Supercoppa a Riad, istruzioni per l’uso: polemiche, aperture e burocrazia

Supercoppa a Riad, istruzioni per l’uso: polemiche, aperture e burocrazia

Di Francesco Paolo Traisci. Lazio e Juve si sfidano di nuovo, a due settimane dalla sonante sconfitta dei bianconeri all’Olimpico che ha lanciato gli uomini di Inzaghi sulle tracce delle prime in classifica. Ma non è tanto la partita in sé a far discutere quanto la location. La scelta dell’Arabia Saudita ha causato parecchie polemiche…

di Francesco Paolo Traisci

Ci siamo tutto è pronto… domenica 22 dicembre, Lazio e Juve si risfideranno a due settimane dalla sonante sconfitta dei bianconeri all’Olimpico che ha lanciato gli uomini di Inzaghi sulle tracce delle prime in classifica. Si sfideranno questa volta per la Supercoppa italiana, dopo averlo già fatto altre 4 volte. Pari nel conto vittorie con 2 per parte con vittorie della Lazio a Torino nel 1998, della Juventus all’Olimpico di Roma nel 2013 ed a Shangai nel 2015 e, della Lazio ancora all’Olimpico nel 2017. Bilancio complessivo favorevole alla Juventus con 8 vittorie contro le 4 dei biancocelesti.

Ma non è tanto la partita in sé a far discutere quanto la location.

Riad, capitale dell’Arabia Saudita, paese ormai da tempo nel mirino dei pacifisti di tutto il mondo per la lunga guerra contro lo Yemen, che ha è già costata la vita a migliaia di civili. E, prima le contestazioni contro la fabbrica Rwm di Domusnovas nel cagliaritano in cui venivano costruite alcune delle armi utilizzate dall’esercito saudita per i bombardamenti sul confinante Yemen, ora le associazioni Sardegna pulita e Donne Ambiente Sardegna, che chiedono alla Rai di seguire l’esempio di altri Paesi europei non trasmettendo la partita in diretta.  Arabia Saudita nel mirino. Ma in realtà non si tratta di una novità. Già la scorsa edizione disputatasi sempre in Arabia Saudita, a Jeddah, aveva suscitato notevoli polemiche nei confronti della Lega di Serie A e della FIGC per aver venduto i diritti di organizzare la gara al Regno Saudita per le tre annate successive. Già da allora si chiedeva di annullare la gara, ma le forti penali in cui sarebbe incorso hanno sconsigliato di arrivare a tanto.

All’epoca si protestava anche contro la morte del giornalista Khasshoggi, fatto sparire all’interno dell’ambasciata saudita in Turchia, torturato ed ucciso, secondo le accuse, dai alcun membri dei servizi di sicurezza araba. All’epoca si protestò anche per le continue violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime saudita e per l’arretratezza delle condizioni delle donne in quel paese. Di contro i sostenitori delle scelta avevano sottolineato che, al contrario, far disputare lì una finale di un importante trofeo avrebbe consentito maggiori aperture verso il rispetto dei diritti umani e della parità nei confronti delle donne, in un paese che stava iniziando un cammino in tal senso. La disputa di una importante gara, unita anche alla organizzazione di alcuni eventi sportivi di portata mondiale avrebbe testimoniato la volontà del nuovo regime di cominciare a rivolgere la propria attenzione nella tutela dei diritti umani, con aperture all’occidente ed al turismo. Poi sappiamo tutti come è andata… La gara si disputò regolarmente, malgrado qualche polemica sulla presenza e la collocazione delle donne all’interno dello stadio.

E, forse, la gara ha anche coinciso con alcune delle aperture promesse.

