L’esonero dell’allenatore: costi, procedure, diritti e doveri delle società e del tecnico

L’esonero dell’allenatore: costi, procedure, diritti e doveri delle società e del tecnico

Di Francesco Paolo Traisci. Il modo più semplice per tentare di far cambiare rotta ad una squadra in crisi è sicuramente il cambio di allenatore. Meno costoso rispetto all’acquisto di nuovi giocatori ed alla cessione di quelli che hanno deluso. Ma tutto ha il suo prezzo. Come si gestisce un esonero?

di Francesco Paolo Traisci

Sono passate poche giornate e per qualcuno è già tempo di verdetti. Di complimenti per il lavoro svolto durante il mercato ma anche di valutazioni e di correzioni in corso d’opera. E il modo più semplice per tentare di far cambiare rotta ad una squadra in crisi è sicuramente il cambio di allenatore. Meno costoso rispetto all’acquisto di nuovi giocatori ed alla cessione di quelli che hanno deluso. Ma tutto ha il suo prezzo.

L’esonero dell’allenatore. Quanto costa?

In realtà quando un club cambia il tecnico, non licenzia quello vecchio per assumere quello nuovo. O meglio assume il nuovo tecnico, ma non licenzia quello vecchio. In altre parole il rapporto di lavoro con lui non si interrompe, a meno che non ci siano le condizioni per la risoluzione del contratto che lo lega alla società per sua colpa (o dolo). Negli altri casi, quelli più frequenti di mancanza di risultati di conflitti con la proprietà, di pressioni di tifosi, media o altre componenti, o infine di forti incompatibilità con la squadra, non possono essere visti come causa di risoluzione del rapporto. Tutt’al più le parti possono decidere di risolvere consensualmente, ossia d’accordo, il contratto. Eventualmente, come non raramente accade, con una liquidazione a favore dell’allenatore che se ne va “spontaneamente”. Negli altri casi la società solleverà il tecnico dalle sue mansioni di guida della squadra affidando questo ruolo ad un altro tecnico, assumendolo, oppure ad un tecnico già presente fra i dipendenti della società (l’esempio più classico è quello dell’affidamento della panchina della prima squadra al tecnico della squadra giovanile).

Ma il tecnico esonerato rimane un dipendente del club

E pertanto continuerà a percepire il proprio stipendio, nella misura identica a quanto pattuito all’inizio del rapporto. Questo lo dicono i vari Accordi collettivi. Ad esempio quelli di Serie B e LegaPro sono identici sul punto quando affermano che “è facoltà della società esonerare l’Allenatore dal rendere la prestazione oggetto del contratto. All’Allenatore spettano tutti gli Emolumenti contrattualmente pattuiti nonché, limitatamente alla sola stagione sportiva in cui è avvenuto l’esonero e in misura proporzionale rispetto al periodo contrattuale in cui il rapporto ha avuto esecuzione, i Premi pattuiti, salvo diverso accordo tra le parti”.

L’allenatore esonerato rimane a disposizione della società che, qualora andasse male anche con il nuovo tecnico, potrà riaffidargli la guida tecnica della squadra. A sua volta il tecnico esonerato deve rimanere a disposizione della società e non può accettare offerte di allenare altri club. In realtà può risolvere il contratto ma non può essere tesserato per altre società. E questo lo dice chiaramente l’Accordo collettivo fra allenatori professionisti rappresentati dall’AIAC e le varie leghe professionistiche. In particolare l’art. 6, pur distinguendo i casi in cui l’allenatore sia stato esonerato dalla società prima dell’inizio del campionato, in  cui avrebbe la “facoltà di risolvere il contratto entro il termine massimo della fine del girone di andata del Campionato stesso, fermo restando l’obbligo della società di corrispondergli gli emolumenti pattuiti fino alla data della risoluzione” dal caso in cui “l’esonero venga comunicato all’allenatore titolare di un contratto pluriennale dopo l’inizio del Campionato Nazionale cui partecipa la prima squadra, l’allenatore potrà chiedere la risoluzione del contratto al termine della stagione in corso”. Afferma però che l’allenatore, sia titolare di un contratto a scadenza annuale o pluriennale, esonerato prima dell’inizio del Campionato cui partecipa la prima squadra, non potrà svolgere attività a favore di società diversa dalla contraente, fatto salvo il diritto di risoluzione contrattuale previsto dal primo comma del presente articolo. Identica inibizione a svolgere qualsiasi forma di attività si estende all’allenatore che, pur privo di contratto, abbia prestato la propria opera a favore di società appartenenti alla F.I.G.C.”.

E non può allenare né svolgere alcuna mansione per altre società. Ma qualche eccezione c’è.

L’allenatore esonerato in corso di stagione non può quindi allenare in un’altra società fino al termine della stagione sportiva in essere. In caso di contratto pluriennale, per poter operare in un nuovo contesto, l’allenatore deve risolvere il suo contratto con la società d’origine (quella cioè che lo ha esonerato), presentando quindi le dimissioni. Solo in tal caso potrà ritenersi libero di accasarsi altrove al termine della stagione. Altrimenti, rimane a disposizione della società fino allo scadere del contratto, continuando ad essere retribuito e rimanendo a disposizione, nel caso in cui questa decidesse di richiamarlo.

