L’ammutinamento del Napoli: chi ha ragione, la società o i calciatori? E che provvedimenti possono scattare?

L’ammutinamento del Napoli: chi ha ragione, la società o i calciatori? E che provvedimenti possono scattare?

Di Francesco Paolo Traisci. Il caos in casa Napoli, tra ritiro saltato e scontro frontale, ha fatto parecchio rumore. E il dibattito si è presto spostato sul piano giuridico, chiedendosi tutti chi è andato fuori dalle regole: la società o i calciatori? Come sono regolati i rapporti tra le due parti? E qual è la posizione del mister?

di Francesco Paolo Traisci

“Porto tutti in ritiro”. Parole spesso dette a caldo dopo una serie di risultati negativi. Succede. Meno frequente però è il rifiuto da parte dei giocatori di seguire l’ordine del presidente. E fa quindi molto rumore l’ammutinamento dei giocatori del Napoli che, dopo il pari con il Salisburgo, anziché salire sul pullman verso la sede scelta per il ritiro, hanno deciso di riprendere la propria auto e far ritorno alle rispettive case. In ritiro c’è andato solo soletto il mister Carlo Ancelotti, sconfortato per la piega che hanno preso gli avvenimenti. Ed in un comunicato la Società ha dichiarato di essere pronta a tutelare i propri diritti economici, patrimoniali, di immagine e disciplinari in ogni competente sede.

Nel comunicato la società ha inoltre precisato di aver affidato la responsabilità decisionale in ordine alla effettuazione di giornate di ritiro da parte della prima squadra direttamente all’allenatore della stessa Carlo Ancelotti, addossando quindi su quest’ultimo ogni responsabilità per le scelte tecniche anche relativamente al ritiro. Lui in ritiro ci è andato, tutelando evidentemente la sua posizione rispetto al club. In mattinata si è svolto l’allenamento, poi il ritiro è stato definitivamente annullato, il club ha disdetto le camere riservate nell’hotel all’interno del centro di allenamento a Castel Volturno. La squadra aveva già deciso di chiedere al presidente De Laurentiis l’interruzione del ritiro, lo ha fatto e ha ricevuto un secco rifiuto. Non c’è stata trattativa, i senatori hanno così parlato con l’allenatore e sono andati via. Il ritiro, programmato inizialmente fino a domenica e quindi anche dopo la partita con Genoa di sabato scorso, è così definitivamente terminato anzitempo.

Il dibattito si è presto spostato sul piano giuridico, chiedendosi tutti chi è andato fuori dalle regole: la società o i calciatori? E perché? Come sono regolati i rapporti tra le due parti? E qual è la posizione del mister?

Diritti e obblighi dei calciatori

Sugli strumenti di disciplina del rapporto fra i calciatori e la società è presto detto: come tutti i rapporti che sorgono da un contratto di lavoro sportivo, quello fra i giocatori del Napoli e la Società è disciplinato innanzitutto dalla legge 91 del 1981 e dalle sue successive modifiche. E visto che questa qualifica il rapporto come rapporto di lavoro subordinato, le norme di questa legge vengono integrate da quelle generali sul lavoro subordinato, quando non dichiarate non applicabili dalla stessa e dagli altri strumenti tipici del lavoro subordinato come gli accordi collettivi. Poco peso hanno invece i contratti individuali perché trattandosi di contratti tipo riprendono o richiamano prevalentemente la disciplina del settore e quindi gli accordi collettivi.

Gli obblighi reciproci fra società ed atleti professionisti sono quindi disciplinati dall’art. 4 della legge 91, che afferma che nel contratto individuale dovrà essere prevista la clausola contenente l’obbligo dello sportivo al rispetto delle istruzioni tecniche e delle prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici.  Previsione ripetuta poi nell’art. 10.1 dell’Accordo collettivo fra l’AIC e la Lega A. Ed è indubbio che fra queste ultime, ai quali quindi i giocatori non possono sottrarsi, vi sia l’imposizione del ritiro. Sottraendosi all’imposizione di un ritiro imposto dalla società, i giocatori avrebbero violato uno degli obblighi imposti dal contratto di lavoro, ponendosi così nella condizione di poter essere sanzionati per questo inadempimento. E le sanzioni sono quelle previste dall’art. 11 dell’accordo collettivo e debbono essere comminate in proporzione alla gravità dell’inadempimento.

