L’impatto sull’economia dello stop allo sport: se si ferma la Serie A paga tutto il Paese

Di Francesco Paolo Traisci. Una delle caratteristiche dell’emergenza coronavirus è l’incertezza del domani, soprattutto dal punto di vista economico. Con lo sport fermo, la situazione è serissima in termini di introiti mancati, per le società ma anche per il fisco e per chi lavora nel “sistema calcio”. Quanti milioni si rischia di perdere?

di Francesco Paolo Traisci

“Quant’è bella giovinezza, che pur fugge tuttavia; chi vuol esser lieto sia, del doman non c’è certezza”, scriveva la mente illuminata di Lorenzo de’ Medici. E la caratteristica peggiore dell’emergenza coronavirus, accanto al clima di sofferenze e di morte che per fortuna ci sta abbandonando, è proprio l’incertezza del domani. Dichiarazioni del mattino, smentite il pomeriggio, sempre con il messaggio che in realtà tutto sia coerente. Anche la contraddizione continua.

Ma parliamo di sport.  Sembra che sia un partito preso. E la gente diventa sempre più convinta: il nostro Governo, evidentemente, non ama lo sport. A nessun livello, non riuscendo a distinguere, un caso dall’altro, in un balletto, di “non sono convinto”, di “ma”, di “se”, di “vedremo…”, con poche certezze e molte chiusure. Certo la cosa più comoda è chiudere tutto, tutti a casa e buttiamo la chiave. Evitiamo le polemiche sul balletto delle attività all’aperto: corsa sì, corsa no, corsa forse sì, ma non lontano da casa e non fra la gente. Ma nemmeno nei parchi. Parliamo di sport organizzato, perché la furia iconoclasta dei nostri governanti rischia di provocare ingenti danni non solo al movimento sportivo, ma a tutta l’economia del paese. 

Il valore della produzione sportiva

Lo sport infatti, secondo i dati relativi al 2016 di Open Economics forniti dalla stessa FIGC e le statistiche richiamate da Michel Gulbis sul Corriere dello Sport, con il solo valore della produzione, ossia l’impatto economico diretto, genera oltre 30 miliardi di euro, rappresentando così quasi il’1,9% del PIL italiano, al quale va sommato tutto l’indotto per un giro di affari complessivo di 60 miliardi, che quindi arriva a sfiorare il 4% del nostro PIL. Il calcio, da solo, produce da solo 5 miliardi di euro di fatturato (con 3,8 miliardi dai professionisti e 1,2 dalla LND e campionati giovanili), ma anche altre federazioni sportive come la FIPAV e la FIB hanno un giro di affari significativo, derivante da incassi, sponsorizzazioni e diritti televisivi ed altre operazioni commerciali.

Nel calcio ad esempio il giro di affari dei professionisti si basa sulle entrate dei diritti TV per 1,4 miliardi, di quelle dagli sponsor (1,3), dalle plusvalenze (800 milioni) e da quanto versato dagli spettatori allo stadio (400 milioni fra biglietti ed abbonamenti). In generale, con l’indotto si arriva poi a 7,4 miliardi pari all’0,51 % del PIL, con un gettito fiscale in costante ascesa (dal 2016 a 2020, le spese dirette sono aumentate del 65%; le tasse generate del 79%), partendo da 1,7 miliardi di euro del 2016. Per non parlare dell’occupazione: 899 mila collaboratori sportivi, fra tecnici, dirigenti e ufficiali di gara, oltre a 5,65 milioni di atleti tesserati per le federazioni nazionali e per le Discipline Sportive associate, che rappresentano il 9,6% della popolazione, con un numero complessivo di sportivi praticanti che supera i 14 milioni. E tutto ciò appare a rischio…

L’impatto economico dello stop allo sport

Innanzitutto economico: la FIGC ha stimato le perdite in caso di mancata chiusura del campionato, ma ingenti perdite sono previste anche per la mancata fine dei campionati di serie A maschile di pallavolo e di basket. E, quindi anche il fisco ne soffrirebbe.  In particolare, per la serie A di calcio la FIGC ha calcolato che in caso di mancata ripresa del campionato subirebbe una perdita di 313,1 milioni di cui 215 per mancati guadagni da sponsorizzazioni e attività commerciali e 98,1 per gli spettatori mancanti; mentre l’ipotesi attuale, di finale a porte chiuse le perdite ammonterebbero a 177,7 milioni.  Per non parlare dell’indotto: televisioni, sponsor, tifosi, tutto a rischio di disinnamoramento.E ci sarebbe anche un forte rischio per l’occupazione. Si calcola che potrebbe perdere il posto di lavoro addirittura il 38% degli attuali occupati, ossia 46.000 posti di lavoro in meno.

Ed allora, visto che quasi tutti gli esponenti degli sport di vertice chiedono di ricominciare, perché non far ricominciare chi vuole farlo? In sicurezza, certo… E nel rispetto rigoroso di tutti i protocolli scientifici che debbono essere redatti su rigorose basi scientifiche di precauzionalità e prevenzione. Con protocolli seri, basati su dati scientifici elaborati da scienziati con la medesima dignità scientifica dei tremolanti consulenti dei nostri governanti. Certo per lo sport di base sarà molto più complicato. Il rispetto dei protocolli è molto dispendioso dal punto di vista economico e pochi potranno permetterselo. Ed allora in questi casi è meglio dare la certezza di fermarsi e vedersi l’anno prossimo. Perché l’incertezza sta causando enormi danni, non solo economici…Incertezza che provoca danni a tutti: ai club di vertice, che non sapendo quando e se si riprenderà non riescono a trovare gli accordi necessari per limitare i danni. Ma anche i piccoli club, le piccole realtà locali che già minate dai mancati introiti, non sanno se e per quanto dovranno far fronte a nuove spese, oltre a quelle correnti che non riescono ad evitare…   

E lo sport amatoriale?

Ancora diverso il caso dello sport amatoriale, quello delle palestre e dei circoli. Anche per loro dovrebbero essere elaborati protocolli specifici, soprattutto nei casi di sport individuali senza contatto, al fine di poter riaprire in sicurezza qualora siano in grado di rispettare questi protocolli, anche grazie al contributo economico di chi fa sport per puro diletto. Ed allora è imprescindibile distinguere fra le varie attività sportive e fra i differenti livelli, di ciascuno, dal professionismo al livello amatoriale. Lo sport di vertice, qualora lo volesse e potesse farlo in sicurezza, dovrebbe essere messo in grado di ripartire. Lo sport di base, qualora i protocolli sanitari non consentissero una ripartenza a condizioni economiche sostenibili dovrebbe fermarsi, per ora, per poter ripartire, appena possibile.

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