La guerra alle TV pirata: ecco cosa rischia chi utilizza il “pezzotto”

La guerra alle TV pirata: ecco cosa rischia chi utilizza il “pezzotto”

Di Francesco Paolo Traisci. La guerra alle TV pirata è appena iniziata. I vari blitz delle scorse settimane sono stati uno stop che ha solo scalfito business milionari. E visto che la repressione penale per chi gestisce le TV pirata non funziona granchè, c’è anche la possibilità di perseguire gli utenti…

di Francesco Paolo Traisci

La guerra alle TV pirata è appena iniziata. L’operazione Free TV, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, gli arresti e gli oscuramenti di server, i sequestri operati dalla Guardia di Finanza, le operazioni di polizia internazionale che avevano portato al sequestro di server di Iptv di 5 paesi europei della TV pirata Xstreme, l’operazione della Polizia di Palermo contro l’altra Iptv Zsat, sono sì punti a favore nel contrasto al fenomeno ma, come abbiamo avvertito, non sono affatto risolutivi. Il business illegale delle IPTV ormai ha acceso l’interesse di importanti organizzazioni criminali, che purtroppo non sono assolutamente disposte a cedere le armi.

I vari blitz delle scorse settimane di Polizia e Guardia di Finanza, che avevano consentito di oscurare molte piattaforme illegali che diffondevano abusivamente su internet, per pochi euro al mese, oltre alle immagini delle gare di calcio anche i palinsesti di Netflix, Infinity e di altri network per le quali sarebbe necessario un regolare abbonamento sono stati uno stop che ha solo scalfito business milionari portando a qualche arresto e qualche sequestro di grosse somme di denaro contante. Sì, perché molti dei gestori hanno reagito!        

La reazione dei pirati

Come avverte il sito Open.online, molti dei fornitori si sono affrettati ad assicurare ai propri clienti che tutto sarebbe rimasto come prima. Addirittura il gestore di Truststreaming, Iptv internazionale illegale che offre oltre 5.000 canali, ha pubblicato un video su Youtube per spiegare che l’abbonamento con la sua piattaforma sarebbe rimasto valido e che i loro dati, essendo criptati, non sarebbero finiti nelle mani della polizia e che non ci sarebbe stato alcun problema! Tanto che, a poche ore dai vari blitz, moltissimi spettatori hanno comunque potuto continuare a godersi illegalmente dal computer di casa propria il match Napoli-Lecce!

Sì, perché ormai basta poco: un decoder illegale, spesso ormai una semplice chiavetta USB, il cd. pezzotto appunto, ed un codice. Infatti grazie ad una complessa struttura tecnologica a monte, ossia messa in piedi dalle varie organizzazioni criminali, con tanto di acquisto di abbonamenti legali, da cui, attraverso un intricato sistema di decoder/encoder, il segnale viene trasformato in segnale-dati, scambiabile via Internet e assemblato in pacchetti. Pacchetti che vengono offerti al pubblico attraverso un sistema di “intermediari”, sino a raggiungere l’utente finale. Il cliente può così ricevere le trasmissioni per le quali ha contratto un abbonamento illegale direttamente sul computer di casa, utilizzando una chiavetta USB ed un codice che gli viene fornito dai gestori della IPTV pirata. Codice che consente di collegarsi ad un segnale informatico criptato che, attraverso la chiavetta, potrà decriptare.

Ed il fenomeno è in continua evoluzione: come avvertiva Ferruccio Pinotti sul sito del Corriere della Sera, l’Iptv è addirittura sbarcato su WhatsApp, con una truffa legata allo streaming illegale. E se sino a qualche mese fa, lo streaming illegale era pubblicizzato attraverso le conversazioni nascoste su Telegram, da qualche mese, invece, da quando vi è stato un vero e proprio boom, l’Iptv sarebbe addirittura approdato sui gruppi nascosti di WhatsApp.

La repressione penale

Evidentemente oscurare i siti non basta, perché i gestori cambiano società di server e comunicano agli abbonati il nuovo codice ed il gioco è fatto… A poco servono i sequestri di denaro, perché il business è gigantesco, milionario, né le sanzioni penali per i gestori, perché assai blande. Quelli presi con le mani nel sacco rischiano di essere incriminati per il reato di cui all´art. 171-ter della Legge sul diritto d’autore n. 1 lett. e), che prevede che la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 2.582 a euro 15.493 per chiunque a fini di lucro “in assenza di accordo con il legittimo distributore, ritrasmette o diffonde con qualsiasi mezzo un servizio criptato ricevuto per mezzo di apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni ad accesso condizionato”; e lett. f) che prevede la medesima sanzione per chi  “introduce nel territorio dello Stato, detiene per la vendita o la distribuzione, distribuisce, vende, concede in noleggio, cede a qualsiasi titolo, promuove commercialmente, installa dispositivi o elementi di decodificazione speciale che consentono l’accesso ad un servizio criptato senza il pagamento del canone dovuto”. Ma si tratta molto spesso di criminali per i quali qualche mese di carcere e sanzioni pecuniarie irrisorie rispetto ai guadagni non rappresentano certo un problema.

