Il caso Napoli e la contestazione delle multe: quando un ritiro è illegittimo? E qual è la differenza distingue tra ritiro gestionale e punitivo?

Di Francesco Paolo Traisci. Caso Napoli, tra multe e tribunali. A che punto siamo? Il ritiro era legittimo o no? Qual è la posizione dei legali dei giocatori e quella della società?

di Francesco Paolo Traisci

La crisi tecnica sembra finita ed il Napoli ora affidato a Ringhio Gattuso, inanellando prestazioni convincenti sta cercando di risalire la classifica. Mirino verso l’Europa League, se non al quarto posto, a meno che non riesca a far sua la Coppa Italia, garantendosi l’accesso diretto all’Europa. La crisi di risultati sembra quindi passata, ma non senza strascichi. Ed i nodi stanno venendo al pettine. La vicenda la ricordiamo tutti. In sintesi, nel novembre scorso, il patron Aurelio De Laurentiis, dopo una serie di risultati poco confortanti, ordinò al proprio allenatore dell’epoca, Carlo Ancelotti, di portare tutta la squadra in ritiro subito dopo una gara andata male. L’allenatore obbedì ma la squadra compatta si rifiutò di salire sul pullman diretto a Castel Volturno e tutti rientrarono a casa propria, ciascuno con il proprio mezzo di trasporto. E, nello spogliatoio durante l’intervallo, pare siano anche volate parole grosse nei confronti della società e dei suoi vertici.

Ammutinamento?

Da lì poi il Presidente, sempre più infuriato, decise di affibbiare multe salatissime a tutti gli autori di quello che lui ha considerato un ammutinamento. E loro ad impugnarle. E siamo arrivati quindi ai vari procedimenti, con i quali, su base individuale, ciascun calciatore ha contestato la sanzione che gli è stata comminata dalla società. Pur senza aver letto le carte appare quasi indubbio che le impugnazioni non possano non basarsi su di un punto cardine: non si sarebbe trattato di “ammutinamento” e quindi di violazione dei doveri di ciascun giocatore nei confronti della società, ma di un legittimo rifiuto di adempiere ad un ordine societario considerato illegittimo. Andando al nocciolo della questione, gli arbitri di ciascun collegio sono stati chiamati a stabilire se è stata legittima la decisione dei vertici della società, che hanno ritenuto che l’unico modo di far concentrare la squadra dopo l’ennesima sconfitta fosse quello di portare tutti in ritiro o se quest’ordine sia stato un abuso da parte della società, rendendo così legittimo il rifiuto dei singoli giocatori di obbedirvi. Tutto quindi parte dalla legittimità della decisione e del conseguenze ordine di andare tutti in ritiro preso dalla società. 

Il tutto regole alla mano. E quali sono le regole in questo caso?

Come abbiamo più volte spiegato, il rapporto fra un calciatore professionista e la società che lo ha tesserato è disciplinato, oltre che dal contratto individuale, che essendo un contratto standard stabilisce poco oltre la durata dello stesso e l’ammontare dello stipendio, anche dalla normativa specialistica, ossia quella della legge 91 del 1981 (e successive modifiche), quella generale sui rapporti di lavoro subordinato, quando non ritenuto inapplicabile dalla stessa legge 91 che chiama in causa gli strumenti tipici che disciplinano il lavoro subordinato, ossia gli accordi collettivi. E proprio all’Accordo collettivo dei calciatori di Serie A, sottoscritto tempo addietro dalla Lega A e dall’AIC (il sindacato dei calciatori), dobbiamo far riferimento per cercare di capire le posizioni delle parti.

Partiamo quindi dalla decisione del ritiro. Giustificata, carte alla mano, o un abuso da parte della società?