Quali provvedimenti possono essere presi nei confronti dei calciatori?

Ma quanto può essere considerato grave il rifiuto di recarsi o di proseguire il ritiro? Non si sa perché si tratta di una assoluta novità? Allora ipotizziamo. Fra le sanzioni quella più indicata appare la multa, la cui applicazione viene disciplinata in due differenti modalità. Qualora la società dovesse optare per la linea soft, potrebbe assegnare una multa a ciascun giocatore che non superi il 5% della propria retribuzione lorda mensile, per la quale sarebbe sufficiente una raccomandata di contestazione unilaterale da parte della società entro 20 giorni dalla conoscenza dei fatti (termine che quindi, nel caso del rifiuto di rientrare in ritiro dei giocatori del Napoli, scadrebbe il 24 novembre). E ciascun giocatore avrebbe un termine per impugnarla.

Altrimenti, qualora dovesse prevalere la linea dura, la società potrebbe imporre a ciascuno una multa, proporzionata alla gravità dell’inadempimento, che può arrivare sino al 25% della retribuzione mensile di ciascuno. Ma in questi casi dovrebbe attivare un procedimento dinanzi un collegio arbitrale. Procedimento che andrebbe svolto per ogni singolo giocatore della rosa. E quindi molto complicato da attuare. Per questo nelle dichiarazioni successive sembra prevalere la linea morbida! Anche perché qualora pure fosse possibile l’esperimento di una estrema sanzione, quella della risoluzione immediata del contratto (ossia il licenziamento), sarebbe più dannosa per la società, che in questo modo perderebbe il valore dei cartellini. Allora meglio una multa minima che venga accettata dai giocatori e tutti salvano la faccia. Salvo poi prendere i veri provvedimenti cedendo al mercato (a questo punto estivo) i capi della rivolta. 

E nei confronti di Ancelotti?

Il mister sembra ormai un separato in casa, senza purtroppo grande possibilità di recupero. La sua presa di posizione pubblica contro il ritiro non è affatto piaciuta al suo vulcanico presidente. E il fatto di essersi recato in ritiro anche senza i giocatori se, da un lato, gli ha tolto la responsabilità per l’inadempimento dello stesso obbligo di rispettare le direttive tecniche della società che incombe anche sui calciatori, dall’altro non ha certo migliorato i rapporti con giocatori e società. Peraltro nella sua dichiarazione la società ha ribaltato nei suoi confronti le indicazioni sul ritiro, come per dire che la scelta sulla sua durata spettano ora a lui, quasi a volerlo caricare della responsabilità morale per l’ammutinamento.

E, forse anche delle sue conseguenze giuridiche, laddove l’art. 11 dell’Accordo collettivo di settore prevede che “l’Allenatore non ha diritto di interferire nelle scelte gestionali e aziendali della Società, fermo restando il dovere di fornire a quest’ultima i pareri tecnici che potranno essere a lui richiesti”. E l’allenatore ha anche doveri di lealtà, correttezza e probità e deve rispettare le indicazioni tecniche della società, potendo la società arrivare a chiedere ad un collegio arbitrale la risoluzione del contratto (in altre parole, il licenziamento) nei confronti dell’allenatore che sia venuto meno ai propri obblighi nei confronti della società, nei casi di grave inadempimento (art. 22.2 lett. e) dell’accordo collettivo.

Quello di dichiararsi fortemente contrario al ritiro e quindi criticare apertamente le scelte tecniche della società può considerarsi un grave inadempimento agli obblighi di lealtà correttezza e probità che legano l’allenatore alla società, tanto da motivarne il licenziamento in tronco? Probabilmente no. Ma se a questo si fosse unito anche il rifiuto di dare seguito alle istruzione della società e di recarsi in ritiro la situazione potrebbe cambiare radicalmente. Per questo alla fine il tecnico di Reggiolo, obtorto collo, in ritiro c’è andato.

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