Passaporto, cittadinanza, ius soli: quali sono i requisiti per giocare in nazionale?

Passaporto, cittadinanza, ius soli: quali sono i requisiti per giocare in nazionale?

Di Francesco Paolo Traisci. Chi possiede la cittadinanza italiana può far parte della nazionale. Ma è l’unico requisito necessario? Come si prende la cittadinanza? Cosa dice il regolamento per chi acquisisce il passaporto? E come si fa a cambiare nazionale, anche se si è già scesi in campo con un’altra?

di Francesco Paolo Traisci

Gioca la Nazionale, l’Italia si tinge di azzurro. O di verde, come il colore delle maglie dei nostri ragazzi delle nazionali giovanili. E vedendo giocare proprio la nostra Under 17, capiamo tutti quanto siano stupidi i cori razzisti, quanto siano beceri ed ignoranti. Sì perché ormai la nostra è una nazionale multietnica, in rappresentanza di un paese sempre più multietnico. E se prima erano pochi i nostri colored, oggi sono sempre di più e danno lustro al nostro calcio. E quindi se all’inizio del secolo scorso l’Italia era un paese di emigranti, oggi è il contrario come storicamente nel resto d’Europa. Quindi arrivano anche “nuovi italiani” che insieme al nostro passaporto hanno anche quello straniero del luogo di origine dei genitori. Una situazione frequente in Francia, Belgio, ma anche in Germania, che ha vinto un mondiale con i vari figli di immigrati. E poi tante storie di fratelli contro: i Boateng, gli Alcantara. Ma ci arriveremo anche noi…

Tutti questi ragazzi sono una risorsa e come tale debbono essere considerati. Sono infatti cittadini come tutti noi ed è assolutamente fuori luogo distinguere gli italiani dal colore della pelle, così come da altri fattori di discriminazione. Lo dice, qualora ve ne fosse il bisogno, la Costituzione stessa, con una delle sue norme più conosciute (anche se non fra le meglio applicate), ossia l’art. 3, per il quale “tutti i cittadini hanno uguale dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinione politica, condizione personale e sociale. È dovere della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo de la persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La cittadinanza

In tal senso siamo tutti indistintamente cittadini italiani perché abbiamo i requisiti previsti dalla legge n. 92 del 1992. Ossia perché abbiamo almeno uno dei genitori italiani; oppure è (o era) italiano quantomeno uno dei nonni (e questo in virtù proprio della legge del 1992 che, contrariamente alla precedente disciplina, ha voluto attribuire la cittadinanza anche ai cosiddetti “immigrati di ritorno”, ossia ai figli ed ai nipoti di coloro che nei decenni precedenti erano partiti per lidi lontani in cerca di lavoro e sussistenza, consentendo a costoro di ottenere la cosiddetta “doppia cittadinanza”). Di questo ampliamento hanno beneficiato numerosi atleti, calciatori ma non solo (pensiamo ai rugbisti o ai cestisti) che oltre alla loro cittadinanza (di solito argentina o brasiliana o americana) hanno acquisito anche quella nostrana, potendo superare le restrizioni previste per il tesseramento degli atleti stranieri.

Lo ius soli

Ed il famoso “ius solis”, in virtù del quale chi nasce sul suolo di uno Stato ottiene la sua cittadinanza? In Italia non c’è, o meglio, non è puro (come ad esempio negli USA). Da noi è valido solo se si è figlii di genitori ignoti o di apolidi (caso del neonato che arriva da solo nel barcone). O anche se genitori non possono trasmettere la propria cittadinanza. Oppure per adozione (come per esempio Balotelli). Oppure temperato da residenza: al raggiungimento della maggiore età diritto di scelta se nato in Italia. Inoltre la recente normativa sull’immigrazione ha consentito che al compimento della maggiore età possano optare per la cittadinanza italiana i minori arrivati in Italia entro il dodicesimo anno di età e dopo 6 anni di residenza ed il completamento di un ciclo scolastico.

Chi possiede la cittadinanza italiana può essere selezionato per far parte della nazionale.

Questo dicono le regole dello sport. Per il calcio l’art 15 del regolamento FIFA afferma che: “Qualsiasi persona che sia in possesso di una nazionalità permanente che non sia vincolata alla residenza in un determinato paese può giocare per le squadre rappresentative nazionali dell’associazione del suddetto paese”. Ma tutti coloro che hanno un passaporto di una nazione possono giocare nella rappresentativa nazionale di quel paese?

No. Se prima del 2004 era sufficiente il possesso del passaporto per giocare nella nazionale, nel 2004 ci sono state alcune restrizioni. Innanzitutto è stato affrontato il problema delle “nazionalizzazioni facili”: paesi come il Togo, il Qatar ma anche altri utilizzavano nelle proprie nazionali giocatori, spesso brasiliani, senza alcun legame né di sangue né di residenza con la propria nazione. Cosicché nel 2004 fu introdotto l’art. 17 che, affrontando il tema dell’acquisizione ex novo della nazionalità, ha attribuito al calciatore che si avvalga dell’Articolo 15, comma 1, per acquisire una nuova nazionalità e che non abbia disputato incontri internazionali secondo quanto previsto dall’Articolo 15, comma 2, il diritto di giocare per la nuova squadra rappresentativa, ma solo a condizione che egli soddisfi uno dei seguenti criteri:

a) il calciatore sia nato nel territorio dell’associazione interessata;

b) la madre o il padre biologici del calciatore siano nati nel territorio dell’associazione interessata;

c) il nonno o la nonna del calciatore siano nati nel territorio dell’associazione interessata;

d) il calciatore abbia vissuto continuamente nel territorio dell’associazione interessata per almeno due anni dopo il raggiungimento del 18° anno di età.

