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Inghilterra, si vuole inserire il divieto di sponsorizzazione per le società di scommesse nel calcio minore

LONDON, ENGLAND - APRIL 14: British Prime Minister, Boris Johnson, leaves for the first Prime Ministers Questions after the Easter Recess at Downing Street on April 14, 2021 in London, England. (Photo by Chris J Ratcliffe/Getty Images)

Di Francesco Paolo Traisci. Il Decreto Dignità dal 2018 vieta, in Italia, la pubblicità di società che gestiscono scommesse sportive come sponsor tanto di società quanto di eventi sportivi. E se qui si parla di ripensarci, altrove le cose...

Francesco Paolo Traisci

Parliamo ancora del famigerato Decreto Dignità, che dal 2018 vieta, in Italia, la pubblicità di società che gestiscono scommesse sportive come sponsor tanto di società quanto di eventi sportivi. Molti chiedono a gran voce l’abolizione del divieto o, quanto meno, un suo ammorbidimento. Anche perché va a scapito delle casse dei nostri club calcistici e non, senza un effettivo vantaggio. Anche perché le risorse vanno verso altri paesi… Che senso ha vietare di mettere il marchio di una società che fa betting on line in Italia e altrove sulle maglie di un club di Serie A e poi vederlo in televisione su quelle di una squadra inglese? La differenza è che nelle casse del club inglese piovono i milioni, gli stessi che non entrano in quelle dei club del nostro campionato. E la ludopatia non cala! E poi ci sono tanti altri modi di aggirare il divieto di pubblicità escogitati dalle società di betting: come quello di aprire siti on line di news con il proprio nome commerciale. Ed altri ancora.

In Inghilterra provano a inserire il divieto

Se da noi quindi si chiede di ripensare al divieto, altrove fa notizia la richiesta di inserirlo. In Inghilterra, patria delle scommesse sportive, c’è chi, appunto, ha chiesto di vietare l’apposizione, sulle maglie dei club, del logo di società di gambling. Questa la richiesta formulata in una lettera firmata da alcune squadra della English Football League, ossia la seconda Lega professionistica del calcio inglese, che organizza i tre campionati calcistici di rango immediatamente inferiore alla Premier League e da alcune squadre amatoriali, affermando proprio che lo sport avrebbe un “dovere morale” di porre misure restrittive nei confronti dell’industria delle scommesse. E chiedono anche qualcosa di più… Un divieto in tal senso, ossia di sponsorizzare le maglie dei club, sarebbe, secondo i firmatari della lettera, sicuramente un messaggio significativo del riconoscimento della dannosità di simili sponsorizzazioni nel mondo del calcio, ma gli stessi firmatari vorrebbero anche che fosse presa di mira tutta la pubblicità di scommesse negli stadi, in cui spesso ci sono veri e propri stand nei quali il tifoso spettatore può piazzare la sua scommessa, e nelle competizioni sportive, così da non indurre in tentazione i giovani fan presenti allo stadio. Questa lettera sarebbe così l’ultima iniziativa nel quadro della campagna “Gambling With Lives”, ossia scommettere con le vite, per incoraggiare un restrizione del Governo britannico sul settore delle scommesse.

Il Governo inglese è d'accordo, ma...

In realtà c’è un forte dibattito fra quei club che hanno rifiutato di sottoscrivere accordi di sponsorizzazione con società di scommesse e quelli che invece hanno fatto ricorso a questo tipo di accordi per rimpinguare le asfittiche casse svuotate anche dalla pandemia. Fra chi crede che il calcio possa risollevarsi senza i soldi delle scommesse sportive c'è lo stesso governo britannico, secondo The Telegraph, avrebbe preso in considerazione il divieto già da molti anni, ma avrebbe deciso di non imporlo, anche in considerazione delle conseguenze che avrebbe in altri sport (pensiamo all’ippica, che, in Inghilterra, ma anche altrove, si regge quasi tutta sulle scommesse). Cosicché la soluzione auspicata da molti sarebbe un compromesso, una via di mezzo fra il divieto assoluto e l’assoluta liberalizzazione. Ma da noi il divieto è assoluto. E forse è eccessivo. Perché penalizza tutto il movimento sportivo senza risolvere il problema che ha voluto affrontare: quello della ludopatia. Che invece merita ben altro rilievo e una strategia di contrasto ben più mirata. Ed allora perché non ripensare la disciplina del settore ragionando sull’abolizione o comunque su di una rimodulazione del divieto?