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Il salary cap e le norme UE: sarebbe proprio impossibile applicarlo?

STRASBOURG,  - JANUARY 31: A worker of the European Parliament rise the European flag insted the Union Jack to the row of flags of European Union member states outside the European Parliament before midnight on January 31, 2020 in Strasbourg, France. At 11.00pm on Friday 31st January the UK and Northern Ireland exits the European Union, 188 weeks after the referendum on June 23rd, 2016. (Photo by Thomas Niedermueller/Getty Images)

Di Francesco Paolo Traisci. Da tempo si parla di salary cap, ossia di un tetto agli stipendi dei calciatori. Un tetto al monte ingaggi collettivo che nessuna squadra può superare. Sarebbe un sistema applicabile in Italia e in Europa?

Francesco Paolo Traisci

Parliamo ancora di sostenibilità del calcio, messa in pericolo dalla pandemia. Ma, in realtà, già traballante prima. La pandemia ha infatti solo ampliato il problema e soprattutto lo ha reso mediatico. Ed allora vai con i dibattiti, vai con la ricerca di soluzioni. Ed una di queste passa attraverso la riduzione dei costi, tema caro a tutti i presidenti. Come ridurre i costi? La soluzione a cui hanno pensato tutti i club è quella del taglio degli stipendi dei tesserati. Ma per quelli in corso, si sta parlando, c’è un acceso dibattito in corso e ci sono numerose difficoltà tecnico giuridiche.

Il salary cap

E per quelli futuri? Da tempo si parla di salary cap, ossia di un tetto agli stipendi dei calciatori, sul modello degli sport americani, come il basket o il football. Un tetto al monte ingaggi collettivo che nessuna squadra può superare, pena forti sanzioni e squalifiche. Tutte le squadre avrebbero un limite di retribuzione salariale, rafforzando, nelle intenzioni quantomeno, le squadre economicamente più deboli, in modo da proteggere l’equilibrio economico delle franchigie e mantenere viva ed equilibrata la competizione tra queste, con regole e principi che le diverse società debbono rispettare durante la costituzione della propria rosa. Ma sarà veramente così?

Come funziona quello "americano"?

Parliamo di tetto salariale; salary cap detto all'americana… Di che si tratta? Per definizione chiaramente un limite agli ingaggi dei giocatori professionistici, ma al di là della traduzione letterale contano le modalità con le quali si può applicare in concreto divergono sensibilmente. Nel modello americano, il Salary cap, introdotto per primo nell’NBA (nel 1946, per la precisione) e poi a seguire nelle altre Leghe di sport professionistici, è il tetto complessivo degli ingaggi per gli atleti, ossia l’ammontare massimo di ingaggi che la franchigia può pagare per tutti i componenti del proprio roster. Ma come funziona?

Cerchiamo di illustrarlo attraverso i suoi 4 punti cardine. Innanzitutto una prima coppia: Salary Floor e Salary Cap. Il primo è l’ammontare minimo dei salari complessivi della rosa, mentre il secondo è quello massimo: quindi il monte ingaggi deve essere compreso nella forchetta fra le due somme indicate. Poi una seconda composta da due ulteriori concetti cardine: la Luxury Tax, ossia della penale che deve essere corrisposta per lo sforamento del salary cap, la multa (di solito calcolata in percentuale sul superamento del tetto) dovuta per la violazione delle regole e l’Apron, che viene definito come il limite massimo oltre il quale certe operazioni di mercato non possono proprio essere effettuate (posto oltre quello in cui scatta la Luxury tax). Si tratta quindi di un ulteriore limite oltre il quale subentrano le limitazioni più pesanti alle mosse di mercato ed è attualmente fissato a 4 milioni di dollari oltre il limite della Luxury Tax.