Al turismo innanzitutto. Fino a pochi anni fa l’Arabia non prevedeva alcun accesso turistico (consentiti solo i pellegrinaggi alla Mecca ed a Medina per i fedeli musulmani), e si poteva entrare nel suo territorio solo se muniti di un visto commerciale che si poteva ottenere unicamente dietro l’invito di una società locale e dopo l’effettuazione di controlli severissimi e lo svolgimento di una rigida, complessa e lunghissima procedura. Ora, proprio con la partita, è iniziata la concessione di visti turistici, che oltre ad assistere alla gara consentirebbero di visitare un paese ricco di bellezze naturali e storiche. Sempre nell’ottica di promuovere l’immagine del territorio poi, da quest’anno le donne straniere non sono più obbligate ad indossare l’abaya, il tipico indumento femminile dei paesi musulmani che copre interamente corpo, viso e capo, sino ad ora obbligatorio sul suolo del regno arabo per tutte le donne, occidentali comprese.

Nel frattempo qualcosa si è mosso anche nei confronti della condizione delle donne locali. Le riforme avviate dal principe ereditario Mohammed bin Salman nel 2017, hanno ricevuto elogi dalla comunità internazionale ma sono state anche accompagnate da un’ondata di repressione del dissenso politico delle classi ancora legate alle vecchie tradizioni.  Di recente è caduto un importante tabù, quello dei locali separati per uomini e famiglie (con donne), che obbligava le donne (accompagnate dai propri familiari, da sole sarebbe impensabile) a cenare all’interno di sale riservate. Evidentemente l’obiettivo era quello di evitare “incontri promiscui” ma anche di mostrare il volto femminile ad altri che non fossero i propri parenti. Ma, è chiaro, non si tratta di una misura obbligatoria, quindi potrebbe esserci qualche ristoratore che preferirà mantenere la tradizionale rigida separazione e qualche marito che continuerà ad obbligare la moglie a frequentare solo questi ristoranti.

È vero che negli ultimi anni molti ristoranti, caffè, sale per concerti e centri congressi, hanno iniziato a chiudere un occhio sulla segregazione di genere. Ora però arriva una legge ufficiale. E non si tratta di una riforma isolata. All’inizio di quest’anno, un decreto reale ha permesso alle donne saudite di viaggiare all’estero senza il permesso di un tutore maschio, padre, fratello o marito, e nel 2018 il regno ha posto fine al divieto di guidare per loro. Oggi non è raro vedere saudite con il velo sui capelli al volante nel traffico di Riad. Ma attiviste per i diritti delle donne si lamentano che purtroppo rimangono in vigore ancora molte leggi discriminatorie e molte di loro sono state arrestate. Questa modernizzazione dei costumi fa parte di un ambizioso piano del principe chiamato Vision 2030 ed ha come obiettivo rendere l’Arabia Saudita indipendente dal petrolio entro il 2030 e di riformare gli aspetti più conservatori del Paese, ma sicuramente incontra le resistenze delle classi più tradizionaliste.

Ma in realtà la scelta dell’Arabia Saudita è stata una scelta economica!

In realtà tuttavia la scelta dell’Arabia Saudita, oltre che per incentivare il rispetto dei diritti umani per incentivare le riforme verso una auspicata parità di genere, è stata una scelta economica.  Per la finale di quest’anno sono stati stanziati 7,5 milioni di euro: il 45% degli incassi saranno spartiti tra Juventus e Lazio, il 10% andrà alla Lega Serie A e gli introiti provenienti dai biglietti andranno nelle casse della General Sports Authority Saudita. Per i tifosi provenienti dall’Italia biglietti a circa 100 euro e agevolazioni nell’ottenimento del necessario visto turistico elettronico per entrare nel paese, che si può ottenere attraverso online attraverso un apposito portale.  L’anno scorso vi fu la polemica per l’accesso delle donne tifose, essendoci limiti e restrizioni per la loro collocazione e per l’obbligo di portare il velo tradizionale. Ora la Lega si è premurata di far sapere che queste restrizioni non ci sono più. Basterà per vedere tifose e tifosi italiani affollare gli spalti dello stadio?

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