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L’Appunto

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Di Stefano Impallomeni. Tutti in letargo e appuntamento a gennaio per un altro campionato, finora dominato dal Napoli con passo infernale e qualità inarrivabile. Nell'ultimo turno prima del rompete le righe non stecca chi non doveva steccare.

Stefano Impallomeni

Tutti in letargo e appuntamento a gennaio per un altro campionato, finora dominato dal Napoli con passo infernale e qualità inarrivabile. Nell'ultimo turno prima del rompete le righe non stecca chi non doveva steccare. Milan, Juventus e Inter tornano a farsi serie, seppur tra partite diverse e problemini ancora da risolvere.  E non è detto che sia un male poter e dover mettere a posto delle situazioni con Spalletti, il marziano perfetto, che spariglia specialmente sul profilo della gestione e nel capire meglio degli altri la stagione, davvero unica visto l'imminente mondiale qatariota a pochi giorni dal via.

Milan, una vittoria psicologica

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Il Milan, forse, pensava diversamente, da primo della classe, un pochino appesantito da uno scudetto conquistato ai titoli di coda. E, invece, si scopre come nello scorso anno. Un privilegiato precario per colpa del Napoli. Diavolo ancora umano tra gli umani, con infortuni difficili da abbattere e qualche calcolo approssimativo di forza e senza un miglioramento che ci si aspettava. Le sbandate con Sassuolo, Torino e Cremonese rappresentano colpevolmente un limite e non poche responsabilità. Con la Fiorentina per poco non ci si ricasca. Per il Milan è una vittoria psicologica più che tecnica, figlia anche di decisioni arbitrali discutibili.

Allegri resuscita l'anima della Juventus

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Una cosa nuova e diversa rispetto ai mesi scorsi è la Juventus, che è tornata spietata nelle ultime sei giornate grazie a un filotto sontuoso tra le cui vittime ci sono i nomi di Inter e Lazio, travolta alla distanza, tra gli errori di Milinkovic-Savic e Cataldi sfruttati con vecchio mestiere e assenze pesanti non sostenibili a lungo termine. Sarri, in ogni caso, a testa alta. Con 30 punti dopo 14 giornate è lì, con +9 rispetto allo scorso campionato nello stesso periodo. Allegri, in attesa di ritrovare i big, ha avuto il merito di resuscitare l'anima della squadra e aver saputo rilanciare chi era ai margini o forse frettolosamente ritenuto inadeguato. Kean e Rabiot, oltre il giovane Fagioli, sono gli esempi di tutto questo lavoro, che rientra in uno scorcio di valutazioni azzeccate da parte dell'allenatore bianconero, che si era perso tra mille questioni legate al passato che lascia il tempo che trova. Ottimo rientro, dunque, nella lotta che conta con sei vittorie consecutive senza subire reti. Gli attaccanti fanno centro e la difesa è la migliore del campionato. Sono questi i veri segnali di una squadra che sa dove vuole arrivare e che fare del suo destino.

Inter, nessun limite alla provvidenza

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Anche Inzaghi, come Allegri, è uscito dalla bufera. La sua Inter è fuori da un tunnel pericoloso da tempo e ha numeri diversi ma interpretabili in ottica Champions o scudetto, Napoli permettendo. I nerazzurri segnano più o meno come il Napoli (3 reti in meno degli azzurri, secondo attacco del campionato) ma subiscono troppo da squadra media piccola, troppo poco per cercare di fare scalate impegnative. L'Inter però mantiene uno swing d'elite, perché sa muoversi con naturalezza e armonia, se vuole, lassù in alto: quando vince lo fa da protagonista, da possibile primatista, in modo netto e perentorio. Se sistema la difesa e Inzaghi ruota bene le scelte, nessun limite alla provvidenza.  Tutto chiuso o tutto aperto, chissà, ma qualcosa si muove e qualcuno ci crede, dicendolo o pensandolo, perchè ci saranno 23 partite da giocare.

Una Roma con e una senza Dybala

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E nel frattempo si rivede uno come Dybala, che negli ultimi 20 minuti contro il Torino toglie dall'imbarazzo una Roma povera tecnicamente, statica, e in preda a un'involuzione di gioco preoccupante. L'argentino crea e conclude da solo più di quanto abbia fatto la sua squadra nei restanti 70 minuti. Mourinho, a fine partita, li definisce i 20 minuti della speranza. C'è una Roma con Dybala e una Roma senza Dybala. Bene, ma non benissimo. Ce ne siamo accorti e non ci voleva molto a intuirlo, anche se una squadra non può dipendere da uno o due giocatori ma da tutti e deve avere un'identità chiara e una mentalità importante qualunque gioco si scelga.