Dalla combinazione di questi 4 concetti emerge che il salary cap è un sistema essenzialmente flessibile, ossia “soft” per dirlo all’americana, non divieti assoluti ma sanzioni e multe per la violazione dei limiti. Peraltro i proventi della Luxury Tax sono ridistribuiti quantomeno in parte fra le franchigie che non la versano (ossia quelle virtuose) e per ulteriori programmi di “revenue sharing”. Questo modello è stato poi, certo con alcuni aggiustamenti, fatto proprio dalla altre Leghe professionistiche nord americane, NFL, NHL (hockey giaccio) ed anche dalla MLS (calcio), ed esportato in Australia.

Potrebbe applicarsi anche al nostro calcio?

Fattibile in Italia?

In realtà, si ha l’impressione che quello che si propone è solo un tetto salariale per la rosa, in modo da rappresentare un “alibi” per i presidenti per non stipulare contratti milionari, per attuare il quale si dovrebbero aggirare due inconvenienti. Il primo dei quali è giuridico. A sentire il Presidente Federale Gravina, l’imposizione di un tetto agli ingaggi sarebbe in contrasto con la libertà d’impresa del diritto europeo: l’imprenditore è libero di investire quanto ritiene opportuno nella propria attività. Non differentemente dagli altri, anche il patron di un club calcistico non potrebbe essere costretto a tenere chiuso il portafoglio ove lo ritenesse utile per la sua attività imprenditoriale. Ma gli americani lo fanno, quindi giuridicamente ci dovrebbe essere una soluzione praticabile. Sarebbe però complesso. Il secondo è invece economico: se in Italia gli stipendi hanno un tetto, i giocatori migliori potrebbero voler emigrare all’estero, facendo perdere competitività al nostro campionato.

Possibili soluzioni

Ed allora vengono proposte soluzioni non coercitive ma di buone pratiche. Proprio, in tal senso, il Presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, ha rilasciato alcune dichiarazioni in occasione di “Lo sport che verrà”, evento organizzato dal Foglio Sportivo. E, parlando di salary cap, ha affermato: “Sono convinto che nell’ambito di una economia di libero mercato (i club) devono certamente puntare a valorizzare il proprio brand per implementare i ricavi ma non bisogna dimenticare che il posizionamento del prodotto sui mercati, a fronte di ricavi, senza controllo e contenimento dei costi non serve a nulla, anzi peggiora la situazione”, spiegato e così ha avanzato una proposta: “quella di cominciare a mettere sotto controllo la politica dei costi, pur non potendo ispirarci a un salary cap vero e proprio perché potrebbe entrare in rotta di collisione con le norme europee o che disciplinano la libera economia di mercato. L’idea di porre un limite nel non superare i costi della stagione 2020/21 per la stagione 2021/22 è un primo step, puoi superarlo se vuoi dando garanzie reali o mettendo risorse di finanza vere”. Poi “per quanto riguarda la norma nel 2022/23 si scende al 90% e poi 80% nella stagione successiva. Questo aiuterà a calmierare per il futuro la politica dei costi, ma c’è un altro elemento su cui faremo grande attenzione e cercheremo di portare avanti per sensibilizzare i cosiddetti mezzi di produzione. Non possiamo pensare che il costo del lavoro incida con percentuali così alte sul fatturato al netto delle plusvalenze. Dobbiamo capire che tutti devono fare sacrifici, tutti. I dirigenti devono fare maggiore attenzione a costi e ricavi. Non dobbiamo mai dimenticare che ci sono assunzioni di impegni onerosi da parte delle società sulla base di ricavi che non ci sono stati. In un momento pre-pandemia, questo va tenuto in considerazione”.

Quindi un diminuzione progressiva dei costi, stagione per stagione. Ed i Presidenti che diranno? Certo, a parole potrebbero essere tutti d’accordo, mai poi, come dimostrano i fatti, in questi tempi di calcio mercato, le aste che si stanno realizzando per acquistare i cartellini di giocatori, o i giochi a rialzo sugli stipendi di giocatori e tecnici dimostrano il contrario!