Icardi, fuori dal progetto e scaricato da Zhang: si può parlare di mobbing? E quali sono i diritti e i doveri dei fuori rosa?

Icardi, fuori dal progetto e scaricato da Zhang: si può parlare di mobbing? E quali sono i diritti e i doveri dei fuori rosa?

Di Francesco Paolo Traisci. Icardi è fuori rosa e non è partito per la tournée asiatica con i compagni. Ma come andrà a finire questa storia? Si può parlare di mobbing? E nel frattempo, come devono comportarsi il giocatore per riuscire ad esaudire il suo desiderio di cambiare aria e la società per evitare di perdere il giocatore a zero?

di Redazione Il Posticipo

Dove giocherà Mauro Icardi nel prossimo campionato? Juve, Napoli o in qualche big straniera, oppure rimarrà all’Inter, da separato in casa o, incredibilmente, reintegrato in rosa? Per il momento non è dato saperlo ed il giocatore, fuori rosa da tempo, se ne sta in vacanza o si allena da solo. E spesso fa arrabbiare la società con i suoi comportamenti in famiglia e da solo, tutti rigorosamente documentati sui social dall’attivissima moglie manager. Da ultimo sta facendo discutere una foto con la maglia del Newell’s. Di fatto il giocatore è fuori rosa, non è partito per la tournée asiatica con i compagni e vive con apparente serenità il muro contro muro nel quale lui e la società del biscione si sono andati ad infilare. Ma come andrà a finire? E nel frattempo, come devono comportarsi il giocatore per riuscire ad esaudire il suo desiderio di cambiare aria e la società per evitare di perdere il giocatore a zero?

Quali sono i diritti e i doveri dei fuori rosa?

Come è noto, con la riduzione delle rose, si pongono sempre di più problemi che in realtà già esistevano in passato nei confronti di quei giocatori messi al margine del progetto societario. È una pratica antica quella nei confronti dei giocatori che, non rientrando più nei piani della società o dell’allenatore (o di entrambi), venivano emarginati per costringerli a trovare una nuova sistemazione, ossia un nuovo club che ne rilevasse il cartellino. Oggi, è solo più facile perché essendo la rosa limitata, non c’è alcun obbligo di inserire il giocatore in quella lista dei giocatori da utilizzare in campionato (e, per i club che partecipano alle coppe europee, in quella UEFA). Ma, anche nei confronti dei fuori rosa, permangono comunque diritti e doveri reciproci, tutti scaturenti dal rapporto di lavoro subordinato sportivo intercorrente fra il club ed il giocatore, che certo non si interrompe. Come è noto infatti il rapporto fra il calciatore professionista e la società calcistica è qualificato come un rapporto di lavoro sportivo subordinato e viene quindi disciplinato dalla legge 91 del 1981 (e dalle sue successive modifiche) nonché da tutte le norme sul contratto di lavoro subordinato (codice civile e Statuto dei lavoratori in primis) quando non dichiarate incompatibili con la tipologia di lavoro subordinato e quindi inapplicabili. Oltre a queste norme, il rapporto è spesso disciplinato in base ai normali strumenti del diritto del lavoro, ossia i contratti collettivi di settore, che per quanto riguarda i calciatori vengono stipulati ogni tre anni fra l’Associazione Calciatori e la Lega di appartenenza, con la supervisione della FIGC e poi vengono richiamati dai regolamenti della FIGC.

Fra le obbligazioni reciproche ci sono quella della società di pagare regolarmente lo stipendio al proprio tesserato e quella di quest’ultimo di farsi trovare pronto per scendere in campo con i colori della società, rispondendo quindi alle convocazioni del mister, qualora dovesse essere reinserito nella rosa.  Ma è sulle attività ulteriori che deve essere fatto un ulteriore approfondimento, partendo dall’art. 91 delle NOIF che obbliga le società ad “assicurare a ciascun tesserato lo svolgimento dell’attività sportiva con l’osservanza dei limiti e dei criteri previsti dalle norme federali per la categoria di appartenenza in conformità con il tipo di rapporto instaurato con il contratto o col tesseramento”. Il secondo comma poi afferma che “l’inosservanza da parte della società nei confronti dei tesserati degli obblighi derivanti dalle norme regolamentari e da quelle contenute negli accordi collettivi e nei contratti tipo, comporta il deferimento agli organi della giustizia sportiva per i relativi procedimenti disciplinari”. E così, oltre alla giustizia sportiva alcuni comportamenti possono anche essere rilevanti per la giustizia ordinaria, proprio in chiave di mobbing quando la condotta illecita è inquadrata appunto in una dalla strategia volta a costringere il giocatore ad assecondare le scelte della società.

