Prestazioni, sopravvenienze e factum principis: le società possono non pagare agli stipendi ai calciatori causa coronavirus?

Di Francesco Paolo Traisci. Questione stipendi: secondo il parere del Prof. Massimo Zaccheo per il “factum principis” le società non sarebbero tenute a pagare gli stipendi dei calciatori durante il periodo di stop, perchè la pausa è un evento al di fuori dalla sfera di controllo dei club. È davvero così? Quali possono essere le conseguenze?

di Francesco Paolo Traisci

Limitare i danni… Abbattere i costi. E quali sono i costi maggiori per i club? I tesserati: giocatori e tecnico. Tolta la Juventus che ha giocato d’anticipo, mettendosi d’accordo con lo spogliatoio per un taglio ed una spalmatura di una parte dello stipendio di calciatori e tecnico, le altre (tranne Parma e Roma) sono tutte in alto mare. Perché pur avendo trovato le squadre una linea comune fra loro, all’interno dell’Assemblea di Lega, la loro proposta non è stata accettata dal sindacato dei calciatori che, anzi, l’ha considerata una provocazione. Ed allora, in assenza di un accordo collettivo si va avanti con negoziazioni private, all’interno delle squadre, fra la dirigenza ed i giocatori (ed il tecnico). Qualcuno ha raggiunto un accordo, qualcun altro, no. Ed in generale tutti aspettano di sapere se e quando si riprenderà. Nel frattempo fioccano i proclami! Ma come rinegoziare? Su quali basi? E, soprattutto come, per i dirigenti costringere i propri giocatori ad accettare “spontaneamente” un accordo che li priverebbe quanto meno di una parte del loro stipendio? Certo c’è il senso di responsabilità, la solidarietà e la volontà di uscirne tutti insieme con un passo indietro ciascuno. Ma non solo e potrebbe non bastare.

Le sopravvenienze e il factum principis

Ed allora in tanti si sono chiesti quali possono essere gli strumenti contrattuali in mano alle società per iniziare una trattativa. Tutti, giustamente, sono andati a pescare nei rimedi contro le sopravvenienze, ossia contro quegli eventi, straordinari ed imprevedibili che hanno alterato o addirittura eliminato il sinallagma contrattuale, ossia il rapporto fra le due prestazioni. E, evidentemente, il coronavirus può entrare di diritto in questa definizione. Il nostro codice poi riconosce due tipi di sopravvenienze: quelle impossibilitanti che hanno reso una delle prestazioni impossibile (integralmente o parzialmente) e quelle che pur non rendendo impossibile una delle prestazioni, l’ha resa sproporzionatamente più onerosa rispetto all’altra. Nel primo caso si parla di impossibilità fisica, che si ha quando l’oggetto che devo consegnare è andato distrutto o smarrito o quando non ho più le qualità fisiche o le qualifiche giuridiche per svolgere una determinata attività, o giuridica quando l’attività che avrei dovuto svolgere è stata vietata. Ecco, quest’ultimo è il famoso factum principis più volte evocato dagli esperti, tra cui il Prof. Massimo Zaccheo. Un divieto di svolgere una delle due prestazioni che determinerebbe nell’altra parte la possibilità di non adempiere a sua volta alla sua di prestazione: quella di pagare lo stipendio del giocatore (e del tecnico). 

La prestazione è stata comunque eseguita?

Ma non è tutto così sempliceLa prestazione, infatti, quantomeno parzialmente, potrebbe essere stata comunque eseguita. Certo, parzialmente, perché, in realtà due sono le componenti della prestazione dei calciatori: scendere in campo e allenarsi, secondo le direttive della società. Ora, sicuramente dall’inizio di marzo i giocatori non sono scesi in campo, perché era vietato. Ma cosa dire per gli allenamenti? Dopo l’esplicito divieto, gli allenamenti collettivi e le sedute tradizionali sono cessate. Ma che dire degli allenamenti privati, in casa, spontanei o eseguiti seguendo le tabelle redatte dai preparatori atletici del club? È possibile considerarli come una parte della prestazione dovuta dai calciatori? Forse sì, ma si tratterebbe di una parte assolutamente meno importante rispetto a quella di scendere in campo e di partecipare alle riunioni tecniche e di preparazione della gara. Peraltro sarebbe finalizzata solo indirettamente agli obiettivi della società che sono rivolti alla competizione. Indubbiamente, tuttavia, i giocatori si sono allenati seguendo le istruzioni tecniche della società, non potendo fare altro, e questo deve essere tenuto in adeguata considerazione e quindi, piuttosto che di impossibilità totale, dovrebbe potersi parlare di impossibilità parziale. Ma quanto parziale? Come quantificare il valore della parte resa impossibile dal divieto, quella che permetterebbe quindi, ai sensi dell’art. 1464 del nostro codice civile, di ottenere “una corrispondente riduzione della prestazione” e quindi un taglio dello stipendio? Dovrebbero appunto farlo le parti d’accordo fra loro oppure, in assenza di un accordo, un giudice. È certo da escludere la via dell’impossibilità totale perché, a prescindere dal fatto che all’obbligo di allenamenti i giocatori hanno adempiuto nei limiti della legalità, il nostro codice prevede solo il rimedio della risoluzione e quindi dello scioglimento del contratto, cosa che nemmeno i club vogliono, per non correre il rischio di perdere i giocatori sotto contratto.            

Eccessiva onerosità

Rimangono poi la via della eccessiva onerosità (prevista ai sensi dell’art. 1467), che potrebbe essere intentata quando un avvenimento straordinario ed eccezionale (sempre il nostro coronavirus) abbia alterato la proporzione iniziale fra le prestazioni. Chiaramente pagare 4, 500.000 euro o anche di più un giocatore semplicemente per farlo allenare a casa sua o un tecnico per fargli chiamare i giocatori a casa per sapere come stanno o per interagire telefonicamente da casa sua con un preparatore atletico, appare una cosa assolutamente sproporzionata. Sennonché anche in questo caso, per come è scritto l’art. 1467 del nostro codice civile dovrebbe aprirsi una trattativa per salvare il contratto dallo scioglimento da parte di un giudice, con il conseguente svincolo del giocatore. Ed il risultato sarebbe lo stesso!

Serve una trattativa

Tutto porta quindi alla necessità di raggiungere un accordo. Ad una trattativa…. Perché nessuno vuole mettere nelle mani di un giudice una faccenda così delicata, in cui i conti del dare ed avere sarebbero assolutamente incerti da quantificare. Ed ha ragione il Presidente Malagò quando, in un’intervista al Corriere dello Sport, ha detto che, se fosse dipeso da lui, avrebbe chiuso dentro una stanza FIGC, AIC, Lega, FIFA, UEFA e tv e li avrebbe fatti uscire solo dopo aver redatto un documento condiviso. Purtroppo, sono tutti rimasti a casa e si sono incontrati solo sui giornali…  Indubbiamente le perdite vanno condivise ma senza prevaricazioni e sicuramente se non si dovesse trovare un accordo ci si dovrebbe ritrovare in tribunale, ciascuno con i propri validi motivi. Ed allora, per ora, ognuno fa la voce grossa, tutti cercano di procurarsi un vantaggio quantomeno psicologico. Ma tutti sanno che dovranno venire a patti, venirsi incontro, per salvare il salvabile. Con il sacrificio di ciascuno!

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