Perchè Infantino vuole porre un freno al potere dei procuratori

Di Francesco Paolo Traisci. Il presidente della FIFA ha detto chiaramente che ha intenzione di limitare il potere nel mondo del calcio e gli introiti dei procuratori. Ecco i motivi della crociata di Infantino.

di Francesco Paolo Traisci

In un intervista apparsa su di uno dei più diffusi giornali italiani, il Presidente della FIFA Infantino, fra le varie proposte per migliorare il calcio, oltre al tema delle seconde squadre, ai problemi del VAR e a quello della limitazione delle rose e della necessità che i giovani siano messi in condizione di giocare, ha annunciato la volontà di porre freno allo strapotere e ai compensi di alcuni procuratori all’interno del sistema calcio. In realtà il limite al compenso c’è già ed è imposto dall’art. 2 del Regolamento FIFA: il 3% dello stipendio lordo percepito dal calciatore in virtù dell’ingaggio negoziato dal procuratore o il 3% del valore del trasferimento di un calciatore se ha assistito una società in una simile.

L’unico modo per ridurre questo giro di affari dei grandi procuratori sarebbe quindi (oltre eventualmente quello abbassare la percentuale massima del loro compenso), quello di ridurre il numero di soggetti che lo stesso procuratore può rappresentare. Però a questo si potrebbe facilmente ovviare costituendo una società di procuratori, cosa che non può essere vietata, in quanto, quando lo fu (in seguito ai famosi casi di società pigliatutto come la GEA), il divieto fu pesantemente attaccato e non resse alle bordate della giustizia amministrativa ed ordinaria (v. il caso Pastorello) ed oggi non c’è più: è sufficiente che all’interno della società ogni mandato abbia un referente fisico.

Non più procuratori, ma mediatori di affari

Ma il vero potere e, di conseguenza, la fonte di reddito per i procuratori (in realtà un numero limitato di soggetti, tutti ben noti) proviene da un altro ruolo: quello del mediatore di affari. Quella che oggi viene ritenuta una delle piaghe del calcio moderno è a dire di tutti la enorme forza contrattuale che alcuni grandi procuratori hanno raggiunto all’interno del sistema. Procuratori che sono di fatto in grado di fare e disfare squadre, che, pur non potendo essere proprietari del cartellino (o di quote del cartellino) dei giocatori, di fatto lo sono e che ad ogni transazione si arricchiscono sempre di più.

Chi credeva di averli messi all’angolo con il divieto di TPO ha infatti fatto male i propri conti. Ne abbiamo parlato tempo fa. La FIFA ha a suo tempo vietato a soggetti estranei al mondo del calcio e quindi ai famosi fondi privati (e quindi ad agenzie di procuratori o di investitori sul calcio) di possedere il cartellino di giocatori, ma, come abbiamo anche avuto modo di segnalare, il divieto è facilmente aggirabile, attribuendo all’Agenzia di procuratori (e quindi in definitiva al soggetto identificato come procuratore del calciatore) non già una percentuale del trasferimento del calciatore a titolo di assistenza alla vendita della propria quota del cartellino del giocatore, ma come compensi per l’intermediazione. Questi, contrariamente a quelli per i servizi di assistenza del procuratore, non hanno infatti alcun tetto massimo.

Commissioni faraoniche e impossibilità di sanzioni

È proprio questa la ragione per la quale spesso scorrendo le cifre di alcuni trasferimenti internazionali (o anche i bilanci annuali delle società), si nota che una buona parte del prezzo pagato per le singole operazioni è dovuto a commissioni milionarie a note agenzie di intermediari calcistici, con distribuzione del denaro in base agli accordi presi.  Tutto ciò a non voler menzionare il fatto che sempre di più sono le squadre di club possedute direttamente da società facenti capo a noti procuratori, che gestiscono club e giocatori con criteri di massimo profitto (per loro stessi), trasferendo i propri assistiti in prestito ad altri club “amici” e facendoli tornare di proprietà dello stesso per poi essere prestati ulteriormente. Esistono ormai numerosi grandi club (anche nomi illustri) che sono diventati di proprietà in toto o in quota di fondi facenti capo a noti e potentissimi agenti del mondo del calcio, agenti che spesso si possono permettere di minacciare e maltrattare gli stessi presidenti dei club.

In realtà, ciò che si vuole combattere, oltre al potere economico di alcuni soggetti, che non fanno parte dell’ordinamento sportivo e che obbediscono solo marginalmente alle sue regole, è che questi elementi abbiano un’enorme influenza sui soggetti dell’ordinamento sportivo, non solo dei calciatori (dei quali molte volte sono veri e propri burattinai) ma anche dei dirigenti, che sono costretti ad avere buoni rapporti con loro pena l’impossibilità di muoversi sul mercato sia in entrata che in uscita. Che un non tesserato possa fare e disfare una squadra, determinandone le sorti, appare agli occhi dei dirigenti del calcio mondiale un’assurdità!

Che chi non può essere (se non marginalmente) sanzionato dalla giustizia sportiva possa avere una simile forza nei confronti di soggetti che a questa rispondono appare assolutamente inadeguato. Ed allora appare chiara la volontà di imporre loro gradualmente regole e vincoli propri dell’ordinamento sportivo e di colpire con severità i casi di conflitto di interessi più vistosi. La battaglia quindi è volta a regolare i casi in cui costoro si affaccino all’interno del mondo sportivo e soprattutto del suo giro di affari, battaglia che però deve essere giocata anche tenendo conto delle libertà economiche e dei divieti alle limitazioni dell’iniziativa imprenditoriale presenti in tutti gli ordinamenti nazionali.   

Riuscirà la crociata di Infantino ad avere qualche risultato? Vedremo!

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