Quest’ultima via, quella evidentemente più utilizzata, per evitare poi strumentalizzazioni è stata nel 2008 sottoposta ad un irrigidimento, portando da 2 a 5 gli anni di residenza nel territorio.

È stato inoltre affrontato il problema di evitare i cambi troppo frequenti, soprattutto per i calciatori in possesso di più nazionalità. Fino al 2004 era infatti possibile giocare per più di una nazionale, purché si possedesse la nazionalità. come nel passato accaduto a Di Stefano e Kubala, che hanno giocato addirittura per 3 squadre nazionali e in Italia a una miriade di sudamericani (argentini brasiliani ed uruguaiani) dai nomi noti come Schiaffino, Ghiggia, Angellillo, Altafini, Cesarini e molti altri.    

La doppia cittadinanza

Dal 2004 per evitare naturalizzazioni facili è stata quindi introdotta una regola che disciplina i casi in cui un giocatore in possesso di doppia cittadinanza (iniziale o sopravvenuta) voglia, dopo aver giocato per una nazionale, giocare per l’altra.  Secondo l’art. 15 comma 2, è necessario scegliere in quale nazionale giocare senza possibilità di cambiare. La norma afferma infatti che “fatte salve le condizioni di cui all’Articolo 18 in basso, un calciatore che abbia già giocato per un’associazione in un incontro (per tutta o parte della sua durata) nell’ambito di una competizione ufficiale di qualunque categoria, ovvero di qualunque tipologia di calcio, non può disputare incontri internazionali per la rappresentativa nazionale di un’altra associazione”.

La norma pone però una eccezione: quella del successivo art. 18 che prevede la possibilità del cambio di nazionale con la quale disputare gli incontri internazionali, entro il 21 anno di età e una sola volta, fatte salve due condizioni.

a) il calciatore non deve avere disputato un incontro (per parte o tutta la sua durata) internazionale nell’ambito di una competizione ufficiale di categoria «A» per l’associazione a cui attualmente appartiene e al momento della sua prima completa o parziale apparizione in un incontro internazionale di una competizione ufficiale per la sua attuale associazione di appartenenza egli era già in possesso della nazionalità della squadra rappresentativa per cui desidera giocare;

b) il calciatore non è autorizzato a giocare per la nuova associazione in qualsiasi competizione in cui egli abbia già giocato per la precedente associazione.

Quindi: un solo cambio fino ai 21 anni, se si è giocato almeno una partita ufficiale a livello di nazionale A. La rigidità della norma è stata poi mitigata nel 2009 quando è stato eliminato il limite dei 21 anni per i ripensamenti di chi ha giocato a livello giovanile, arrivando quindi di fatto a prevedere la possibilità che chi abbia giocato a livello giovanile con una federazione possa cambiare nazionale. E qui possiamo fare i casi di Emerson Palmieri e di Thiago Motta, che ha ottenuto un permesso speciale perché l’Under 23 olimpica con la quale ha giocato è stata considerata giovanile. Peraltro le partite amichevoli non contano.

Poi ci sono casi in cui il giocatore non sia più cittadino di una nazione

Come nei casi in cui questa non esista più o abbia criteri nazionali diversi: Ad esempio ex Yugoslavia (prima scissione Croazia, Slovenia, poi Serbia Montenegro) le Repubbliche ex URSS poi CSI poi Russia ecc.  In tali casi, qualora un calciatore che sia stato schierato dalla propria associazione in un incontro internazionale ai sensi dell’Articolo 15, comma 2, perda permanentemente la nazionalità di quel paese senza il suo consenso o contro la sua volontà, a seguito di una decisione assunta dalle autorità governative, il calciatore in questione può richiedere l’autorizzazione a giocare per un’altra associazione di cui abbia già acquisito la nazionalità. Ma è necessario seguire una apposita procedura definita al 3 comma, secondo il quale “un calciatore che abbia il diritto di cambiare associazione ai sensi dei commi 1 e 2 in alto è tenuto a presentare una richiesta scritta e motivata alla Segreteria Generale della Fifa. La decisione in merito alla richiesta viene assunta dalla Commissione per lo status dei calciatori. La procedura si svolgerà nel rispetto delle Regole a disciplina delle procedure della Commissione per lo status dei calciatori e della Camera di risoluzione delle controversie. Una volta presentata la richiesta, il calciatore non è autorizzato a giocare per qualsiasi rappresentativa fino a quando la richiesta in oggetto non sarà stata espletata”. Una procedura rigida, tanto che ci sono stati casi di sanzioni per le federazioni che hanno schierato giocatori non autorizzati.

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