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Il “Risiko” del mondiale biennale: Infantino può vincere grazie al Medio Oriente, ai petrodollari e alla Cina?

(Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images)

Di Francesco Paolo Traisci. È guerra fra i mondi per il mondiale biennale! Fra un mese si deciderà se raddoppiare la cadenza dei campionati mondiali di calcio e la questione è diventata di geopolitica, con alleanze improbabili...

Francesco Paolo Traisci

È guerra fra i mondi per il mondiale biennale! Fra un mese si deciderà se raddoppiare la cadenza dei campionati mondiali di calcio, con la disputa della fase finale ogni due anni, e quindi con un calendario delle rappresentative nazionali praticamente monopolizzato da qualificazioni per la competizione finale, come proposto dalla Federazione dell’Arabia Saudita, desiderosa di acquistare un prestigio ed un peso maggiore nella nomenklatura del calcio mondiale. E, come scritto in precedenza, la questione è diventata di geopolitica. 

Arabia Saudita...e Cina?

Alleanze un tempo improbabili che prendono piede e corroborano i vari schieramenti. Da ultimo la notizia di un intesa fra la Cina e la stessa Arabia Saudita, seguendo le orme di una politica che vede i due paesi intensificare gli scambi fra il petrolio saudita ed armi e tecnologia di provenienza cinese. Una partnership che rischia di destabilizzare anche il tradizionale legame degli Arabi con gli Stati Uniti. «Non fateci scegliere tra la Cina e gli Stati Uniti: le vendite di petrolio devono sostentare la nostra popolazione» ha dichiarato un ministro saudita al WSJ, lasciando intendere la posizione che prenderà il regno del Golfo nel caso in cui le tensioni tra i due giganti dovessero acutizzarsi ulteriormente. Un’alleanza che si è concretizzata anche nel calcio con un memorandum d’intesa sottoscritto dalle Federazioni dei due Paesi per la collaborazione tra le rispettive federazioni calcistiche. L’accordo riguarda lo «scambio di esperienze nelle aree di sviluppo del calcio giovanile e femminile», con un focus sullo sviluppo tecnologico, sulla costruzione di centri sportivi e l’organizzazione di tornei tra i due Stati.

I tentativi cinesi di sfondare nel calcio

E così il Regno Saudita ha trovato un alleato nella sua scalata per diventare uno dei big player del calcio internazionale: la Cina, che pur avendo investito ed impostato un ambizioso progetto per diventare una potenza calcistica entro il 2030, ha visto fallire tutti i tentativi di qualificazione sul campo dal 2006 al 2018, tanto che la qualificazione alla fase finale è diventata per i cinesi una vera e propria ossessione. Dal 2000 ad oggi infatti la Cina si è qualificata per la fase finale solamente nel 2002, terminando peraltro la non memorabile esperienza con 3 sconfitte in altrettante partite, con 9 gol subiti e nessuno all’attivo. Un mondiale biennale, allargato a 48 squadre, aumenterebbe quindi notevolmente le possibilità cinesi di partecipazione, sia qualificandosi sul campo, sia tramite l’assegnazione dell’evento che verrà disputato con maggiore frequenza (si parla a questo proposito di una candidatura cinese per il 2030, sulla quale aveva messo gli occhi anche l’Arabia). Sarebbe quindi l’occasione ideale per la Cina per cercare di salire sul palcoscenico che da tempo agogna!

Il fronte del no

Se il fronte del "sì" ai mondiali biennali si sta compattando, sperando di convincere Infantino ad andare avanti con il progetto, dal canto suo quello del "no" rischia di perdere i pezzi.  Ceferin, presidente dell'UEFA, è diventato nemico giurato di Infatino e fra i due ormai è in corso una battaglia personale senza esclusione dei colpi sugli eventi e sui calendari del calcio. E, presto, si andrà alla conta dei voti.. Secondo fonti francesi, circa 110 Federazioni starebbero con Infantino e anche in Europa il fronte si starebbe sfaldando, con le Federazioni medio-piccole attratte dai ricavi che un mondiale ogni due anni potrebbe garantire. E qualcuno accenna ad un arma in più in mano a Infantino: soffiare sul fuoco della Superlega, sostenendo quel progetto che secondo molti non è ancora morto, ma solo sospeso in attesa dell’esito della pronuncia della Corte di Giustizia Europea. I conti sono presto fatti: l'Europa ha 55 voti, il Sudamerica 65. Andranno tutti compatti a votare per il no? Non è affatto scontato!