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L’Appunto

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Di Stefano Impallomeni. Una battaglia autentica, fino alla fine, come tante che soltanto lui sapeva condurre. Sinisa Mihajlovic non c'è più, ma la sua grandezza è stata una: ha saputo vivere e ha saputo morire da uomo vero.

Stefano Impallomeni

Una battaglia autentica, fino alla fine, come tante che soltanto lui sapeva condurre. E infine, il saluto che commuove tutti. Sinisa Mihajlovic non c'è più, arresosi a testa alta e con coraggio straordinario, a una malattia infida a soli 53 anni. Un trapasso crudele e precoce, davvero troppo e ingiusto per chi soprattutto lo ha amato profondamente. Basta dare una letta ai ricordi, le frasi scritte dai suoi familiari, per capire la sua totalità di sentimenti, di vita intensa, di valori e di profondi pensieri che lo legavano in un unico percorso che è stato specialmente il calcio. Un uomo diretto, dritto e verticale, che non amava i grigi, le mezze misure e stava bene soltanto se si sentiva libero di essere Sinisa Mihajlovic.

Un uomo incapace di recitare una parte

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È stato un grande campione, un grande uomo, netto e generoso. E di una sensibilità che soltanto i suoi cari hanno vissuto come nessuno. E non poteva essere altrimenti. Un capofamiglia debordante in ogni dove. Sempre sincero, con se stesso e con gli altri. E come diceva lui, uno che non sapeva recitare una parte. Uno che non recitava mai e che non nascondeva piccoli, grandi, rimpianti come ad esempio la non partecipazione a un mondiale del 1987 in Cile con la sua Jugoslavia, quando calciatori tipo Prosinecki, Jarni, Suker, Stimac e Boban salirono sul tetto del mondo nel campionato del mondo Under 20. E lui non c'era. Intollerabile per Sinisa, la sua Jugoslavia Under 20 campione del mondo, che poi si sarebbe disgregata in una scia di sangue dolorosa negli anni a venire.

Vivere e morire da uomo vero

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Ma quattro anni più tardi, a Tokyo, nel dicembre del 1991, nella finale vinta dalla Stella Rossa contro i cileni del Colo Colo allenato da Mirko Jozic, il CT che lo escluse dall'avventura cilena del'87, la rivincita. 3-0 netto e Coppa del Mondo, l'Intercontinentale in bacheca, grazie a un super Jugovic, doppietta, e nonostante l'espulsione di Savicevic al 43'. In dieci fino alla fine, in inferiorità numerica, e lui, baluardo insuperabile, a combattere su ogni pallone per conquistarsi la gloria negatagli quattro anni prima. Era questo Mihajlovic. Il dettaglio nell'insieme, qualunque esso sia stato, piccolo o grande. Amava sfidare e sfidarsi, aspettare il momento per rifarsi, sapeva perdere e sapeva vincere, metteva tutto se stesso in ogni cosa con il cuore dei grandi. Ma soprattutto la sua grandezza è stata una: ha saputo vivere e ha saputo morire da uomo vero.