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L’Appunto

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Di Stefano Impallomeni. Non è ancora finita la prima fase, ma al momento appare un mondiale tecnicamente e tatticamente omologato, in attesa di un salto di qualità sostanziale.

Stefano Impallomeni

Non è ancora finita la prima fase, ma al momento appare un mondiale tecnicamente e tatticamente omologato, in attesa di un salto di qualità sostanziale. Tutti, o quasi, sembrano assomigliare a tutti, o quasi. Grandi equilibri, pochi domini profondi, rari picchi di individualità eccellenti. Forse, il solo Mbappè rappresenta l'eccezione nei contesti non molto dissimili che sanno sviluppare una forza piena e convincente. Il francese è diverso, perché catalizza diversamente un'attenzione, sapendola trasformare in una forma d'arte. Ci sono anche gli altri, certo, anche più nobili considerate le carriere. Come i soliti noti del calibro di Messi, che non è ancora del tutto illuminato e abbastanza consumato, sebbene appartenga a un'altra categoria. E CR7, in cerca di riscatto.

Squadre preparate, ma pochi fuoriclasse

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Eppure non sembrano tempi propizi per chi deve fare la differenza con il talento individuale, che sembrerebbe andare completamente alla squadra e tornerebbe indietro ai protagonisti soltanto a sprazzi. È un calcio di contrasto, totale nell'agonismo, e normale nel preparare vere iniziative, fantasie pure. Contrasti di ogni tipo tra tecnologie dilaganti, giovani rampanti più o meno validi ma non ancora pronti e vecchie certezze vicine al passo d'addio. Non che tutto questo sia deprecabile, per nulla brutto, ma verosimilmente omologato nella proposta e nella controproposta. Le squadre dimostrano di essere tutte preparate, anche quelle senza grande tradizione molto di più rispetto al passato. Ci sono buone squadre, insomma, che sanno stare al mondo, ma scarseggiano pochi fuoriclasse e addirittura presunti tali.

Un modo comune di fare calcio

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Basta aver visto l'ultima partita della settimana per farsi un'idea. La Spagna, ottima squadra, contro la Germania non travolge e non stravolge granché. Si resta per ora a raffiche episodiche di stili, con giocate belle e annunciate, indipendentemente da chi le abbia fatte. Manca una squadra che marchi veramente un'idea nuova, costante, continua e visibile, perché sembra tutto ereditato perlopiù dalle mode e da un pensare comune di fare calcio. Aumentano sempre di più i calciatori bravi, promettenti, ma non nascono geni veri, eccezioni (poche) a parte. In base ai differenti potenziali e ai sistemi di gioco, la sensazione è che esista un concetto generale base, un template condiviso sul quale ci può stare una scelta diversa, anche se l'obbligo vitale è un altro.

Il Brasile può essere la variazione al tema

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Un obbligo che risiederebbe nella necessità del momento, che non è niente altro un allineamento a una organizzazione di gioco importante, a una grande condizione atletica e a dei principi che oramai sembrano consolidarsi nel calcio moderno. Esistono le sfumature, le diversità, nel bisogno di avere fisicità, velocità e intensità rilevanti, che sono i presupposti essenziali per competere e sperare di vincere. Vedremo cosa sarà ancora questo mondiale. E vedremo se il Brasile può essere la variazione al tema. Il Brasile ha le caratteristiche per farcela. Ma anche lì non sarà facile uscire dal compromesso e vincere seguendo un istinto che fu. Il CT Tite vuole rompere gli schemi, ripristinando lo stile Ginga, quello del '58 in Svezia sdoganato da un certo Pelé. Un Brasile spregiudicato, in avanti, al passo di capoeira, ricco di tecnica e gol spettacolari. Sarà la strada giusta per tornare sul tetto del mondo a distanza di 20 anni?