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L’Appunto

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Di Stefano Impallomeni. 7 minuti folli allo Stadio Olimpico, che evidenziano più i demeriti della Roma piuttosto che la reazione fulminea della Juve. E Mou attacca, anche se questa volta i bersagli del suo sfogo non sono gli arbitri

Stefano Impallomeni

Alla seconda giornata di ritorno di questo campionato altre emozioni, delusioni, rimonte fatte e subite da urlo e l'ultima in classifica, la Salernitana, che sbancando Verona conferma che la speranza di salvezza è più che viva che mai. In alta quota, però, l'andatura si fa sostenuta e le prime 4 in classifica aumentano i giri del motore. Milan e Inter, dal giorno alla sera, si rispondono vincendo, il Napoli sfata il tabù "Maradona" e torna a vincere contro la Samp dopo tre sconfitte consecutive in casa. L'Atalanta in modalità luna park non è da meno a Udine, ma è allo Stadio Olimpico che si consuma il teatro del possibile e dell'impossibile nel derby delle deludenti e delle imperfette.

Roma e Juventus se le danno di santa ragione. Cose mai viste o meglio impreviste. Gol, errori, di tutto e di più. Due squadre fin qui al di sotto delle aspettative, risultati alla mano, si rendono protagoniste, oltre i propri limiti, le proprie contraddizioni tecniche e DNA non esattamente precisati. Le emozioni e le follie si susseguono senza tregua. Sette reti, sette minuti fatali, con un rigore sbagliato e amnesie che superano le abilità individuali. Mourinho in panchina perde il duello con Allegri in tribuna per squalifica, ma la distanza della differenza del successo bianconero e della sconfitta romanista è in campo, proprio in quei 7 minuti scarsi, a cavallo del settantesimo, quando la squadra giallorossa dal 3-1 passa al definitivo 3-4. Il fatto è clamoroso e diventa la notizia. Di solito, in questi casi, si parla di black-out e può succedere, è successo e succederà ancora, ma era pura immaginazione pensarlo per un tipo come Mou, che per la prima volta nella sua carriera, in 21 anni, come se non bastasse, si becca 4 reti in campionato in casa. Anche questa cosa è un inedito.

Possiamo fare mille analisi e altrettante considerazioni sul perché nel calcio succedono fatti del genere, ma meglio appoggiarsi alle dichiarazioni di Mou che a fine partita la dice tutta, senza filtri, parlando di collasso psicologico e direzioni da prendere sul profilo da scegliere per il futuro, quale mentalità scegliere: ossia la sua. Non sarà lui ad andare incontro ai giocatori, ma viceversa, verso un altro modo di pensare, senza paure e con più coraggio. Con un forte senso di responsabilità e di leadership in poche parole. La comfort zone del sesto o settimo posto, la scarsa personalità anche di alcuni titolari, la fragilità diffusa della sua squadra  è una situazione da valutare, che non fa per Mou. Ed è lui stesso che lo dichiara. Denuncia aperta e situazione che non gli appartiene. Lo sfogo di Mourinho risparmia soltanto gli arbitri ed è molto chiaro, deciso e forse definitivo. In buona sostanza, tradotto: se nasci Mourinho non puoi mediare, nonostante la sua voglia (confermata) di rispettare l'accordo dei tre anni di contratto sia vivissima e sincera. Il messaggio diretto al club, a tutti i suoi, all'ambiente è nuovo, questa volta.

Mourinho è bravo, ma fatica ad abituarsi a un calcio in galleggiamento, grigio, qualche volta fiammante e perlopiù malinconico nei risultati, amore dei tifosi a parte che resta, allo stato attuale, la sua vera e indiscutibile vittoria. In questo senso ha già vinto, ipnotizzando una piazza, tipo sindrome di Gerusalemme, ma non del tutto chi può garantirgli di essere o di tornare ad essere Mourinho. Il portoghese schiuma delusione. È in balia di qualcosa di incontrollabile e non è all'altezza della sua fama. E la frustrazione è forte perché la sensazione è che abbia bisogno di 5 o 6 calciatori forti, al suo stesso livello di esperienza e di mentalità, di vittorie per essere se stesso. Altrimenti ha poco senso fare come Diogene, a cercare un mercato faraonico che non s'ha da fare e un calcio transitorio abbastanza statico, né veramente suo, né mai costruito davvero fino in fondo in questi primi 7 mesi di Roma. 

In quei 7 minuti, forse la fotografia del momento che dura da tempo, chissà se c'è la fine di un ciclo. Indubbiamente, in quei 7 minuti c'è una sorta di deadline per ogni coscienza, senza più alibi. 7 minuti mentalmente pesanti da subire e da gestire. E 7 minuti peggiori di una partita giocata in modo ignobile, come accaduto in Norvegia nella disfatta storica con il Bodo. I 7 minuti dello Stadio Olimpico vanno oltre, fanno male all'anima, come dice Mou, e rappresentano lo specchio di un modo di essere, di un presente che fa a pugni spesso con il passato e flirta il più delle volte con un futuro non così facile da costruire. La Roma deve pensare all'oggi, che poi è soltanto ieri e non è tutto così in costruzione come si dice. Il club ha speso, forse a giugno spenderà, ha cambiato linea ed è in attesa di verificare le risposte da chi aveva fatto delle richieste. E in attesa di scoprire e di imparare a fare calcio. Poi, il resto.

Perché è importante sapere di non avere la vittoria in pugno al settantesimo, dopo aver giocato una super partita, come è inutile immaginare il futuro se non sei affidabile nel presente. Mourinho ha detto la sua, ma la responsabilità di questo momento particolare e delicato è sempre da suddividere. È di tutti, non soltanto di chi entrato e stordito, a freddo, ha la colpa di sbagliare un movimento o una posizione sul gol del 3-3. Una squadra vince e perde insieme. E la leadership, se non c'è, si costruisce con pazienza oppure si compra a caro prezzo. Dipende dai punti di vista. Adesso meglio concentrarsi al day by day, al calcio ai tempi del covid, della precarietà diffusa, di un tempo diverso, poi si vedrà. La via del rilancio sul campo però è lì a portata di mano ed esiste ancora. Da domenica prossima fino a fine febbraio, prima dell'Atalanta a marzo, c'è un calendario da sfruttare. Serve un filotto di vittorie per cambiare la narrazione spigolosa del post Juventus e capire che non tutto è da buttare, perché di dover cambiare qualcosa e qualcuno lo si sapeva da tempo, ma nessuno ne parlava così spesso. Detto questo, Mou resta un valore aggiunto e non è abituato a perdere così: senza logica e onore, alla buona. Anzi, difficilmente si abituerà a farlo. La sconfitta è ingestibile, per definizione: il suo vero problema. La sua storia vincente è la sua forza e al tempo stesso il suo limite. La sfida è lanciata. Saprà trovare una sintesi virtuosa tra quello che è stato e quello che sarà a Roma in questo periodo?