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L’Appunto

UDINE, ITALY - MAY 06: Igor Tudor head coach of Udinese Calcio gestures during the serie A match between Udinese Calcio and FC Internazionale at Stadio Friuli on May 6, 2018 in Udine, Italy.  (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Di Stefano Impallomeni. Sarà che forse siamo soltanto nel girone d'andata, ma la tendenza di fare le partite, senza  tanta speculazione, ci piace.

Stefano Impallomeni

L'obbligo di tenere alte le prestazioni sembra essere il comune denominatore di questo campionato. Sia in vetta che in altre parti della classifica similitudini interessanti di prestazioni, a dispetto di organici differenti. Ed è così che oltre un sontuoso derby sul piano dell'intensità, c'è tanto altro ritmo su altri campi, grazie ormai a un consolidato modo di approcciare un calcio diverso, più offensivo e sfacciato, molto meno pauroso. Sarà che forse siamo soltanto nel girone d'andata, ma la tendenza di fare le partite, senza tanta speculazione, ci piace.

La prestazione del Verona a Napoli è l'esempio eclatante di questo tipo di evoluzione. Per carità, la casa dei Tudor è lontana dall'essere ancora una dinastia, ma colpisce per il suo stare in campo. Il Verona è una bella conferma e la sua offerta è godibile. E abbastanza completa, con ottima copertura degli spazi, corsa, aggressione, interpretazione, agonismo e tecnica, capace di mostrare una mentalità spaventosamente forte, da grande squadra che cerca di vincere, senza subire alcuna sudditanza. La squadra di Tudor non ha una classifica ambiziosa, ma il calcio che sa fare è da primato. Grande personalità con esami impegnativi già superati brillantemente. Questo tener testa a chiunque è segno di una crescita e indica un cambiamento generale significativo che è in atto da tempo. E tra i maggiori meriti di Tudor c'è quello di non aver rinnegato il lavoro degli ultimi anni fatto da Juric. In altri posti non è stato così e si nota, con situazioni peggiorate. Nulla viene dal nulla e bisogna ricordarselo.

Bello, quindi, assistere a tanti allenatori che sono sempre più preparati e sono pronti a farsi rispettare contro un pronostico già scontato di sconfitta. Non esiste più una grande differenza tra il massimo e il minimo. Certo c'è una classifica a marcare le distanze, ma le partite sono molto simili un po' dappertutto. Ci vuole attenzione e l'obbligo di tenere alte le prestazioni, renderle perlopiù soggettive, senza esagerare naturalmente, contando però su idee e coraggio. La sensazione è che Mancini con la sua nazionale abbia fatto da apripista. Giocare per vincere (realmente) o almeno tentare di farlo, quasi sempre, è la chiave d'accesso per stare in questo nuovo mondo. Poi magari nel girone di ritorno qualcosina di misto si rivedrà per stringere un vecchio compromesso con l'ansia da risultato. Nel frattempo apprezzamento convinto per chi se la rischia, con dovizia di dettagli e preparazione. In ogni caso è un bene, perché scendere in campo pensando di aver già perso sembra passato remoto.