In particolare una delle norme chiave è l’art. 7 del contratto collettivo, che regola il diritto/obbligo di allenarsi del calciatore. Il primo comma prevede il diritto, ossia l’obbligo della società di fornire “al calciatore le strutture idonee alla preparazione e mettere a sua disposizione un ambiente consono alla sua dignità professionale. In ogni caso il calciatore ha diritto a partecipare agli allenamenti ed alla preparazione precampionato con la prima squadra, salvo quanto disposto dall’art. 11”, che prevede alcuni casi l’esclusione dall’allenamento come sanzione disciplinare limitata nel tempo. E così, pur non essendoci l’obbligo dell’Inter di portare il giocatore in tournee, deve comunque assicurargli le strutture idonee per allenarsi anche senza i compagni. Sul versante del giocatore, l’art. 10 del contratto collettivo gli impone di “adempiere la propria prestazione sportiva nell’ambito dell’organizzazione predisposta dalla Società e con l’osservanza delle istruzioni tecniche e delle altre prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici” ed aggiunge che “il calciatore è tenuto ad osservare strettamente il dovere di fedeltà nei confronti della Società” e che “deve evitare comportamenti che siano tali da arrecare pregiudizio all’immagine della Società”.

Ed ancora l’art. 10.4 afferma che “le prescrizioni attinenti al comportamento di vita del calciatore sono legittime e vincolanti, previa accettazione delle stesse da parte del calciatore, accettazione che non potrà essere irragionevolmente rifiutata, soltanto se giustificate da esigenze proprie dell’attività professionistica da svolgere, salvo in ogni caso il rispetto della dignità umana”. E, anche in vacanza o fuori rosa, il giocatore dovrebbe conformarsi a quanto previsto nell’art. 8, che impone agli atleti un divieto di svolgere attività sportive, lavorative e imprenditoriali ulteriori rispetto a quelle svolte a favore della società, senza il preventivo consenso della stessa, consenso che “dovrà in ogni caso essere negato se incompatibile con l’esercizio dell’attività agonistico-sportiva”, oltre ad un dovere di fedeltà verso la propria società e di evitare comportamenti che possano pregiudicare l’immagine della stessa”. Quindi i giocatori in vacanza (o in generale nel tempo libero) debbono comunque rispettare le direttive tecniche e le regole comportamentali impartite loro dalla società (pensiamo al dovere di mantenersi in ragionevole forma e di non esagerare a tavola), sempre che siano funzionali alle esigenze della attività professionistico sportiva e non lesive della propria dignità umana.

Ecco, i comportamenti di Maurito Icardi in vacanza e nella vita privata sono noti a tutti, perché ben documentati dal suo entourage, che non perde occasione di diffonderne le immagini sui social. Evidentemente, sono tutti rientranti all’interno dei canoni del lecito e nessuno salvo qualche tifoso ha trovato niente da ridire.  E ciò anche relativamente alla foto pubblicata con la maglia del Newell’s Old Boys argentino. È vero che l’art 1 della Convenzione stipulata nel 1981 fra l’Associazione calciatori e le Leghe calcistiche afferma che “i calciatori hanno la facoltà di utilizzare in qualsiasi forma lecita e decorosa la propria immagine anche a scopo di lucro, purché non associata a nomi, colori, maglie, simboli o contrassegni della Società di appartenenza o di altre Società e purché non in occasione di attività ufficiale”. In teoria, quindi, facendosi ritrarre con la maglia di un’altra squadra il giocatore violerebbe questa norma, così come violerebbe anche gli obblighi di fedeltà a cui abbiamo accennato prima, ma si potrebbe obiettare che non si tratterebbe di un vero completo da gioco e di una occasione ufficiale, ma solo di una posa con una camicia che richiami vagamente i colori di un club.

