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Il Fair Play Finanziario è uguale per tutti, ma l’acquisizione dei club no: cosa dicono le norme in Europa?

MADRID, SPAIN - JUNE 01: Aleksander Ceferin UEFA president picks up the Champions league trophy in preparation to presenting it to Liverpool during the UEFA Champions League Final between Tottenham Hotspur and Liverpool at Estadio Wanda Metropolitano on June 01, 2019 in Madrid, Spain. (Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Di Francesco Paolo Traisci. Il nuovo Fair Play Finanziario sarà uguale per tutti, ma restano le differenze tra i grandi tornei per quello che riguarda l'acquisizione della proprietà delle squadre di calcio. Come funziona nei cinque campionati top?

Francesco Paolo Traisci

Il nuovo Fair Play Finanziario sarà uguale per tutti, ma restano le differenze tra i grandi tornei per quello che riguarda l'acquisizione della proprietà delle squadre di calcio. Come funziona nei cinque campionati top? Ci sono due tipi di regole: quelle dell’UEFA e quelle nazionali.

Le norme UEFA

Quelle UEFA servono a garantire che i club abbiano un livello adeguato di gestione e di organizzazione, con figure professionalmente qualificate. Fra queste quelle del soggetto responsabile dei rapporti con i tifosi e del delegato alla disabilità, fortemente volute dall’UEFA per garantire il ruolo inclusivo e sociale del calcio. Poi sono regole sugli impianti, volte a garantire a giocatori, spettatori e rappresentanti dei media strutture adeguate, ben attrezzate e sicure. Ed infine ci sono gli obblighi relativi alla gestione di un settore giovanile ben strutturato. Senza dimenticare quelli del FPF, il tutto al fine di ottenere la licenza UEFA e quindi la possibilità di prendere parte, qualora qualificati, alle competizioni europee. 

Le regole nazionali: l'Italia...

Poi ci sono le regole nazionali che riguardano soprattutto le restrizioni ed i requisiti della proprietà e le strutture societarie. In particolare ci sono quelle volte a garantire l’onorabilità delle strutture societarie, in primis dei proprietari. Da noi, in seguito al caso Parma, il Consiglio Federale della FIGC decise di evitare in futuro altri casi simili (rovinoso fallimento e vicende giudiziarie che hanno messo a serio rischio la regolarità del campionato, nonché la carriera professionale di un gruppo di calciatori e quant’altro). Ed arrivò nel marzo del 2015 all’approvazione all’unanimità di una delibera riguardante l’introduzione di principi, a cui dovranno attenersi le Leghe professionistiche, nella valutazione, ai fini sportivi, degli ingressi di nuovi soci nelle compagini societarie di Club professionistici. Tale normativa si applica a tutte quelle acquisizioni di quote o azioni societarie che determinino una partecipazione al capitale non inferiore al 10% e riguarda impone a tutti i soggetti di soddisfare specifici requisiti di onorabilità, dimostrando l’assenza di condanne per reati dolosi e di solidità finanziaria. 

...e le altre nazioni

Una valutazione simile è presente anche nella FA inglese, in cui tutti coloro che siano interessati a possedere un club in qualsiasi divisione professionistica inglese sono tenuti a completare il cosiddetto Owner Test, introdotto per combattere la possibile corruzione e una percepita mancanza di trasparenza. E controlli simili sono previsti anche nelle altre principali federazioni, con eccezione della Spagna. Altre restrizioni sempre relative alla proprietà riguardano i limiti alla concentrazione della proprietà. Le più note sono quelle sintetizzate nella famosa regola “50+1” della Bundesliga, introdotto nel 1998, in virtù della quale nessuno (persona fisica o società) può avere più del 50% delle quote di un club calcistico, tanto che i big come Bayern di Monaco e Borussia Dortmund non hanno soci di maggioranza. Il Borussia è quotato alla borsa tedesca SDAX, mentre Adidas, Audi e Allianz detengono ciascuna l’8,33% delle quote del Bayern. Tuttavia, ci sono alcune eccezioni alla regola 50+1 in Germania. Se un privato o un’azienda ha investito nel club in modo continuativo per oltre vent’anni, può richiedere un’esenzione. È il caso del Bayer 04 Leverkusen e del VFL Wolfsburg, entrambi classificati come “club dei lavoratori”, in quanto fondati dai lavoratori del colosso farmaceutico Bayer e dell’azienda automobilistica Volkswagen. E più di recente l’Hoffenheim, club di proprietà di (per il 96%) di Dietmar Hopp (proprietario della software company SAP), che investendo oltre 300 milioni lo ha portato dai dilettanti sino alla Bundesliga. Più controverso è il caso del Lipsia che sarebbe riuscito ad aggirare le regole con un board di azionisti composto da soli 17 membri votanti, tutti dipendenti direttamente o indirettamente da Red Bull, consentendo al produttore di bevande analcoliche di controllare le decisioni finanziarie del club.

