Le riforme dello sport: professionismo e dilettantismo, distinzione da riformulare

Di Francesco Paolo Traisci. Un punto importante delle riforme annunciate dal Ministro Spadafora riguarda anche la riformulazione su basi più solide la distinzione fra professionismo e dilettantismo, fondata su origini ormai anacronistiche.

di Francesco Paolo Traisci

Un punto importante delle riforme annunciate dal Ministro Spadafora riguarda anche la riformulazione su basi più solide la distinzione fra professionismo e dilettantismo, che non può certo più fondarsi sulla capacità dell’atleta professionista di percepire un reddito per lo svolgimento dell’attività sportiva nè su quella dellle società, che attraverso i propri atleti svolgono attività professionistica, di essere organizzate sotto forma imprenditoriale, ossia con la possibilità di percepire utili e con una preclusione in tal senso per quelle che invece operano mediante atleti non professionisti.  Al contrario, allo stato attuale anche il non professionista spesso trae il proprio sostentamento dalla pratica sportiva. Il professionismo di fatto caratterizza ormai quasi tutta la parte di elite dello sport. L’unica distinzione all’interno del movimento, ossia quella fra sport professionistico e sport dilettantistico, basata sul criterio della remunerazione per l’attività sportiva svolta nel primo e della gratuità nel secondo, appare fondata su origini ormai anacronistiche.

Il pagamento dell’attività sportiva

Il motto olimpico del Barone de Coubertin “l’importante non è vincere ma partecipare” in realtà voleva convogliare un messaggio nel senso che la sola partecipazione all’attività sportiva sarebbe stata sufficiente per mostrare ciò che si voleva mostrare: ossia di appartenere a quella classe agiata che poteva permettersi di fare sport, avendo un reddito sufficiente per svolgere attività sportiva senza necessità di lavorare per vivere. Alle origini dello sport moderno, fra la fine 800 e gli inizi 900, l’atleta dilettante era infatti il nobile o il ricco borghese che si dedicava allo sport per diletto, potendosi permettere di non lavorare o di sottrarre tempo al lavoro (ed energie) per svolgere una attività considerata inutile. Ed un bellissima bellissima serie apparsa su Netflix qualche tempo fa “The English Game” sulle origini del professionismo nel calcio lo testimonia in modo meraviglioso.

Oggi, tuttavia, nemmeno lo sport dilettantistico si caratterizza per la sua autosufficienza economica: l’agonismo e la competizione per primeggiare necessitano di un’adeguata preparazione e predisposizione e una distinzione su questo non ha più senso. Peraltro l’attuale riferimento contenuto nella famosa legge n. 91 del 1981 che ha introdotto la disciplina del contratto di lavoro sportivo si limita a qualificare gli atleti professionisti come coloro che “esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”. Due sono gli elementi fondamentali di questa definizione: il primo quello che dice che gli atleti professionisti svolgono attività sportiva a titolo oneroso con continuità, ed il secondo che la distinzione fra gli atleti professionisti e quelli dilettanti dipende dai criteri che ogni federazione è libera di adottare.

Ma anche i dilettanti percepiscono soldi!

Ma, mentre il professionista è sempre colui che svolge la propria prestazione sportiva in cambio di un corrispettivo in denaro in virtù di un contratto di lavoro subordinato sportivo disciplinato dalla legge appena citata (così come successivamente modificata del 1996 in seguito alla necessità di accogliere le indicazioni della Corte di Giustizia Europea sul caso Bosman), non è assolutamente scontato che il dilettante non percepisca denaro per la sua attività. Lo status di dilettante infatti dipende non già dall’assenza di uno stipendio, rimborso, indennizzo etc., ma da quello che decide ogni federazione. In realtà in Italia solo 5 Federazioni prevedono la presenza di professionisti: oltre, ovviamente, al Calcio, solo il Basket, il Ciclismo, il Golf, hanno al loro interno una apposita Sezione professionistica, mentre nella Federazione di pugilato, il professionismo, che esiste ovviamente, ha un inquadramento particolare. Peraltro, i criteri adottati dalle Federazioni sono spesso solamente formali: ad esempio la FIGC distingue i propri atleti in funzione della categoria di competizione alla quale partecipa la loro squadra: sino alla Lega Pro (che si chiama così proprio perché è partendo dal basso la prima lega professionistica), i calciatori sono professionisti, dalla Serie D in giù sono dilettanti (così come sono dilettanti o, meglio, non professionisti i partecipanti ai campionati di calcio a 5). E peraltro nessuna Federazione prevede il professionismo per le donne.

