Il vincolo sportivo: come funziona e cosa cambia per i dilettanti in caso di abolizione?

Di Francesco Paolo Traisci. La riforma annunciata a gran voce nel Testo Unico per la riforma dello sport prevede che il vincolo sportivo venga progressivamente cancellato anche per i dilettanti. Ma che cos’è il vincolo sportivo? E per quale categoria di sportivi esiste oggi? Cosa può cambiare in caso di abolizione?

di Redazione Il Posticipo

Riforme attese, riforme invocate, riforme auspicate, riforme di cui nessuno sentiva la necessità. Sicuramente non fra queste ultime quella sul vincolo sportivo, annunciata a gran voce nel Testo Unico per la riforma dello sport, presentata alle forze politiche dal Ministro dello sport Spadafora, con il vincolo che verrebbe, secondo il progetto, progressivamente cancellato anche per i dilettanti. “Se va tutto bene negli incontri con la maggioranza – ha precisato il ministro – il Cdm dovrebbe approvare il testo unico tra fine luglio e inizio agosto” per un voto definitivo “che potrebbe arrivare a settembre”Basta con il vincolo sportivo allora, con una rivoluzione che toccherà tutti gli sport di squadra. Basta con il vincolo che anche per i dilettanti, dopo che, la famosa sentenza Bosman lo aveva abolito per i professionisti nel 1996!

Ma che cos’è il vincolo sportivo? E per quale categoria di sportivi esiste oggi?

In effetti si tratta di uno dei principali obblighi che nascono dal tesseramento quello di svolgere la propria attività sportiva agonistica solamente per conto della società per la quale è tesserato, con la conseguenza che una volta tesserato per una associazione ed in costanza del vincolo, l’atleta non può liberamente tesserarsi per altre che operano nella stessa disciplina sportiva. Questo in realtà avviene anche per i professionisti, ma non in virtù del vincolo stesso, che è stato abolito, per i professionisti in seguito alle disposizioni del d.l. 20 settembre 1996 n. 485, meglio conosciuto come “decreto Bosman” che ha modificato l’art. 6 l. 91/1981, eliminando il famoso indennizzo per i calciatori professionisti che cambiavano squadra alla scadenza del contratto. Anche per loro, prima della sentenza Bosman era previsto un vincolo e quindi l’obbligo della nuova società o del giocatore di indennizzare il vecchio club per essere libero di stipulare un nuovo contratto. Questo è stato ritenuto (correttamente) dalla Corte di Giustizia Europea un ostacolo per la libera circolazione dei lavoratori, ossia gli sportivi professionisti. Cosicché oggi, il professionista è legato al club per il quale è tesserato da un contratto di lavoro sportivo, in esclusiva. Per tutta la durata del contratto viene remunerato per svolgere la sua prestazione sportiva per conto del club. Terminato il contratto o in caso di mancati pagamento potrà liberarsi e andare altrove.  E per i professionisti, il vincolo è stato così sostituito con il cd. “premio di addestramento e formazione tecnica”, che viene versato al momento della stipula del primo contratto da professionista.

 Come funziona con i dilettanti?

In realtà, al momento dell’abolizione del vincolo per i professionisti, sono state le singole Federazioni a dover provvedere ad attenuare disparità di trattamento con i dilettanti, cosa che è avvenuta con la previsione di limiti temporali per il vincolo.  E così, nel calcio, le NOIF prevedono, all’art. 31, che i giovani dagli 8 ai 16 anni possono essere tesserati per società associate nelle Leghe ovvero per società che svolgono attività esclusiva nel Settore per l’Attività Giovanile e Scolastica e nella Divisione Calcio Femminile, con “vincolo per la sola durata della stagione sportiva, al termine della quale è libero/a di diritto”. In virtù dell’art. 32, a partire dal 14° anno di età anagraficamente compiuto possono tuttavia “assumere con la società della Lega Nazionale Dilettanti o della Divisione Calcio Femminile, per la quale sono già tesserati, vincolo di tesseramento sino al termine della stagione sportiva entro la quale abbiano anagraficamente compiuto il 25° anno di età, acquisendo la qualifica di “giovani dilettanti”.

Per i giovani di serie ossia quelli che avendo compiuto i 14 anni siano tesserati per una società professionistica, è previsto un particolare vincolo, atto a permettere alla società di addestrarli e prepararli all’impiego nei campionati disputati dalla stessa, fino al termine della stagione sportiva che ha inizio nell’anno in cui il calciatore compie anagraficamente il 19° anno di età.  Anche altre federazioni legano il vincolo alla giovane età. Per la pallavolo, ad esempio, il vincolo nasce al compimento del quattordicesimo anno di età e si estingue al ventiquattresimo, mentre per la Pallacanestro il vincolo dura dai 12 ai 21 anni.

I problemi con il vincolo e le soluzioni

In buona sostanza, il vincolo è l’obbligo per l’atleta di svolgere la propria attività sportiva per il club, non potendo, senza il consenso di quest’ultimo, giocare con altri. In pendenza di vincolo, quindi, il giocatore non può cambiare squadra, se non con il consenso della società titolare del cartellino o se questa decide di lasciarlo libero. L’atleta, quindi, fino all’età in cui termina il vincolo in pratica non riesce quasi mai a trasferirsi in un’altra società senza il consenso di quella con cui è tesserato a meno che non trovi un accordo con la società, sottoscriva un contratto da professionista, cambi la residenza, fallisca la società di appartenenza, o non partecipi ad almeno quattro gare ufficiali durante la stagione sportiva. Ed è per questo che viene considerato un istituto considerato anacronistico e ritenuto da alcuni addirittura anticostituzionale, atteso che impedisce ai giovani di scegliere con quale società giocare, costringendone così molti ad abbandonare l’attività agonistica. Questa norma ha costretto a volte le famiglie degli atleti a spendere grosse somme per “liberare i propri figli dal vincolo e portarli altrove”.

D’altra parte, è tuttavia necessario premiare quelle società che curano ed investono nel proprio settore giovanile, consentendo loro di avere degli incentivi economici per svolgere la propria attività. Come fare se ogni anno rischiano di perdere i propri ragazzi, liberi di accasarsi altrove? Ed allora fra le proposte vi è quella di dare più importanza ai premi di preparazione e formazione, sul modello di quanto avvenuto con i professionisti, consentendo alle singole federazioni di prevedere criteri premiali per i club in cui crescono i giovani, anche nei casi in cui non si affaccino al professionismo così come effettivamente riconosciuto.   

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