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Plusvalenze, vere e “gonfiate”: il rischio che corre il calcio per sistemare i bilanci

 (Photo by Franck Fife/Pool via Getty Images)

Di Francesco Paolo Traisci. Si torna a parlare di plusvalenze. Dal punto di vista giuridico ed economico, come influiscono e come si piazzano in un bilancio? E perché rappresentano una voce chiave? 

Francesco Paolo Traisci

Che cosa sono le plusvalenze da calciomercato, tanto care ai contabili dei nostri club professionistici? Usando il linguaggio tecnico, si tratta del “maggior valore tra il prezzo di cessione del diritto pluriennale alle prestazioni di un calciatore ed il relativo valore netto contabile del diritto medesimo”, ossia, tradotto in parole semplici, la differenza fra la somma ottenuta per la cessione del cartellino del giocatore e quanto è costato al momento dell’acquisto. Si tratta di una delle voci principali nel bilancio di una società calcistica, che contribuisce a portarlo in attivo. E un bilancio in attivo, o con perdite contenute, con parametri di indebitamento in regola e altri requisiti contabili, è un requisito indispensabili per consentire ai club di iscriversi ai campionati, alle competizioni europee, oltre che per il rispetto del Fair Play e quant’altro. 

Le plusvalenze vere...

Quindi i club stanno molto attenti comprare i giocatori a poco e rivenderli a tanto, o comunque non a meno di quanto sono stati acquistati, eventualmente considerando i valori dell’ammortamento, che spalmati sui vari anni di permanenza del giocatore consentono di limitare la perdita di valore del calciatore. E sicuramente se il giocatore viene dal vivaio, quindi se non è stato pagato nulla, o qualche spicciolo alla scuola calcio in cui ha mosso i primi passi, quanto incassato può essere integralmente riportato fra le plusvalenze e quindi fra i ricavi. Quindi una gestione sana del vivaio, oltre che un’attività di scouting importante e seria che porta a scoprire talenti, a valorizzarli ed eventualmente a rivenderli una volta esplosi, porta alla produzione di quelle plusvalenze, indispensabili per i bilanci di tutte le società.

...e quelle gonfiate

Fin qui la parte sana della faccenda. Poi c’è eventualmente quella patologica…E quando si parla di plusvalenze, proprio questo è l’aspetto che viene toccato. Prezzi di cartellini gonfiati, ragazzi della primavera ceduti a prezzi esorbitanti e giocatori che dopo un trasferimento milionario si perdono nei campionati minori o addirittura smettono… Prezzi che poi non vengono effettivamente versati, perché compensati con operazioni opposte, con quanto dovuto per il cartellino di un altro ragazzo che fa la strada inversa. Il club A strapaga il cartellino del giocatore X proveniente dalla società B e la società B strapaga, guardacaso allo stesso prezzo, il cartellino del giocatore Y proveniente dal club A. Ed altre volte questo schema base viene complicato con trasferimenti di più giocatori o triangolazioni fra club, per evitare operazioni troppo sfacciate. Ma nulla uscirà mai dalle casse di nessuna delle società!

Perchè si può fare poco contro le plusvalenze gonfiate?

Qualche volta scoppia qualche scandalo ma di solito non succede nulla. Perché è difficile provare che il valore del giocatore è stato artificialmente gonfiato, non esistono tariffari e, soprattutto se si tratta di giovani, la prova che non possa rivelarsi un potenziale crack non può essere fornita con certezza. Chi può provare che, invece di investire su di un potenziale campione, si paga in modo eccessivo un ragazzo senza grandi speranze? Nemmeno con il senno di poi, con la dimostrazione che la carriera del giocatore non ha rispecchiato il valore che era stato attribuito al suo cartellino, si può avere una certezza, perché il mondo del calcio è pieno di scommesse vinte e di scommesse perse. Certo ci sono dei parametri di valutazione, ma nulla che possa fornire la prova che il prezzo della cessione sia stato artificialmente gonfiato per produrre una plusvalenza. Anche perché, essendo la cessione di un giocatore frutto di una libera contrattazione fra le parti, dovrebbe darsi la prova di una frode concordata. Una prova pressoché diabolica…

Certo, le operazioni incriminate potrebbero essere riconosciute e provate valutando le particolari vicende dell’affare, come il considerevole scambio di calciatori tra stesse società, la sussistenza di contratti economici di cui risultino titolari i calciatori ceduti e, infine, l’effettivo impiego del giocatore stesso, dopo il trasferimento. Un accertamento che potrebbe coinvolgere anche i profili finanziari e, con essi, le condotte riferibili alle società, che devono improntarsi nel rispetto dei criteri di sana gestione finanziaria, ad un atteggiamento responsabile nella contabilizzazione delle plusvalenze. Tutti indizi ma nessuna prova certa… Il problema è che le plusvalenze danno l’immagine di una società florida e con un bilancio in attivo. Ma a quest’immagine, soprattutto se le plusvalenze sono fittizie, corrisponde una cassa vuota ed una società che rischia il default, di non riuscire ad onorare i propri debiti e, in casi estremi anche di fallire!