In base al criterio di distinzione “formale” gli atleti dilettanti non potrebbero trarre il proprio sostentamento dall’attività sportiva: tutti regolamenti prevedono che infatti che l’atleta dilettante non riceva alcuna remunerazione economica né alcun vantaggio economico dalla propria attività sportiva, fatto salvo un rimborso spese. In tal senso, ad esempio l’art. 2 del Regolamento FIFA sullo Status e sul trasferimento internazionale dei calciatori recita “Professionista è calciatore che ha stipulato contratto scritto con società e che per la propria prestazione riceve un pagamento superiore alle spese effettivamente sostenute nell’esercizio della prestazione calcistica. Nello stesso senso poi l’art 29, 2 NOIF recita “Per tutti i calciatori “non professionisti” è esclusa ogni forma di lavoro, sia autonomo che subordinato”.

Falso dilettantismo

Tornando poi alla contestata distinzione basata sul dato reddituale è evidente che a dispetto della qualifica formale attribuita dalle singole federazioni di appartenenza, il panorama sportivo è fatto di atleti che traggono il proprio sostentamento come corrispettivo per l’attività sportiva svolta. Si tratta infatti di atleti percepiscono veri e propri “ingaggi” o somme, a volte anche elevate, per svolgere la propria attività sportiva a favore della società per la quale sono tesserati, pur essendo inseriti in una federazione che prevede solo dilettantismo (come quella della Pallavolo o del Rugby) oppure svolgendo, all’interno di una federazione che prevede anche professionismo, la propria attività a favore di squadre inserite in competizioni definite dilettantistiche (come ad esempio i calciatori di calcio a 5 o quelli di serie D o, anche di serie minori).

Si tratta di un fenomeno a tutti noto e definito in vari modi: professionismo di fatto, falso dilettantismo, dilettantismo retributivo, dilettantismo “marrone” o “grigio”. Le stesse federazioni poi, a dispetto del nome (che peraltro nel frattempo è stato cambiato in “non professionisti”, come ad esempio la FIGC all’art. 94 ter delle NOIF), prevedono la possibilità di sottoscrivere contratti contenenti accordi economici annuali con rimborsi, indennità e voci premiali o, in alternativa, una somma forfettaria da suddividersi in 10 rate mensili (entro determinati limiti quantitativi).  Dal punto di vista giuridico la stessa Corte europea giustizia li ha equiparati ai professionisti, affermando che la qualifica del lavoratore subordinato, con relativi diritti che derivano sul piano economico, va riconosciuta a tutti quelli che esercitano prestazioni lavorative in condizione di subordinazione, a titolo oneroso, a prescindere dalla circostanza che atleta sia vincolato a società che svolge attività professionistica o dilettante.

La differenza è nel contratto

In realtà la differenza non sta tuttavia solo nel nome. È vero che tanto il professionista quanto il dilettante hanno diritto a equa remunerazione come corrispettivo per attività svolta con vincolo di subordinazione, ma solo il professionista può sottoscrivere un regolare contratto di lavoro sportivo tipico, ossia quello disciplinato, nel nostro ordinamento, dalla legge del 1981 (che gli attribuisce anche diritti previdenziali e pensionistici di tale forma di lavoro subordinato), mentre il non professionista potrà legarsi alla società con un contratto in base al quale ha diritto eventualmente ad una compensazione economica in cambio dello svolgimento dell’attività sportiva, senza però le tutele previste per i lavoratori subordinati.

