una persona intelligente: quello che gli viene detto gli resta dentro ed è bravo a mixare le sue idee con quelle delle persone che gli stanno sopra come Leonardo, Maldini e Gazidis. Questo Milan è il suo Milan, lo ha creato lui con la cattiveria che gli è sempre appartenuta. E poi è un bravo allenatore perché fa giocare bene la sua squadra. Lo scorso anno Rino ha avuto la forza di tenere duro in una situazione ibrida, piuttosto brutta, e oggi ne sta raccogliendo i frutti. Quest’anno è stato in bilico, ma non si è arreso e i suoi giocatori farebbero di tutto per lui. Rino ha anche la fortuna di avere al suo fianco Gigi Riccio, che è un secondo molto bravo: la forza di tanti allenatori sta anche nello staff che sono stati in grado di crearsi.

Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)
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Che ricordo ha di Gattuso calciatore?
Rino era già malato di calcio quando era un calciatore: malato di giocatori e di qualsiasi cosa che gira intorno a questo mondo. Sapeva tutto. Chi lo ha vissuto e chi lo vive si rende conto che il suo modo di fare rude nasconde grandi qualità. Tutti pensavano che Rino da calciatore non avrebbe mai potuto fare la carriera che ha fatto, ma quando facevamo i palleggi a due tocchi, non perdeva mai! Tutti dicevano che era solo grinta: non è così. Le sue qualità sono cresciute negli anni ed è riuscito a migliorarsi perché è una persona intelligente e ambiziosa.

Lei ha indossato la fascia di capitano del Milan: che idea si è fatto sul caso Icardi?
La fascia ha un significato un po’ di facciata perché i veri leader spesso sono altri: quelli silenziosi dentro lo spogliatoio e nel mio Milan ce ne erano tanti. Nonostante questo la fascia spettava a Paolo, al giocatore con maggiore esperienza: non aveva bisogno di parlarti, gli bastava uno sguardo per dirti tutto. La fascia è un riconoscimento a una carriera, poi sta alla singola persona portarla con onore. Credo che Romagnoli sia la persona giusta in questo Milan: parla poco, pensa a giocare, è il primo ad arrivare al campo e l’ultimo ad andare via. Icardi? Non voglio giudicare nessuno, però Marotta ha deciso di togliergliela per mandare un segnale a tutti quanti: sa che la fascia ha un valore inestimabile. Chi la indossa deve dare l’esempio dentro e fuori dal campo.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)
(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Lei ha chiuso col grande calcio a Genova: che rapporto ha con la città e i tifosi rossoblù?
Quando sono andato via dal Milan ho pianto perché si chiudeva una lunga storia, iniziata quando avevo 6 anni e finita a 32. Dal primo giorno in cui sono arrivato a Genova mi sono sentito a casa, ma credo che anche la fortuna mi abbia aiutato: esordire in un derby e fare gol dopo otto minuti non è da tutti. Sono stati anni bellissimi: al secondo abbiamo ottenuto la qualificazione alla Coppa Uefa, al primo una salvezza difficile. Ho conosciuto una piazza che vive di calcio ed è innamorata della sua squadra. Quando senti il calore di questi tifosi, sei disposto a fare qualsiasi cosa per loro. Sono rimasto a vivere a Genova con la mia famiglia e ho comprato casa. Quando sono andato spalare per l’alluvione nel 2014 l’ho fatto per ringraziare questa gente e restituire quanto mi era stato dato.

Quando ha deciso di fare il procuratore? Come è nato il rapporto con Claudio Vigorelli?
All’inizio volevo allenare: al mio penultimo anno al Milan ho preso il patentino Uefa B. Nel 2016 ho iniziato nel settore giovanile del Prato da novembre a giugno. Sono stato vicino ad allenare gli allievi nazionali al Milan quando c’era ancora Galliani in società, poi però la dirigenza è cambiata ed è saltato tutto. A Firenze ho incontrato Claudio Vigorelli, che mi proposto di andare a Milano due estati fa per capire se mi sarebbe piaciuto intraprendere questo mestiere. In due mesi ho scoperto che è la mia strada. Ho già concluso un po’ di trattative: Brlek al Genoa, Sandro al Benevento e Djourou alla Spal. Non era scontato riuscirci subito perché c’è molta concorrenza in questo mestiere. Seguo anche molti giovani. Ho iniziato questa nuova carriera a modo mio: sono partito dal basso, ma sogno in grande. Sono ambizioso, ma so che serve pazienza e che bisogna saper aspettare il proprio turno.

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