Pasticcio Hakimi, l’Inter medita di fare causa alla UEFA: si tratta di danno patrimoniale e sportivo?

Di Francesco Paolo Traisci. È caos tamponi. E l’Inter si è infuriata: i tamponi fatti dalla UEFA prima della gara contro il Borussia Mönchengladbach l’hanno privata di uno dei suoi acquisti di agosto più importanti, l’esterno marocchino Hakimi. Ma poi le controprove del club hanno provato la sua negatività. E ora chi ha ragione?

di Francesco Paolo Traisci

È caos tamponi. E l’Inter si è infuriata: i tamponi fatti dalla UEFA prima della gara contro il Borussia Mönchengladbach l’hanno privata di uno dei suoi acquisti di agosto più importanti, l’esterno marocchino Hakimi, per la gara di Champions disputata mercoledì contro i tedeschi. Sarebbe sicuramente servito a Conte l’arrembante esterno di fascia per cercare una vittoria che non è arrivata. Ma il paradosso della vicenda è che, dopo la positività al tampone effettuato dall’UEFA, il giocatore si sarebbe sottoposto a due ulteriori tamponi, giovedì e venerdì, entrambi risultati negativi, tanto da consentirgli di scendere in campo nella vittoriosa gara di campionato di sabato contro il Genoa. Ma allora come fa una persona ad essere positiva il martedì e negativo il giovedì (con ulteriore conferma il venerdì)? Dove sta la verità?

La ricostruzione dei fatti

Scandiamo i fatti secondo la ricostruzione dell’Inter. Mercoledì arrivano le anticipazioni verbali dei risultati dei tamponi fatti effettuare dalla UEFA all’Inter in vista della gara in Germania da parte della Syntec, laboratorio regolarmente autorizzato per l’effettuazione dei tamponi COVID dall’organismo europeo. Tutti negativi, compreso l’esterno marocchino, che si è allenato regolarmente con i compagni in vista della gara. Poi però nel pomeriggio il colpo di scena: in base a una nuova valutazione dei risultati, Hakimi è stato considerato “debolmente positivo”. Conseguenze: isolamento immediato e addio Borussia Mönchengladbach. Anche le controanalisi effettuate immediatamente, con il risultato arrivato ormai giovedì a gara disputata, confermano l’esito: carica virale minima ma sufficiente per l’applicazione del protocollo di isolamento del giocatore. Ma l’Inter ha dei dubbi: nuovo test presso la struttura di fiducia del club e secondo colpo di scena: il giocatore risulta negativo, così come negativo è risultato il successivo test, tanto da consentire all’esterno marocchino di scendere in campo a Genova, entrando al 58° al posto di Perisic.

E adesso chi ha ragione?

E l’Inter si infuria puntando il dito contro il laboratorio che ha effettuato le indagini per conto della UEFA. Tardiva e approssimativa la comunicazione del mutato esito del test. Troppo tardi sarebbe arrivata la notizia della positività dopo che, in un primo momento, l’esito negativo aveva consentito al giocatore di partecipare all’allenamento di rifinitura. E ciò con una duplice conseguenza dannosa: l’obbligo di cambiare in corsa la formazione che sarebbe dovuta scendere in campo e la tardività nell’isolare un caso di presunta positività che, qualora fosse stata effettiva, avrebbe potuto causare un contagio diffuso nel gruppo dei titolari, anche per l’impossibilità, vista l’ora tarda di predisporre un nuovo test prima del giorno successivo. Chiaramente sullo sfondo c’è l’accusa maggiore, ma non espressa: che il test sia stato fatto male! Dal canto suo la Synlab rivendica la correttezza delle sue analisi e delle procedure seguite. Quanto basta per chiedere i danni? Difficile anche perché difficile sarebbe la dimostrazione di un danno effettivamente subito. Ma in ogni caso quanto basta per minare la fiducia nell’operato del laboratorio e per chiederne, in futuro, la sostituzione.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy