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La FIFA ha deciso: il Covid-19 non basta come motivazione per risolvere un contratto

Di Francesco Paolo Traisci. Diritto sportivo, secondo la FIFA le conseguenze del Covid-19 non bastano come motivazione per risolvere un contratto. Quali sono i principi? Perché si è arrivati a questa decisione?

Francesco Paolo Traisci

Può un club rifiutarsi di pagare un proprio tesserato per l’emergenza COVID? Può il COVID essere ritenuto una giusta causa di risoluzione nei contratti dei calciatori? No, secondo una recente pronuncia della Camera di Risoluzione delle Controversie della FIFA (FIFA DRC). E questo in modo apparentemente contraddittorio, laddove era stato il Bureau della stessa FIFA a definire la pandemia COVID-19 come causa di forza maggiore. Cionondimeno per la FIFA e il mondo del calcio la pandemia non può essere invocata a priori per giustificare un inadempimento contrattuale da parte della società.

Spetta alle leggi locali decidere?

Nella sentenza, intervenuta nell’ambito di una controversia in relazione ad una risoluzione per giusta causa di un calciatore cileno durante la prima ondata di pandemia Covid-19, la Camera di Risoluzione ha infatti ritenuto di dover delimitare il concetto di forza maggiore in funzione delle normative vigenti, osservando come “l’esistenza o meno di una situazione di forza maggiore (o il suo equivalente) in un dato Paese o territorio è una questione di diritto e di fatto, che deve essere affrontata caso per caso con riferimento alle leggi applicabili al contratto di lavoro e/o di trasferimento”. Spetterebbe quindi alle leggi locali sul lavoro e non alla FIFA stabilire se per un contratto di prestazione sportiva, il COVID possa costituire o meno una giusta causa per la risoluzione del contratto e, soprattutto per il mancato pagamento dello stipendio del calciatore. E qui si entra però in un terreno scivoloso. Perché in effetti i profili sportivi e quelli ordinari, valutati, rispettivamente, dalla giustizia sportiva e da quella ordinaria statale quando si tratta della valutazione del rapporto di lavoro sportivo fra il club ed i suoi tesserati si sovrappongono e quindi non appare interamente corretto il ragionamento della FIFA di farsi da parte.

Forza maggiore?

A mio avviso, si sarebbe potuto anche entrare nella vivo della disciplina stessa della forza maggiore che, come tutti sanno è inquadrabile all’interno della categoria delle sopravvenienze, ossia di quegli eventi che, in corso di esecuzione del contratto ne alterano una delle prestazioni. Nello specifico, la force majeure essendo una sopravvenienza impossibilitante, renderebbe impossibile una di esse. Ebbene né il pagamento dello stipendio del calciatore (a cui nel caso esaminato dalla Camera di Conciliazione si aggiungerebbe anche un quantum per i diritti di immagine) né la prestazione sportiva nella sua integralità (a maggior ragione se affiancata anche allo sfruttamento dell’immagine del calciatore) sarebbero impossibili. Una parte della prestazione sportiva sarebbe comunque possibile ed una serie di obblighi che il calciatore si assume con il contratto rimangono pienamente validi. Si tratterebbe quindi di una sopravvenienza non impossibilitante, probabilmente di una eccessiva onerosità, ossia un costo eccessivo per le prestazioni del calciatore tuttora possibili o di una frustration, ossia dell’avverarsi di una presupposizione, che avrebbero potuto portare ad una rinegoziazione in buona fede dello stipendio del calciatore per il periodo di fermo. Ma questa strada non era stata intrapresa ed il club è stato condannato a pagare integralmente lo stipendio del giocatore, fino alla fine del contratto ed a subire anche le sanzioni del diritto sportivo in caso di mancato pagamento.

Quale insegnamento ci lascia questa pronuncia? Che non un club non può sospendere unilateralmente il pagamento dello stipendio di un calciatore, rifacendosi semplicemente all’emergenza COVID, ma eventualmente è necessario trovare un accordo con il calciatore (o con tutta la squadra).