Ed allora anche questo comportamento va ad iscriversi nei messaggi che il giocatore ed il suo entourage mandano alla società in un clima di pace armata che non fa bene a nessuna delle due parti. Il club che ha un capitale, il giocatore, inutilizzato ed inutilizzabile; il giocatore, il danno di non poter scendere in campo per dimostrare il proprio valore e per non perdere il ritmo partita.

Ma potrebbe parlarsi di mobbing nel caso Icardi?

È vero che, come tutti gli ambienti lavorativi, anche nel calcio non sono mancati i casi di mobbing, vero o presunto, casi che hanno avuto un’importante eco mediatica. Basta scorrere le cronache giornalistiche, quelle giudiziarie o anche solamente i manuali di diritto sportivo per ricordarne qualcuno. Troviamo così i casi che, in passato, hanno visto coinvolti Rodrigo Taddei ed il Siena, Fabio Rustico e l’Atalanta, Diego Zanin ed il Montichiari, Lorenzo Mattu ed il Latina, Leo Criaco ed il Benevento, Antonio Cassano prima contro la Roma poi contro la Sampdoria, Vincenzo Iaquinta contro l’Udinese, Luis Antonio Jimenez contro la Ternana, Armando Pantanelli contro il Catania, Davide Marchini contro il Cagliari, Goran Pandev contro la Lazio e Federico Marchetti ancora contro il Cagliari. Casi in cui dei calciatori professionisti, più o meno noti, hanno lamentato (a volte con successo, altre senza) pressioni e altre condotte discriminatorie attuate dalle società e da dirigenti e tecnici, al fine di costringerli ad accettare trasferimenti o rinnovi di contratto a loro sgraditi. Ma forse non pare ancora questo il caso di Icardi.

Vediamo perché. È vero che il giocatore non è stato convocato per la tournée nel sud est asiatico con i compagni di squadra. Potrebbe essere vista come una condotta mobbizzante?  Secondo la giurisprudenza, potrebbe rappresentare una condotta mobbizzante qualora fosse reiterato con frequenza per un lungo periodo senza una valida giustificazione tecnica. In virtù dell’art. 10.6, infatti “il Calciatore non ha diritto di interferire nelle scelte tecniche, gestionali e aziendali della Società”. Ecco il punto è proprio quello delle scelte tecniche, gestionali ed aziendali della società che il giocatore non può contestare. Tema poi già disciplinato dall’art. 4 comma 4 della legge n.91 del 1981 che afferma che “nel contratto individuale dovrà essere prevista la clausola contenente l’obbligo dello sportivo al rispetto delle istruzioni tecniche e delle prescrizioni impartite per il perseguimento degli scopi agonistici”.

Cosicché alla libera discrezionalità delle scelte tecniche si contrappone alla finalità discriminatoria di alcuni comportamenti. E quindi ci si chiede in concreto: quello specifico comportamento è frutto di una scelta tecnica e quindi è lecito e quando invece ha un intento mobbizzante e quindi vietato? Peraltro, la società, come nel caso di Icardi, spesso agisce ancora più in profondità, mettendo fuori rosa il giocatore, o non inserendolo nelle lista dei 25 nomi per il campionato o (per le squadre che partecipano alle due competizioni continentali, nella lista UEFA). È mobbing o no?

In virtù di quanto detto prima, l’inserimento nelle liste campionato e UEFA è sempre presentato come frutto di una scelta tecnica, e quindi potrebbe essere considerato una condotta mobbizzante, solamente laddove siano presenti i due requisiti dell’assenza di una valida giustificazione tecnica e fosse provata lo scopo di isolare il calciatore, al fine di piegarne la volontà e fargli accettare il trasferimento, il prolungamento del contratto o la risoluzione consensuale del rapporto. Ma la giurisprudenza ha spesso chiesto di più come ad esempio forme di aggressione fisica da parte di dirigenti ma anche di compagni di squadra o di tifosi, sempre che siano riconducibili alla società. Cosa che non è mai avvenuta e crediamo e speriamo non avvenga mai.   

Nel caso di Icardi non si può dunque parlare di violazioni del contratto da nessuna delle due parti, al massimo di forzature e provocazioni, ma in ogni caso sembra che entrambe siano vigili per cogliere l’altro in fallo e trarne vantaggio nel muro contro muro che si è instaurato. 

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