In Spagna, una legge approvata nel 1990 ha imposto alle società sportive professionistiche di strutturarsi come società per azioni, lasciando però libere di non farlo quelle che avevano avuto risultati finanziari positivi negli anni precedenti l’approvazione delle leggi. E così Barcellona, ​​Real Madrid, Athletic Club e Osasuna sono rimaste organizzazioni senza scopo di lucro e hanno potuto beneficiare di un’aliquota fiscale del 25% per più di 20 anni, con un vantaggio ingiusto rispetto alla norma del 30% per altre aziende sportive. Ma questa situazione di beneficio è cessata di recente dopo un ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Al contrario, le regole sulla governance nella Premier League inglese, miranti ad attribuire una forte enfasi sulla crescita commerciale del campionato, hanno favorito l’arrivo di fondi di investimento stranieri, tanto che secondo i dati forniti dall’UEFA, il 40% dei club della Premier League è di proprietà – per la quota di maggioranza – di fondi stranieri, con un ulteriore 35% di club che ha azionisti di minoranza all’estero.

Le multiproprietà

Altro punto fondamentale è il divieto di conflitti di interesse che potrebbero essere determinati dalle cosiddette multiproprietà, ossia la riconducibilità ad un unico soggetto (persona fisica o giuridica) della quota di maggioranza in più club. Da noi ha fatto molto discutere il caso Lotito, che con la promozione in Serie A della Salernitana si era trovato ad essere patron di entrambe. Attualmente la norma vieta solo la proprietà di club nella medesima divisione, tollerando situazioni come quella della Filmauro del Presidente De Laurentiis, che possiede Napoli e Bari. Ma la FIGC ha in programma di rendere in futuro più stringente la norma, punendo anche la proprietà di club in serie diverse. Come più stringente appare la norma della FA che vieta a chiunque possieda più del 30% delle quote di un club di Premier di essere socio di riferimento di un qualsiasi altro club inglese. 

Peraltro quello delle multiproprietà è un problema anche a livello UEFA essendo un modello assai in voga, con gruppi di investitori specializzati nello sport che possiedono club in federazioni differenti. I fautori più noti di questa strategia sono i giganti di Red Bull e del City Football Group, che hanno dimostrato il potenziale di questa strategia con tantissimi club in Europa e negli Stati Uniti, oltre che in Australia, Cina e Giappone, sfruttando sinergie di mercato e diritti audiovisivi. Tutto lecito, finché non si lede la competitività sportiva e la regolarità dei vari tornei, come potenzialmente potrebbe essere nel caso di squadre che partecipano alle medesime competizioni europee. Ed allora le regole di integrità della UEFA stabiliscono che due o più club che partecipano a una competizione UEFA non possono essere controllati direttamente o indirettamente dalla stessa entità o gestiti dalla stessa persona. Ma già è stata fatta un’eccezione: Lipsia e Red Bull Salisburgo possono partecipare entrambi alla UEFA Champions League quest’anno perché la UEFA ha stabilito che nessuna persona fisica o giuridica ha avuto un’influenza decisiva su più di un club. Un trattamento privilegiato che dimostra che, evidentemente, la norma può essere aggirata quando la struttura e la governance siano impostate nel modo giusto.