È anche possibile che sia il professionista sia il non professionista decidano di svolgere attività a titolo gratuito. E qui sorge una prima differenza: mentre il non professionista quando non prevede una remunerazione si presume svolga la propria attività a titolo gratuito, per il professionista il compenso, seppur minimo è presunto a meno che non si trovi in uno dei casi previsti dall’art. 3 della legge n.91 (ossia quando il rapporto manchi di continuità o di completezza, come nel caso dell’atleta ingaggiato solamente per alcune gare ovvero senza obblighi di preparazione o allenamento).

Cambiare la distinzione ed estendere il professionismo alle donne e ai dirigenti

Tornando alle dichiarazioni del Ministro, dobbiamo ricordare che l’interesse espresso nella Legge delega è quello di riordinare la disciplina fondando la distinzione su altre basi più attuali, che quindi non siano quelle reddituali e di estendere alcune garanzie lavoristiche anche a coloro che non hanno uno statuto di atleta (o tecnico) professionista quando il suo sostentamento dipende dallo svolgimento dell’attività sportiva. Qualcuno ha parlato poi di figure intermedie, il semiprofessionisti, con una disciplina tutta da costruire.  Spesso presente nelle dichiarazioni del ministro appare poi la volontà di riconoscere una posizione professionale anche a figure coinvolte nell’attività sportiva differenti da atleti e tecnici: i dirigenti sportivi, ai quali fornire uno status particolare. Peraltro in ottica di pari opportunità l’indicazione è quella di estendere il professionismo anche alle donne, attribuendo loro le relative garanzie, atteso che nessuna Federazione lo prevede.

Modificare il divieto di scopo di lucro

Ma una differenza altrettanto importante fra dilettantismo e professionismo appare però a monte: per poter stipulare contratti con atleti professionisti le società sportive (in virtù dell’art. 10 della stessa legge 91 debbono essere costituite nella forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata (e quindi avendo tutti i requisiti delle società commerciali e possono dedurre tutti i costi, anche quelli degli stipendi dei propri atleti, e distribuire gli utili) mentre quelle dilettantistiche, ai sensi dell’art. 90, n. 18 non possono avere tale scopo di lucro. La corresponsione di somme per retribuire il lavoro sportivo svolto dai propri tesserati in questo caso deve sottostare alle limitazioni previste dalle singole federazioni (come ad esempio quelle dell’art. 94, ter NOIF della FIGC) ed ai requisiti della contabilità per le associazioni senza finalità di lucro. Ciò che comporta, da un lato, forme di integrazione della remunerazione “non ufficiali” e dall’altro significative conseguenze sul trattamento pensionistico e previdenziale degli sportivi “non professionisti”.

Peraltro il divieto di finalità di lucro e quindi di una gestione imprenditoriale dello svolgimento della pratica sportiva da parte dei propri associati, ostacola gli investimenti e l’acquisizione di competenze professionali. Questo era stato riconosciuto dal precedente governo, tanto che, fra le riforme introdotte dal precedente Ministro dello Sport Lotti con l’art. 1 commi 353-360 della Legge 27 dicembre 2017, vi era stata quella delle SSDl, ossia delle Società sportive dilettantistiche che potevano legittimamente distribuire utili ai propri soci. E ciò nell’ottica di rendere economicamente redditizia l’attività dei vivai o delle scuole calcio (o di altri sport come il minibasket, minivolley, minirugby) sparse lungo la penisola o delle società ed associazioni che con queste ultime finanziano la pratica sportiva dilettantistica. In tal modo tutti i compensi, tutte le spese, potranno essere riportati nei bilanci sole così come lo saranno gli utili di gestione percepiti. Ciò avrebbe dato la possibilità di retribuire professionisti della gestione societaria e di fare quindi delle società sportive delle vere e proprie imprese. Ora queste forme societarie hanno avuto una vita assolutamente breve, ma, in ottica di ripartenza dell’attività post emergenza la loro reintroduzione sarebbe più che opportuna, con la speranza che non serva ad arricchire solo il fisco ma tutto il movimento sportivo.

Ma bisognerà far presto: la Legge Delega prevede che i provvedimenti siano adottati entro il 31 agosto. Dopo tale data, la palla ripasserà al Parlamento (per una eventuale Legge o una nuova Legge Delega). 

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