Punto di riferimento giuridico per la risposta è senza dubbio negli articoli 10 e 11 dell’Accordo. Il primo descrive gli obblighi e le regole di comportamento del calciatore in relazione alle istruzioni tecniche impartite dalla società. Innanzitutto, al n. 1, è specificato che “il Calciatore deve adempiere la propria prestazione sportiva nell’ambito dell’organizzazione predisposta dalla Società e con l’osservanza delle istruzioni tecniche e delle altre prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici”, che “è tenuto ad osservare strettamente il dovere di fedeltà nei confronti della Società” e che “deve evitare comportamenti che siano tali da arrecare pregiudizio all’immagine della Società”. A chiusura poi il n. 6 afferma che “il Calciatore non ha diritto di interferire nelle scelte tecniche, gestionali e aziendali della Società”.

Di modo che ammessi sono il ritiro tecnico e quello gestionale, quindi legittimi sono il ritiro che rappresenta una scelta tecnica, in questo caso dell’allenatore, e quello gestionale, a scelta della società stessa. Non è invece legittimo il ritiro “punitivo”, perché le sanzioni per il mancato rispetto dei propri doveri nei confronti della società, possono essere puniti solo con le sanzioni previste al successivo art. 11 che comprende, in un elenco che viene considerato tassativo, “a) ammonizione scritta; b) multa; c) riduzione della retribuzione; d) esclusione temporanea dagli allenamenti o dalla preparazione precampionato con la prima squadra; e) risoluzione del Contratto”. E quindi non il ritiro! 

Il punto è proprio questo: i giocatori, tramite i propri avvocati, cercheranno di dimostrare che il ritiro sarebbe stato immotivato e che quindi si sarebbe trattato di una punizione, non prevista dalle regole, mentre i legali della società si difenderanno cercando di dimostrare che il ritiro, pur non essendo frutto di una scelta tecnica dell’allenatore (che si era ripetutamente dichiarato contrario, ma che comunque si era adeguato alla scelta), era comunque oggetto di una legittima scelta gestionale della società.

L’ordine di andare tutti in ritiro come scelta gestionale per ritrovare la coesione e la convinzione tutti insieme dopo una serie di risultati poco brillanti o come punizione per uno scarso impegno dei giocatori che sarebbe stato la causa di quei risultati negativi e di un ridimensionamento generale delle ambizioni della società partenopea, quanto meno per questo campionato? Ritiro giustificato e successivi rifiuti ingiustificati, tanto da rappresentare un grave inadempimento da parte dei calciatori al proprio obbligo di seguire le direttive della società e da giustificare quindi le pesantissime sanzioni comminate dalla società o ritiro punitivo ingiusto, al quale avrebbe fatto seguito il legittimo il rifiuto dei giocatori ed ingiuste le sanzioni conseguenti?

Ma soprattutto, che cosa distingue il ritiro come scelta gestionale dal ritiro come scelta punitiva? Per ora la società ha motivato il ritiro come scelta gestionale. Riusciranno i legali dei calciatori a dimostrare che non si è trattato di una simile scelta e che quindi non avendo tale motivazione, sarebbe una sanzione irregolare?

In definitiva che cos’è un ritiro gestionale?

Questo lo diranno i collegi arbitrali (ognuno per conto suo o tutti in modo concorde). La questione appare importante perché consentirà di capire fino a che punto possono spingersi le direttive e gli ordini della società ed in definitiva aiutare a chiarire quali sono gli obblighi ed i diritti reciproci che caratterizzano i rapporti fra società e tesserati. Sarà quindi un’occasione per fornire un’interpretazione qualificata da parte della giustizia sportiva dell’art. 10 dell’Accordo collettivo e, in definitiva, per suggerirne le modifiche da inserire nelle future versioni, in modo da scansare ogni dubbio.  Per ora siamo solo ai preliminari. Alcuni giocatori hanno infatti contestato l’imparzialità dell’arbitro nominato dal Napoli in tutti e 24 i collegi. Vedremo cosa deciderà il tribunale sul punto. Poi la palla passerà definitivamente ai collegi arbitrali…

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