Il doping tecnologico nello sport: una costante rincorsa fra innovazione e divieti

Il doping tecnologico nello sport: una costante rincorsa fra innovazione e divieti

Di Francesco Paolo Traisci. Doping tecnologico nello sport. Cos’è? Che cosa lo accomuna e che cosa lo differenzia dal doping farmacologico? Ecco come la tecnologia sta influenzando le varie discipline sportive, tra casi celebri e l’arrivo del doping digitale.

di Francesco Paolo Traisci

Oggi parliamo di doping tecnologico. Di che si tratta? Certo, il termine doping evoca provette, farmaci illeciti, casi di anabolizzanti, sacche di sangue trattato. Ebbene non si tratta di tutto ciò, anche se qualche lato in comune con il più conosciuto ed avversato doping farmacologico ce l’ha. In comune hanno l’obiettivo: alterare le prestazioni dell’atleta. Si tratta infatti di un uso distorto della tecnologia per migliorare la prestazioni. E così mentre il doping farmacologico riguarda quell’insieme di pratiche che consistono nella somministrazione di farmaci o sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, o anche nella sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da malattie o stati patologici e quindi destinate solamente a migliorare artificialmente le prestazioni sportive dell’atleta, allo stesso scopo tende il cosiddetto doping tecnologico, ossia al miglioramento artificiale delle prestazioni, ma mediante l’utilizzo di materiali all’avanguardia.

Uno con i prodotti farmaceutici l’altro con la tecnologia. Una costante rincorsa fra innovazione e divieti

E così come le regolamentazioni sportive vietano la somministrazione di alcun farmaci o il sottoporsi ad alcuni trattamenti (come ad esempio l’autotrasfusione o altri metodi di trattamento del sangue), altre regolamentazioni vietano l’abuso di tecnologia.  Ad accomunare poi le due discipline è la costante rincorsa fra avanzamenti scientifici e divieti. Nel doping farmacologico i “cattivi” scoprono o elaborano sempre nuovi preparati chimici o tecniche di trattamento medico per alterare le prestazioni degli atleti, oppure utilizzano impropriamente a tal fine farmaci creati per curare determinate patologie.  Nel doping tecnologico, case produttrici immettono sul mercato materiali o attrezzature sempre più sofisticate per migliorare le prestazioni degli stessi atleti. In entrambi i casi per attribuire la qualifica di doping e quindi sanzionare l’atleta che ne fa ricorso è necessario un divieto ufficiale dell’utilizzo, rispettivamente, del farmaco o del prodotto tecnologico.

Nel doping farmacologico non è sufficiente infatti l’uso di un farmaco: affinché la somministrazione del farmaco incriminato sia considerata una pratica vietata, questo deve essere inserito nell’elenco ufficiale delle sostanze proibite dall’AMA (meglio conosciuta con l’acronimo inglese WADA, ossia l’agenzia Internazionale preposta alla lotta contro i fenomeni di doping). Sino a che non avviene un simile inserimento, infatti, la somministrazione del farmaco non può essere considerata vietata. E c’è allora un costante inseguimento fra medici sportivi con pochi scrupoli e l’Agenzia: i primi per scovare farmaci che migliorino le prestazioni degli atleti senza essere vietati, la seconda per vietarli. E ciò in molti settori, come nel ciclismo. Ma anche nel calcio, nel tennis, nel nuoto, nell’atletica, medici sportivi senza scrupoli somministrano ai propri assistiti farmaci utilizzati nella cura di alcune patologie, non già per curare quest’ultime ma in modo improprio. Caso celebre è stato quello della Sharapova, alla quale era stato somministrato un preparato a base di meldonio, utilizzato normalmente e legittimamente per la fluidificazione del sangue nella cura delle patologie cardiovascolari. Ma utilizzato dalla tennista russa in modo non giustificato dalla presenza di una malattia che si vuole curare, ne ha determinato la lunga squalifica. In quel caso la Commissione medica aveva infatti accertato che il farmaco era stato somministrato con la sola intenzione di migliorare le prestazioni dell’atleta, perché agevolando la circolazione del sangue, consente un miglior afflusso di ossigeno e minore accumulazione di acido lattico e non per curare una patologia che non aveva.  Nel doping tecnologico, invece, le prestazioni vengono alterate con l’uso di prodotti tecnologici all’avanguardia che, inizialmente leciti, vengono in seguito vietati.

