L’ECA, il nuovo che avanza: la “confindustria del pallone”, tra i sogni di Superlega e i rapporti con la UEFA

L’ECA, il nuovo che avanza: la “confindustria del pallone”, tra i sogni di Superlega e i rapporti con la UEFA

Di Francesco Paolo Traisci. L’ECA è l’organo unico e indipendente che rappresenta i club calcistici in Europa. Come nasce, da chi è composta? Quali sono i suoi obiettivi? Come può influire sulle competizioni?

di Francesco Paolo Traisci

L’UEFA è cambiata. Fino a qualche anno fa l’UEFA era l’Associazione delle Federazioni calcistiche europee. Poi sono arrivati i calciatori, con l’IFAB e poi dal 2008 i club, con l’ECA, tanto che oggi l’UEFA è diventato un organismo di governo del calcio europeo a tutto tondo, con gruppi che rappresentano i vari portatori di interesse (leghe, club, giocatori e tifosi) inseriti nei procedimenti decisionali che riguardano tematiche sportive in tutto il continente. Ma mentre l’interlocuzione con i calciatori, che riguarda soprattutto la modifica delle regole del gioco, è affidata alla FIFA, essendo questa competente in tal senso, uno degli argomenti di maggiore discussione in seno all’UEFA riguarda l’organizzazione delle competizione europee per club, in particolare la Champions League e l’Europa League, per i quali la UEFA mantiene un contatto quotidiano con i club professionistici più prestigiosi d’Europa, rappresentati dall’ECA, ossia dall’ Associazione Club Europei (ECA).

Ecco arrivare l’ECA

Fondata a gennaio 2008, l’ECA è l’organo unico e indipendente che rappresenta i club calcistici in Europa e avendo sostituito all’epoca il gruppo ‘G14’ e il Forum dei Club Europei a inizio 2008. Oggi rappresenta 220 squadre delle Federcalcio affiliate alla UEFA ed è governata da un consiglio direttivo di 15 membri, sotto la presidenza di Andrea Agnelli. In realtà, quantomeno all’inizio, l’ECA si era posta in posizione conflittuale con l’UEFA, minacciando di creare una superlega europea, ossia una competizione su scala europea che vedeva contrapposti i maggiori club continentali. Una minaccia per le competizioni europee organizzate dall’UEFA stessa, ma anche per i campionati nazionali, che si sarebbero ritrovati con spazi sempre minori. Ed allora l’UEFA decise, saggiamente, di venire a patti, inserendo appunto l’ECA non solo fra i suo interlocutori, ma anche all’interno del suo organigramma. ECA e UEFA siglarono un protocollo di intesa a gennaio 2008 per dare inizio a una nuova era all’interno della famiglia calcistica europea. Ai sensi del protocollo, la UEFA ha riconosciuto la ECA come organo unico di rappresentanza dei club europei, mentre la ECA riconosce la UEFA come organo di governo calcistico a livello europeo e la FIFA a livello mondiale. E nel 2015 c’è stato un nuovo memorandum.

Nel frattempo l’ECA ha dovuto anche lei cambiare la sua struttura e le sue prospettive.

Non più un circolo ad inviti all’interno del quale i ricchi e potenti pianificavano un campionato a loro riservato, a scapito di tutto il resto, ma una vera e propria “confindustria” del pallone europeo, con una rappresentatività determinata in funzione a dei criteri meritocratici, ossia il ranking UEFA. E così dai pochi e blasonatissimi club che avevano partecipato alla fronda contro la stessa UEFA, l’ECA ha razionalizzato la sua compagine, attribuendo ad ogni federazione nazionale un numero fisso di soci ordinari (quelli con diritti di voto in assemblea) in funzione del ranking UEFA nazionale. Ed i singoli posti vengono attribuiti a loro volta in funzione del ranking europeo dei singoli club per un ciclo biennale. Attualmente l’Italia ha 5 membri ordinari: Juventus, Lazio, Napoli, Inter e Fiorentina. Poi ci sono i membri associati, ossia i membri fondatori e quelli che pur non rientrando per ranking fra i membri ordinari hanno determinati requisiti, stabiliti dallo Statuto. Questi possono far domanda per diventare membri associati. I requisiti di ammissione sono: l’essere stato membro fondatore o membro ordinario nel passato ciclo; l’aver superato la fase a gironi della Champions nell’annata precedente; aver in passato vinto una Coppa dei Campioni o una Champions; aver partecipato ad una Coppa europea tre volte nelle ultime 5 stagioni. Una piattaforma ampia che consente così al nostro paese di avere 5 membri associati: Milan, Roma, Udinese, Atalanta e Sampdoria.

