Il calcio ai tempi del coronavirus: i decreti, le competizioni europee e la conclusione del campionato

Di Francesco Paolo Traisci. Alla fine lo stop è arrivato! Il Consiglio Federale sospende tutto il calcio italiano, massima serie compresa. Stessa sorte per Premier League, Liga, Ligue 1 e Bundesliga, così come per le coppe europee. Ma ci sono altre questioni ancora da affrontare, compresa quella di Euro 2020…

di Francesco Paolo Traisci

Alla fine lo stop è arrivato! Dopo un balletto fatto di “scaricabarile”, di “fate i bravi”, di “consigli” ed “esortazioni” alla sensibilità ed al senso civico, anche la serie A si è fermata. Il Consiglio Federale sospende tutto il calcio italiano, massima serie compresa. Stessa sorte per Premier League, Liga, Ligue 1 e Bundesliga, così come per le coppe europee. Decisione dolorosa ma responsabile di chi forse avrebbe preferito andare avanti. Ma è giusto che lo spezzatino a cui abbiamo assistito, fatto di partite annunciate e poi mai cominciate, o cominciate fra le polemiche, partite a porte aperte e partite a porte chiuse, si fermi, anche perché il virus è già entrato all’interno della Serie A con il riscontro della positività di uno dei calciatori della Juventus, Daniele Rugani, oltre che con quella di Gabbiadini della Sampdoria.

Decisioni e polemiche

Speriamo che, soprattutto per la regolarità di uno dei campionati più belli e combattuti degli ultimi anni, possa terminare. Ma questo è un problema ulteriore. È arrivato il Decreto del Presidente del Consiglio che blocca, fra le varie cose, anche gli eventi e le competizioni sportive “di ogni ordine e disciplina”. Ma le polemiche non si sono certo sopite. Sono stati giorni di batti e ribatti di polemiche a distanza prima fra esponenti della Lega A poi fra la Lega stessa ed il Ministro dello Sport. Con accuse ed insulti, anche pesanti. Prima la Lega, che aveva deciso di sospendere alcune gare nei territori della zona rossa e di far giocare regolarmente nelle altre zone. Poi di far recuperare le gare sospese a porte chiuse, stilando un apposito calendario di incontri a tappe forzate, secondo le disponibilità di calendario delle varie squadre. Poi la decisione di giocare tutti a porte chiuse, senza sospendere il campionato, seguendo alla lettera il nuovo Decreto della Presidenza del Consiglio emanato nel frattempo. Poi, arrivati all’8 marzo, data fissata per il recupero di alcune gare, poco prima della prima partita della giornata, la minaccia di sciopero dei giocatori, preoccupati per la salute propria e dei propri cari. Minaccia rientrata anche per la reazione dei vertici di Lega e FIGC che, pur posticipando l’inizio della prima gara, hanno imposto il si giochi, scatenando la violenta reazione del Ministro dello Sport, il quale avrebbe gradito la scelta di uno stop volontario, non considerando però che il Decreto appena varato dal Governo di cui fa parte integrante specificamente autorizzava gli eventi a porte chiuse.

L’intervento del CONI

Ed allora è sceso in campo il n. 1 dello Sport, il Presidente Malagò, che, forte del suo ruolo di vertice, ha indetto e presieduto il 9 marzo una riunione con tutti i rappresentanti delle Federazioni degli sport di squadra. Nel frattempo, anche in questo caso, non senza polemiche, quasi tutte queste Federazioni avevano deciso di sospendere i propri campionati. E stato quindi consequenziale imporre anche alla FIGC la sospensione dei propri, in attesa però dell’emanazione di un nuovo DPCM che estendesse all’intero territorio italiano la zona di applicazione dei provvedimenti di emergenza per contrastare la diffusione del COVID-19.

Il decreto

Ed il decreto è arrivato nella notte, modificando quello emanato la notte precedente nelle due norme che interessavano particolarmente la nostra serie A. L’art. 1 che riguardava la nuova “zona rossa”, ossia quella comprendente l’intero territorio della Regione Lombardia e quello delle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia, nel quale fra le altre cose  erano stati “sospesi gli eventi e le competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, in luoghi pubblici o privati”, ma era rimasto tuttavia “consentito lo svolgimento dei predetti eventi e competizioni, nonché delle sedute di allenamento degli atleti professionisti e atleti di categoria assoluta che partecipano ai giochi olimpici o a manifestazioni nazionali o internazionali, all’interno di impianti sportivi utilizzati a porte chiuse, ovvero all’aperto senza la presenza di pubblico”. Allo stesso modo, l’art. 2 relativamente al resto del territorio italiano dichiarava “sospesi altresì gli eventi e le competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato” ma consentiva “lo svolgimento dei predetti eventi e competizioni, nonché delle sedute di allenamento degli atleti agonisti, all’interno di impianti sportivi utilizzati a porte chiuse, ovvero all’aperto senza la presenza di pubblico”. Non si trattava quindi di un divieto assoluto per eventi e competizioni sportive, né all’interno della zona rossa né fuori. In entrambi i casi restava infatti esplicitamente consentito lo “svolgimento di eventi e competizioni a porte chiuse ovvero all’aperto senza partecipazione di pubblico”. Quindi la sospensione della serie A per le gare del week end dell’8 marzo sarebbe stato frutto di un atto volontario della Lega.