Ma anche la semplice visione è considerata reato!

Ed allora ecco l’idea delle forze dell’ordine: perseguire i clienti. In Italia si può. L’ha detto la Cassazione con una sentenza del 2017: chi guarda la TV satellitare senza un legittimo abbonamento può essere perseguito penalmente, con una sanzione pecuniaria fino ad un massimo di 30mila euro, a prescindere dal mezzo utilizzato per l’elusione della protezione del canale. La sentenza ha confermato il giudizio della Corte d’Appello e la pena di 4 mesi di carcere e 2.000 euro di multa per un individuo che aveva “installato un apparecchio con decoder regolarmente alimentato alla rete Lan domestica e Internet collegato con apparato tv e connessione all’impianto satellitare, così rendendo visibili i canali televisivi del gruppo Sky Italia in assenza della relativa smart card”. Per il Giudice infatti il reato consiste sicuramente “nella decodificazione ad uso privato di programmi televisivi ad accesso condizionato, e dunque protetto, eludendo le misure tecnologiche destinate ad impedire l’accesso” a prescindere dalle concrete modalità con cui tale elusione venga attuata, perché la frode starebbe proprio nel mancato pagamento del canone.  Quello che conta quindi è il fatto che vedere i canali satellitari senza un regolare abbonamento è reato e poco importa come si aggirano i vincoli tecnologici posti dalla Pay tv.

Ma è proprio una questione di denaro?

E così dopo i vari blitz e la campagna mediatica per sostenere la lotta alle IPTV pirata si è acceso sul web il dibattito sui costi degli abbonamenti regolari, in particolare per quelli alle partite di calcio. In un’indagine di Claudio Plazzotta su Italia Oggi, poi ripresa dal sito Calcio e Finanza, in cui vengono messi a confronto i prezzi che un abbonato deve sostenere in Italia per avere accesso al calcio nazionale e internazionale, rispetto a quelli di altri Paesi d’Europa, emerge che in Italia non siamo messi così male.

Togliendo le promozioni per i primi 12 mesi e le eccezioni per i clienti fedeli, a partire dal secondo anno un abbonato Sky satellitare pagherebbe a regime 58,40 euro al mese per le offerte di Sky Calcio (con le 7 partite su 10 di serie A) e di Sky Sport (con la Champions League), cui sommare i 7,99 euro al mese per il nuovo canale Dazn (con le altre tre partite a turno di Serie A, a un prezzo agevolato). Un’alternativa è offerta poi da NOW TV, che offre 7 gare di Serie A su 10 a 29,99 euro al mese (oltre a Champions, Europa League e ad alcuni tornei esteri), ai quali aggiungere i 9,99 euro di abbonamento DAZN.

Insomma, nel peggiore dei casi un appassionato di calcio italiano dovrebbe versare 39,98 euro al mese (479 euro circa per un anno) per il prodotto completo in streaming, oppure 66,39 euro al mese (796 euro all’anno) per godersi tutta la Serie A e la Champions League sul satellite, a fronte delle circa 70 che è chiamato a sborsare un appassionato che vive in Francia per i match di la Ligue 1 e i match di Champions (considerando le sottoscrizioni necessarie tra Mediapro, beIN Sport e RMC Sport), agli 85 (o 110 in funzione dell’operatore telefonico scelto) per l’abbonato in Spagna o dei 35 della piattaforma OTT di Mediaset, Mitele Plus, che dà accesso via streaming a pagamento sia alla Liga sia alla Champions a 35 euro al mese. Leggermente più caro è l’abbonamento nel Regno Unito, in cui il mix di Sky Sports, BT e Amazon (che ha acquisito i diritti per 20 partite del massimo campionato inglese a stagione) fa salire il prezzo a regime a quasi 89 euro mensili per avere accesso ai match tv di Premier League e di Champions. E in Germania Sky Bundesliga+Sky Sport costa 60 euro al mese.

In fin dei conti, i listini vanno dai 1.020-1.320 euro all’anno della Spagna ai 950 euro annui in Gran Bretagna, passando per gli 840 euro della Francia e i 720 della Germania. In Italia, considerando NOW TV+DAZN come opzione più economica per avere tutto il calcio di Serie A e la Champions League, il prezzo non arriva a 500 euro, anche se va comunque tenuto in considerazione il potere d’acquisto, che si differenzia da Stato a Stato.

Certo i 40 euro di Now TV (insieme ai 10 di DAZN) o i 67 di Sky sono molti di fronte agli 11/12 delle offerte pirata, ma forse non è solo una questione economica. Pare piuttosto una questione culturale la nostra. Poter usufruire di un servizio senza pagarne il giusto prezzo! Che soddisfazione! Una cultura che però bisogna sradicare. Per il bene del calcio stesso!

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