L’ECA ormai è entrata all’interno dell’organigramma dell’UEFA

Attualmente l’ECA è considerata uno dei principali stakeholder dell’UEFA, con una rappresentatività anche all’interno del suo organigramma, eleggendo due dei suoi rappresentanti all’interno del Comitato Esecutivo UEFA nonché quattro dei 16 componenti del Consiglio Strategico del Calcio Professionistico (PFSC), organismo che riunisce i principali componenti del calcio europeo, quindi la UEFA, i club, campionati professionistici e giocatori, con l’intento di lavorare insieme per trovare soluzioni comuni sui principali temi di attualità che riguardano questo sport. Un consiglio che si riferisce direttamente al Comitato Esecutivo UEFA ed esercita una forte influenza sul suo processo decisionale.

Che sia sempre di più un calcio di ricchi lo affermano i numeri

Secondo lo studio ’Europea Club Footballing Landscape, l’annuale rapporto comparativo sulle licenze per club nel calcio europeo pubblicato dall’UEFA e richiamato dal sito Calcio e Finanza, sarebbe sempre più evidente la concentrazione dei ricavi nel livello più alto del calcio europeo, con una quota generata dai primi cinque campionati (i cosiddetti “big five”, ossia Spagna, Inghilterra, Germania, Italia e Francia) che raggiunge un record del 75% dei ricavi globali. L’ultimo report evidenzia che l’anno finanziario 2018 è stato il secondo consecutivo di redditività complessiva per i club delle massime divisioni europee: un importante cambio di rotta rispetto ai 5 miliardi di euro di perdite registrati in soli tre anni all’inizio dello scorso decennio, prima dell’introduzione del fair play finanziario UEFA.

Il rapporto evidenzia come la stabilità dell’ecosistema calcistico europeo, favorita da norme oculate, abbia portato a 20 anni consecutivi di crescita dei ricavi. In effetti, nel 2018 i ricavi dei club dei maggiori campionati europei sono aumentati complessivamente da 20 miliardi di euro a 21 miliardi, tanto che, nella sua introduzione, il presidente UEFA Aleksander Čeferin scrive: “Con il miglioramento delle performance finanziarie, l’attuale posizione dei club è notevolmente più sana, con un attivo netto che è passato da meno di 2 miliardi di euro a oltre 9 miliardi di euro nell’arco di un decennio. Questo rispecchia il successo del fair play finanziario UEFA, la stabilità dell’ecosistema calcistico europeo e gli investimenti duraturi e importanti”.

I numeri del rapporto indicano peraltro che, per la prima volta, le prime 30 squadre europee genereranno oltre metà dei ricavi di tutti i club di massima divisione, con una crescita media tre volte maggiore rispetto alla media dei club di massima divisione. I ricavi combinati dei primi 30 club sono aumentati del 7%, attestandosi a 10,2 miliardi di euro nel 2018, pari al 49% dei ricavi di tutti i club di massima divisione in quell’anno (rispetto al 48% nel 2017). La crescita delle entrate per il 2019 per un campione di 22 dei primi 30 club è dell’8%.D’altro canto, la spesa salariale dei 98 club dei primi cinque campionati è aumentata di oltre 1 miliardo di euro (a rappresentare l’88% dell’intera crescita salariale). I suddetti club hanno registrato complessivamente l’85% delle spese lorde per i trasferimenti e il 75% dei guadagni per trasferimenti nelle massime divisioni.

I timori di un calcio per pochi

Ma non è tutto oro quello che luccica. E lo stesso presidente Čeferin a precisare che “il report evidenzia diversi pericoli per la stabilità e il successo duraturi del calcio europeo. Tra questi, il rischio di una polarizzazione dei ricavi alimentata dalla globalizzazione, di un panorama mediatico frammentario e di una sovradipendenza dalle entrate per trasferimenti”. Ossia di un calcio in cui i club ricchi diventino sempre più ricchi, grazie al loro appeal internazionale, che genera anche interesse e ricavi dai media. Della serie, il tifoso bielorusso e quello maltese, anziché andare allo stadio a vedere la squadra locale preferiranno (o già preferiscono) vedere in televisione (o in streaming) il Clasico spagnolo o le partita fra Liverpool e PSG!

E con la crescita del divario economico, cresce anche la differenza nella competitività fra club, con investimenti sul mercato quasi esclusivamente loro. Ed così anche grazie ai risultati i ricchi potranno vincere sempre di più rispetto ai meno ricchi. E così diminuirà la competitività nelle coppe europee delle squadre dei campionati minori (ossia tutti quelli fuori dai big five), ma anche all’interno dei singoli campionati di quelle meno ricche e vincenti. Ma il Presidente appare fiducioso e conclude “il rapporto dimostra anche che il calcio europeo per club è forte, unito e resiliente; sono certo che può superare e che supererà queste e altre sfide, così come nel recente passato è riuscito a invertire le perdite in caduta libera”. Contento lui, contenti tutti!

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