Boom delle plusvalenze, si ritorna ai livelli della fine degli anni Novanta e dei primi anni Duemila?

Boom delle plusvalenze, si ritorna ai livelli della fine degli anni Novanta e dei primi anni Duemila?

Di Francesco Paolo Traisci. Nell’ultimo quinquennio il valore complessivo delle competenze è salito del 66%, passando dai 443 milioni della stagione 2013/2014 ai 750 milioni della stagione passata. Siamo tornati alla bolla speculativa degli anni 2000? Forse sì.

di Francesco Paolo Traisci

Da uno studio di Marco Bellinazzo sul Sole 24, tolta la fetta dei diritti audiovisivi, le plusvalenze da calciomercato sono diventate la fonte di ricavi più redditizia per i club di serie A, pesando per quasi il 25% nei rispettivi bilanci. E, nell’ultimo quinquennio il valore complessivo delle competenze è salito del 66%, passando dai 443 milioni della stagione 2013/2014 ai 750 milioni della stagione passata. Siamo tornati alla bolla speculativa degli anni 2000? Forse sì, è il grido di allarme di Bellinazzo, ricordando le cifre di quegli anni.

Quali problemi possono creare ai bilanci?

Il meccanismo delle plusvalenze ormai è chiaro e l’abbiamo spiegato in più occasioni. La plusvalenza è la differenza del valore di cessione del cartellino di un calciatore rispetto al prezzo di acquisto, al netto degli ammortamenti. Ossia, per fare un esempio, la società acquista un giocatore pagando il cartellino 20 milioni e facendogli sottoscrivere un contratto di 4 anni. Il valore che avrà in bilancio sarà 15 alla fine del primo anno, 10 alla fine del secondo, 5 alla fine del terzo. Cosicché se cede il cartellino dopo il secondo anno a 15 potrà contabilizzare una plusvalenza di 5. Se poi alla fine del secondo anno, il giocatore rinnova il contratto per altri 4 anni il valore residuo di 10 sarà ulteriormente spalmato e quindi il giocatore sarà contabilizzato per 8 alla fine del (nuovo primo anno) e così via. Il valore della plusvalenza viene poi appostato nel bilancio fra i ricavi della società. 

Cos’è il “doping contabile”?

Ma questo sistema ha anche portato a degli abusi, casi di cosiddetto “doping contabile”. Di società che, per potersi iscrivere al proprio campionato e quindi mostrare un bilancio in attivo, hanno cercato di creare artificialmente e massimizzare alcune plusvalenze, spesso legandole ai giovani del vivaio perché questi sono ovviamente a bilancio ad un prezzo vicino allo zero. In questi casi la loro vendita ha portato quindi una plusvalenza piena e non sono stati ceduti per arricchire le rose ma esclusivamente per questioni di bilancio, con partite di giro e ammortamenti che consentono di ottenere plusvalenze da iscrivere immediatamente a bilancio fra gli attivi. Giovani che sono poi stati rispediti in prestito a club minori o addirittura hanno smesso di giocare. Il business sta poi nella reciprocità: qualche mese dopo, un altro giovane o comunque altro calciatore intraprende la strada opposta alle stesse cifre, creandosi così una plusvalenza per entrambe le squadre e nessun introito né esborso dalle casse di entrambe, perché i crediti reciproci si compensano. Il tutto appunto per mostrare un bilancio in attivo pur avendo le casse vuote, con seri pericoli per il fallimento!

Ricordiamo tutti il caso di Chievo e Cesena, “beccati” dalla procura federale e condannati, il primo a partire nell’attuale campionato con una penalizzazione, ed il secondo prima condannato ad una penalizzazione di 15 punti, poi fallito nelle more dell’appello. Una brutta faccenda che ha sollevato numerose polemiche nell’estate scorsa, ma che non sembra essere un caso isolato.

Il problema è quindi quello di un possibile “doping dei bilanci”, in cui le valutazioni gonfiate del cartellino dei giocatori in uscita sono strumentali per evidenziare un rilevante provento in bilancio, quando in realtà, non lo sono, soprattutto quando le varie cessioni avvengono senza un effettivo ricavo ma solo attraverso compensazioni negli anni precedenti o successivi. Il tutto dunque per evitare di mostrare un bilancio in rosso e quindi far apparire in salute la società quando in realtà è fortemente in deficit.

Tutti gli acquisti dei giovani nascondono plusvalenze fittizie?

Ma non tutti gli investimenti sui giovani sono destinati a mascherare plusvalenze fittizie: non tutti gli acquisti di giovani a prezzi che sul momento possono sembrare folli o gonfiati sono tali. Ricorrere al calciomercato per far quadrare i conti non può essere considerato atipico o commendevole. Anzi, molte società ne hanno fatto un business più che redditizio che consente loro di mantenere la categoria e competere con squadre ben più ricche.

Si può stabilire in maniera univoca qual è il vero valore di un calciatore?

L’acquisto di un calciatore, soprattutto per quelli giovani, è da sempre considerato una scommessa. Sicuramente c’è chi è più bravo di altri nell’intravedere il talento e le potenzialità di un campione in erba, ma non è certo una scienza esatta. Non ci sono algoritmi ma nemmeno prezzari, o stime che tengano. Pensiamo a Zaniolo, arrivato insieme a Santon con quello che sembrava solo un forte sconto sul cartellino di Nainggolan e rivelatosi in pochi mesi un effettivo top player. Pensiamo però anche ad altri golden boys pagati a peso d’oro e che poi si sono persi per strada! Non esistono algoritmi o parametri in grado di dire a priori qual è il prezzo giusto di un calciatore. Nessun organo inquirente o giudicante – Covisoc, UEFA, Procura – ha gli strumenti per stabilire con esattezza in modo asettico il valore di una transazione. Non parliamo di auto, oro o petrolio, per cui esistono listini e criteri oggettivi. Lo ha detto lo stesso Tribunale Federale della FIGC nella sentenza di condanna del Chievo che, alla fine, è stato punito non per aver messo in piedi un giro di plusvalenze fittizie, ma solo perché una volta resosi conto che le plusvalenze erano esagerate, non aveva provveduto a correggere il proprio bilancio. 

È quindi necessario valutare i casi concreti: è spesso difficile giustificare che il cartellino di un giocatore valga l’enorme cifra che è stato pagato, ma a volte esistono strategie, alleanze che legano società, tempistiche e condizioni non economiche che non consentono di ritenere irregolari alcune transazioni. Certo però che, in altri casi, abbiamo visto transazioni fortemente sospette perché tutto faceva pensare ad uno stratagemma per rendere attivo un bilancio in rosso o per limitare il passivo e consentire l’iscrizione al campionato senza dover provvedere a ripianare le perdite. E questo anche in futuro va evitato, con regole che consentano una valutazione sempre più precisa dell’effettivo patrimonio della società, soprattutto per quanto riguarda il parco giocatori. Per evitare buchi inaspettati nelle casse societarie ed, in definitiva, il fallimento della società alle prime difficolta! E soprattutto per il bene del nostro calcio!

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