Quali sono stati i casi più celebri di doping tecnologico

Il problema del doping tecnologico si è posto in modo rilevante in tempi relativamente recenti. L’invenzione che ha scatenato il cambiamento è stata quella dei body suit, ossia di quei costumoni gommati con inserti di poliuretano su gambe, petto e fianchi che, completando la struttura di nylon, consentivano agli atleti di stare a galla più facilmente. La Federazione Internazionale di Nuoto, la FINA, inizialmente non pose alcun divieto, basandosi su un’interpretazione allargata del termine “fabric“, non inteso più come “tessuto” in senso stretto, ma allargato anche ad altri materiali. La decisione di ammettere l’uso di tali costumi innescò poi un fenomeno imprevisto, ma comunque devastante. Nel biennio 2008–2009 si registrò un boom di record mondiali battuti. Il 2010 fu l’anno della svolta: dal primo gennaio la FINA consentì solo l’utilizzo di costumi realizzati in tessuto e senza nessuna superficie in poliuretano: i body suit vennero banditi definitivamente, classificandoli come doping tecnologico a causa dell’esagerato aiuto che avrebbero conferito ai nuotatori nel galleggiamento. Il punto è stato quello di chiarire il materiale con il quale potevano essere realizzati i costumi, evitare che il loro uso concedesse un vantaggio eccessivo agli atleti che li utilizzavano. In realtà, dopo le impressioni iniziali che suggerivano un maggiore galleggiamento, le prove di laboratorio hanno poi dimostrato che questo fattore era quasi irrilevante, per cui si immaginò che il materiale diminuisse il drag d’attrito. Inizialmente l’atteggiamento fu quello di non impedire l’utilizzo, fin quando, però, il costo per singolo atleta si dimostrò non sopportabile, soprattutto nel campo giovanile e dilettantistico. Un costume di nuova generazione, quando non era ancora stato vietato, costava infatti dieci volte più di uno tradizionale e durava solo 3/4 gare prima di allentarsi e perdere le sue proprietà.

Quello del doping tecnologico però è un fenomeno comune in molte attività sportive, sia per quelle in cui non vi è una propulsione diversa da quella realizzata dall’uomo (nel ciclismo come nel triathlon, vi è il divieto di utilizzo di motorini elettrici all’interno del telaio della bicicletta) sia per quelli in cui è indispensabile l’apporto di una macchina che utilizza una propulsione esterna al corpo umano (ad esempio, nell’automobilismo o nel motociclismo vi sono regole da rispettare per l’uso del mezzo motorizzato tale da realizzare una parità teorica tra i partecipanti alla competizione).  Ci sono stati casi ad esempio nel ciclismo con il divieto di utilizzo dei freni a disco, permessi inizialmente solo nelle MTB, e successivamente estesi anche nelle altre specialità in via sperimentale e poi definitivamente ammessi nel corso del 2018 anche per il ciclismo su strada, ma anche di molti altri divieti di utilizzo di determinati materiali nelle varie discipline sportive.

Ma perché questi divieti?

Contrariamente a quanto avviene per il doping farmacologico, la regolamentazione dei materiali utilizzabili nell’ambito di singole discipline sportive, non è finalizzata esclusivamente a preservare la salute degli atleti, ma è anche destinata a garantire a tutti la possibilità di aspirare alla vittoria. L’idea di base è che, pur essendo evidente che alcuni sport richiedono investimenti maggiori da parte del team di cui l’atleta fa parte o spesso da parte del singolo atleta, soprattutto nel campo dilettantistico, i costi delle attrezzature non debbano impedire ad una larga parte di atleti di poter partecipare alle competizioni. Questo è il nodo principale del problema: se un attrezzo sportivo consente enormi vantaggi a fronte di un costo decisamente elevato, la regolamentazione interviene per porre dei divieti, al fine di non discriminare la massa di atleti che non hanno la disponibilità economica per utilizzare quell’attrezzo. E così a volte è solo vietato l’uso di un materiale e di un’apparecchiatura nel corso di una competizione per una determinata attività sportiva in base al regolamento tecnico: la muta è consentita, ad esempio, nelle frazioni di nuoto nel triathlon per atleti over 50 e per gli altri a determinate condizioni, mentre nel nuoto è vietata in piscina, essendo consentite alcune mute autorizzate dalla FINA solo per le gare in acque libere a basse temperature. E così, diversamente dal doping farmacologico, il doping tecnologico non è vietato in allenamento (salvo che non si tratti di salvaguardare altri atleti): un nuotatore può allenarsi anche con la muta in mare o in piscina, se lo ritiene utile.

Sempre parlando di doping c’è poi anche quello digitale che porta a squalifiche negli E Sport

È quello che può essere spiegato con il richiamo ad un caso recente: quello di un ciclista virtuale che tramite un bot, un programma che simula l’operato umano, era riuscito a ottenere delle attrezzature speciali che gli avevano permesso di essere imprendibile. Nel campionato britannico di ciclismo virtuale si gareggia infatti mediante un simulatore che richiede una pedalata reale, di modo che allenamento dopo allenamento, gara dopo gara, il punteggio accumulato consentiva di sbloccare materiali extra e bonus che vanno dalle biciclette superleggere alle ruote più performanti. Utilizzando il bot in sua sostituzione, il ciclista virtuale aveva così sbloccato attrezzature molto più performanti rispetto a quelle che avrebbe ottenuto con le ore effettivamente trascorse al simulatore, consentendogli di presentarsi in gara con una bicicletta superpotenziata e vincerla. Ma l’occhio dell’antidoping digitale si è dimostrato più attento di quello reale, cogliendo in flagrante l’atleta che aveva barato e togliendogli la vittoria. In buona sostanza quindi che cosa accomuna i tre tipi di doping? L’imbroglio: l’uso di un prodotto o di un materiale proibito per ottenere migliorare le proprie prestazioni. E quindi la violazione di quel fair play che deve invece rimanere un valore cardine in qualsiasi pratica sportiva.

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