In tal senso sembrerebbero lapidari sia la NOIF art. 38 che afferma che “nel corso della stessa stagione sportiva i tecnici, salvo il disposto di cui all’art. 30, comma 2 del Regolamento del Settore tecnico, nonché quanto disciplinato negli accordi collettivi fra l’Associazione di categoria e le Leghe Professionistiche o nei protocolli d’intesa conclusi fra tale Associazione e la Lega Nazionale dilettanti e ratificati dalla FIGC, non possono tesserarsi o svolgere alcuna attività per più di una società”, sia l’art. 40.1 del Regolamento del Settore Tecnico per il quale “I tecnici, nel corso della medesima stagione sportiva, non possono tesserarsi né, indipendentemente dal tesseramento, svolgere attività per più di una società, neppure con mansioni diverse, fatta eccezione per eventuali ipotesi previste negli accordi collettivi tra le Leghe Professionistiche e l’associazione di categoria riconosciuta dalla F.I.G.C. o nei protocolli d’intesa conclusi fra tale Associazione e la Lega Nazionale Dilettanti e ratificati dalla F.I.G.C. nonché per quanto previsto dal comma 2 dell’art. 32″.

E quest’ultimo pone l’unica eccezione relativamente ai tecnici che si trasferiscono all’estero, affermando che “possono trasferirsi nella stessa stagione sportiva presso Federazioni Estere Tecnici tesserati in Italia a seguito di risoluzione del rapporto a qualsiasi titolo purché sopravvenga accordo consensuale al trasferimento con la società di appartenenza e parere favorevole del Comitato Esecutivo del Settore Tecnico”. Le uniche aperture sarebbero quindi quelle degli Accordi collettivi fra l’Associazione di categoria e le Leghe Professionistiche. In assenza di specifico accordo per la Lega A, quelli della serie B e della Lega Pro (rispettivamente agli art. 9 e 8 del proprio accordo di settore), distinguendo gli allenatori esonerati prima dell’inizio della stagione da quelli esonerati in corso di annata, consentono ai primi in deroga appunto all’art. 38 Regolamento del Settore Tecnico (ora 40.1) e all’art. 38 NOIF, al tecnico di tesserarsi e svolgere attività per altra Società.

Ma è chiaro che deve essere una scelta dell’allenatore quella di risolvere il contratto. Altrimenti rimarrà comunque a disposizione della società, percependo il regolare stipendio fino alla fine del contratto. È quindi una questione di potere e volere. E finché l’allenatore esonerato non si dimette, la società dovrà continuare a versargli lo stipendio (senza però i premi, dopo l’esonero). Quindi la società che cambia allenatore finché quest’ultimo non si dimette deve pagarne due. È chiaro peraltro che, visto che in caso di esonero a campionato iniziato l’allenatore non può svolgere alcuna attività per nessun altro club, se si dimettesse si ritroverebbe senza stipendio, cosa che rappresenterebbe certo una forte motivazione per non farlo. Più facile che si dimetta se esonerato prima della fine della stagione, o al termine della stagione in caso di contratto pluriennale, volendo rimettersi in gioco con un’altra società.

A meno che non tenti di risolvere il contratto per giusta causa.

Ciò che ad esempio ha tentato di fare la Lazio con il suo ex tecnico Vladimir Petkovic, licenziandolo per giusta causa, non solo e non tanto per il protrarsi dei risultati negativi della squadra, ma accusandolo di essere venuto meno a quei doveri di correttezza ( art. 1175 c.c.), buona fede (art. 1375 c.c.) e lealtà nei confronti della società stessa, previsti dal contratto di lavoro sportivo, nonché all’obbligo di fedeltà del prestatore di lavoro (art. 2105 c.c.). E questo, secondo le accuse della società biancoceleste, per aver l’allenatore sottoscritto un accordo con la Federazione elvetica, ben prima della scadenza naturale del contratto in essere con la Società (30 giungo 2014), senza aver messo la stessa al corrente delle trattative e, anzi, avendole sempre negate e smentite.

Il licenziamento, ammesso che vi siano i presupposti, non può essere attuato con una lettera direttamente dalla società, come per un normale rapporto di lavoro subordinato, ma passando attraverso un Collegio Arbitrale. E ciò malgrado la presenza nella Legge 91 di una esplicita previsione di inapplicabilità al lavoro sportivo di alcune norme relativamente al licenziamento presenti nello Statuto dei Lavoratori e delle altre leggi sul lavoro subordinato. Proprio tali deroghe avevano fatto sorgere alcuni dubbi circa la presunta impossibilità di licenziare gli allenatori. Tuttavia, la giurisprudenza di merito ha provveduto a evidenziare come l’esclusione dell’applicabilità di tali articoli non determini affatto la non applicabilità della disciplina del licenziamento – o meglio del recesso anticipato – per giusta causa.

La società per poter licenziare il tecnico deve quindi dimostrare, non solo l’insoddisfazione per i risultati ottenuti, ma vere e proprie inadempienze del tecnico, in relazione ai doveri che incombono sul prestatore di lavoro. Ed è molto difficile farlo. Si noti, poi, che essendo espressamente esclusa l’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto, l’allenatore illegittimamente licenziato avrà diritto alla sola tutela risarcitoria. Ossia, in caso non venga dimostrata la giusta causa, il giudice non potrà imporre il reintegro del lavoratore ma solo conferirgli un risarcimento dei danni che sicuramente corrisponderà al residuo di stipendio non ancora versato fino alla scadenza del contratto, ma, quando lesivo della dignità ed onorabilità del lavoratore stesso, potrà essere ancora salato per la società. Se ne è resa conto la Lazio, condannata dal Tribunale di Tivoli a risarcire al suo ex tecnico 700 mila euro.  E quindi, per il bene del bilancio della società è meglio tentare di mettersi tutti d’accordo per un uscita soft!

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