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L’Appunto

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Di Stefano Impallomeni. Il nostro campionato sembra ridotto a un'arteria di transito, un movimento alla periferia europea, distante anni luce dalla Premier League e dalle altre leghe che contano. Non siamo più ricchi di soldi e forse anche di idee.

Stefano Impallomeni

Ci sono molte banalità in questo periodo anche se, come i luoghi comuni, servono ad orientarci e fanno una realtà. Ci aspettiamo altro, sogniamo altro, assistiamo a qualche eccezione oltre la solita narrazione, ma si fatica ad uscire dal seminato di una cronaca più o meno annunciata. Perché ci si specchia nello stato attuale della crisi, che è più profonda di quel che appare.

Il bilancio prima del mercato

In Serie A si attende l'occasione giusta tra usato sicuro e qualche ripensamento. Calciatori come Dybala e Belotti sono in attesa di collocazione, inghiottiti dalle dinamiche fluide che descrivono le titubanze e le debolezze dei nostri club, inchiodati dalle operazioni di cassa e da saldi da tenere d'occhio. Si allentano le trattative per questioni di bilancio e di perdite economiche costanti, che dopo la pandemia si sono quasi triplicate. Non possiamo fare granché, attenderci di più. Ci sono più pause che accelerazioni in questo mercato a fuoco lento. Si pensa ad abbassare i prezzi per fare spesa nel "costi non quel che costi". Vendere prima di acquistare è diventato ormai un obbligo comune per ogni club.

Pogba, Di Maria e Matic sono eccezioni

La sensazione, poi, è che non ci fila più quasi nessuno, se non chi ha già dato altrove e ritenta emersioni orgogliose a patto di riconoscimenti di danaro importanti. Pogba, Di Maria, Matic sono le poche eccezioni. E a parametro zero. Ottime operazioni, con l'obiettivo di raggiungere un'adeguata competitività, ma non investimenti nel lungo periodo vista età e chilometri macinati. Non esistono colpi davvero importanti, nuovi, veri, circolari. Esiste un temporeggiare tramite sacrifici rilevanti. Per ora cessioni eccellenti, l'ultima di Koulibaly, forse in futuro quelle di Skriniar e di De Ligt.

La Serie A come arteria periferica

È una Serie A che rischia di essere senza difesa, in ogni senso. Il nostro campionato ridotto a un'arteria di transito, un movimento alla periferia europea, distante anni luce dalla Premier League e dalle altre leghe che contano. Non abbiamo più appeal e siamo diventati incudine, subendo clamorosamente la prepotenza economica e finanziaria degli altri. Non siamo più ricchi di soldi e forse anche di idee come una volta. C'è una vulgata generica di malessere in cui nessuno ha il coraggio di arare un altro percorso, portarci oltre questa mediocrità di interesse. C'è chi denuncia come e quando ripartire alla ricerca di una sostenibilità accettabile e di una credibilità seria. C'è chi fa report su come stiamo messi, ma basta guardarsi intorno e capire anche questo mercato per intuire il grande disagio. Perché questa volta corriamo davvero sul posto, mentre gli altri volano, più forti e più ricchi, giocando un altro sport con i calciatori che fanno una vera differenza nella grande differenza di un mondo che chissà quando mai riusciremo a rivedere e a rivivere.