La sospensione delle attività sportive

L’assenza di un divieto assoluto è però stata colmata con l’emanazione del DPCM nella notte del 9 marzo, subito dopo la richiesta esplicita del CONI in tal senso. E così l’art. 1 del DPCM ha, da un lato contraddetto, esplicitamente la disposizione fino a quel momento valida sostituendo la lettera d) dell’art. 1 del precedente DPCM con la seguente: “sono sospesi gli eventi e le competizioni sportive di ogni ordine e disciplina, in luoghi pubblici o privati” e dall’altro specificato con che modalità e chi può utilizzare gli impianti sportivi per i propri allenamenti, specificando che “gli impianti sportivi sono utilizzabili, a porte chiuse, soltanto per le sedute di allenamento degli atleti, professionisti e non professionisti, riconosciuti di interesse nazionale dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI) e dalle rispettive federazioni, in vista della loro partecipazione ai giochi olimpici o a manifestazioni nazionali ed internazionali”. In terzo luogo, il DPCM si occupa delle manifestazioni non organizzate dalle nostre federazioni, che si sarebbero dovute tenere sul suolo italiano, precisando che “resta consentito esclusivamente lo svolgimento degli eventi e delle competizioni sportive organizzati da organismi sportivi internazionali, all’interno di impianti sportivi utilizzati a porte chiuse, ovvero all’aperto senza la presenza di pubblico”. Peraltro il nuovo DPCM, abolendo gli art. 2 e 3 uniforma la disciplina su tutto il territorio nazionale estendendo l’applicabilità dell’art. 1 a tutta la penisola. 

Le eccezioni

E la nuova norma fa finalmente chiarezza su vari punti: sospensione obbligatoria di ogni competizione. Ma possibilità di utilizzare gli impianti sportivi solamente per gli allenamenti degli “atleti di interesse nazionale come riconosciuti dal CONI e dalle rispettive federazioni”. Ecco finalmente una norma scritta in modo assai più preciso rispetto alle due che va a sostituire e che fa chiarezza su chi può allenarsi. L’altro aspetto che giustamente si è dovuto tenere in considerazione è che, pur nella sospensione dell’attività nazionale, ci sono le competizioni internazionali in cui le squadre italiane sono attualmente impegnate: lo ha detto lo stesso Malagò, sottolineando l’evidenza che il CONI non ha alcun potere sulle competizioni internazionali e, peraltro, il nostro Governo può solo autorizzare o vietare eventi e manifestazioni che si svolgono sul nostro territorio.

Le coppe europee ed Euro 2020

Specificamente nel calcio ci sono le coppe europee: Atalanta e Juventus in Champions League, Inter, Roma e Napoli in Europa League. Era fondamentale che le squadre continuassero a seguire le regole dell’organizzatore della competizione, ossia l’UEFA, rendendosi disponibili a scendere in campo per andare avanti nella competizione. Di conseguenza avrebbero dovuto continuare ad avere la possibilità di allenarsi per essere nelle migliori condizioni fisiche per affrontare gli avversari. Il problema è che, a prescindere dalle aperture che il DPCM, che ha consentito lo svolgimento (chiaramente a porte chiuse) delle gare europee sul nostro territorio nazionale, sono le autorità straniere che hanno preso posizione per impedire questi confronti. Sia in termini di spostamenti, con il divieto di in ingresso per chi proviene dal nostro paese e la conseguente sospensione di tutti i voli da e per il nostro paese, sia in termini di autorizzazioni delle singole gare.

La questione delle coppe europee è però già stata affrontata dalla UEFA, che ha stabilito una sospensione a tempo indeterminato sia della Champions League che dell’Europa League. Ma si attendono decisioni anche per quello che riguarda l’Europeo in programma a giugno. E tutti si aspettano che il calcio si allinei agli altri sport che hanno sospeso ogni attività internazionale.  Certo è che dal richiamo alle olimpiadi ed alle competizioni internazionali appare evidente la maggiore preoccupazione: quella del futuro. Assai vicino perché a giugno il nostro Paese ospiterà parte dell’Europeo itinerante di calcio, e sarà necessario presentare una squadra in buona condizione fisica e ben allenata, sempre che lo stesso non venga posticipato a tempi migliori. Lo stesso in scala molto maggiore per le Olimpiadi, che pur senza la partecipazione di una nostra rappresentativa calcistica, vedranno impegnati molti dei nostri atleti di vertice che per tre anni e mezzo ormai non hanno fatto altro che cercare la migliore condizione fisica per partecipare alle gare olimpiche. Anche in questo caso un posticipo non sembra peregrino.

Terminare il campionato

Ma quello che più preoccupa nell’immediato è come far finire questo campionato. Qualora non si riuscisse a finire in tempo, l’ultimo Consiglio Federale, ha formulato tre proposte “senza alcun ordine di priorità”. La prima ipotesi potrebbe essere la non assegnazione del titolo di Campione d’Italia e conseguente comunicazione alla UEFA solo delle società qualificate alle coppe europee; un’altra sarebbe far riferimento alla classifica maturata fino al momento dell’interruzione; terza ed ultima ipotesi, far disputare solo i play off per il titolo di Campione d’Italia ed i play out per la retrocessione in Serie B. Tre diverse soluzioni, in caso non fosse possibile riprendere in tempo utile, ciascuna delle quali, evidentemente, accontenterebbe qualcuno e scontenterebbe qualcun altro. Nella speranza di non dover arrivare a tanto e che il campionato possa riprendere nella massima sicurezza alla fine del periodo di emergenza, forse quella più corretta sarebbe un play off con una formula che possa trovare il maggior consenso possibile. Ma sono ancora solo ipotesi. Allo stato c’è un’unica certezza, si naviga a vista: tutto fermo fino al 3 aprile, poi si vedrà!

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