I nodi della ripresa: le date, il protocollo, le nuove positività e la responsabilità dei medici

Di Francesco Paolo Traisci. Forse la Serie A sarà in grado di terminare la stagione sul campo. Si annuncia un finale di campionato a tappe forzate per rientrare nei tempi previsti dalla UEFA. E, per farlo, la FIGC ha dovuto accettare, obtorto collo, un protocollo in cui almeno alcuni punti non erano certo stati ben accolti. E non mancano le difficoltà…

di Francesco Paolo Traisci

Forse la Serie A sarà in grado di terminare la stagione sul campo. Si annuncia un finale di campionato a tappe forzate per rientrare nei tempi previsti dalla UEFA. E, per farlo, la FIGC ha dovuto accettare, obtorto collo, un protocollo in cui almeno alcuni punti non erano certo stati ben accolti e su cui ci saranno nuovi tentativi di modifica. Certo la necessità era di ricominciare in tempi sostenibili e di conoscere i tempi della ripresa entro le date fissate dalla UEFA.

Le date per la ripresa

Nell’assemblea di lega di Serie A del 13 maggio è stata scelta la data di sabato 13 giugno per la ripartenza del campionato. 16 delle 20 squadre hanno votato in tal senso, mentre le restanti 4 avrebbero preferito riprendere il fine settimana successivo. Ma per l’ufficialità definitiva si aspetta ancora la decisione del governo, visto che il ministro dello Sport Spadafora ha detto che saranno necessari altri giorni per verificare la curva dei contagi, prima di poter eventualmente riavviare i tornei, come sottolinea la Gazzetta dello Sport.Restano però i dubbi e le criticità legati al rispetto delle norme imposte dal protocollo, che i club avevano inizialmente ritenuto troppo stringente per permettere la ripartenza. Un’opinione condivisa anche dalla UEFA, soprattutto per quanto riguarda l’imposizione della quarantena a tutta la squadra in caso di una singola positività.

Il protocollo. Alcuni punti fermi: la tutela della salute di calciatori, arbitri e di tutti gli addetti ai lavori

In primo luogo, il club dovrà identificare il luogo di ripresa degli allenamenti (centro sportivo, foresteria, albergo, di proprietà della società stessa), sul all’interno del quale dovrà essere assicurata la pulizia giornaliera e la sanificazione periodica dei locali, delle postazioni di lavoro e delle aree comuni e di svago, e la ventilazione dei locali. Il secondo step sarà l’identificazione del “Gruppo Squadra”, ossia calciatori, allenatori, fisioterapisti, massaggiatori, magazzinieri, componenti dello staff da sottoporre alle procedure mediche di screening (tamponi, anamnesi accurata, temperatura corporea) per la creazione di gruppi «medicalmente coerenti». E, successivamente all’effettuazione dello screening, ossia del famoso tampone, ci sarà una divisione in 3 fasce: chi ha avuto il COVID-19 conclamato con interessamento respiratorio; chi ha avuto la malattia, ma asintomatica; chi è risultato negativo al test.

Il protocollo poi prevede che se uno dei calciatori risultasse positivo prima di iniziare gli allenamenti “dovrà essere immediatamente allontanato dal gruppo e seguirà le procedure” e contempla le misure di distanziamento e di contingentamento sia negli spogliatoi che nella sala ristorante.Per chi proviene dall’estero o da zone con focolai d’infezione, o che abbia avuto nei 14 giorni precedenti un contatto stretto con una persona positiva confermata per infezione da COVID-19, è previsto l’obbligo, per poter rientrare nel gruppo e prendere parte agli allenamenti collettivi, di aver osservato un isolamento fiduciario di 14 giorni.

I nodi: le nuove positività…

Tutto abbastanza normale, come una qualsiasi attività. Ma poi vengono i problemi ed i punti che la nostra serie A ha faticato ad accettare. Il primo nodo è rappresentato dal caso in cui fosse rinvenuta, ad allenamenti (ed eventualmente a campionato) iniziati una nuova positività. In questo caso il protocollo prevede che “nel caso in cui un soggetto risulti positivo al Covid-19, dovrà isolarsi immediatamente in una stanza ben areata e chiusa, accessibile solo alle squadre di emergenza. Si dovrà provvedere, inoltre, alla pulizia e sanificazione generale”. E fin qui nulla da obiettare. Poi però secondo le indicazioni formulate dal Cts, è previsto che anche tutti gli altri soggetti del gruppo vengano isolati per14 giorni; che vengano ripristinate le misure più rigide di distanziamento e soprattutto la cessazione degli allenamenti collettivi fino alla ripetizione dei test molecolari e sierologici. E ciò significherebbe lo stop per tutta la squadra, al contrario della Germania in cui la positività di un giocatore determina solamente l’isolamento dello stesso. Questo evidentemente non piace a nessuno. Gli stessi calciatori, parte interessata, hanno dichiarato di non essere d’accordo perché sono convinti che tale soluzione metterebbe a rischio tutto il lavoro svolto per la ripresa. 

…e le responsabilità dei medici

E poi c’è un ulteriore problema che le società, ma soprattutto i medici dei club faticano ad accettare: quello della responsabilità del medico sportivo. Secondo il protocollo, il medico della società si deve far carico della responsabilità medica diretta. Quindi oltre alla responsabilità per l’approvvigionamento e la sottoposizione ai tamponi ed al rispetto delle prescrizioni del Protocollo il medico è responsabile per ogni giocatore che si ammalerà di Covid? Perché qualificando il Covid come malattia professionale, ai sensi delle assicurazioni sociali e della previdenza, facendo gravare sul medico la responsabilità di ogni malato si va a colpire l’anello debole della catena. Ed i medici, giustamente, non ci stanno e minacciano di interrompere la loro collaborazione con le rispettive società. Certo il medico può essere responsabile del rispetto del protocollo nei locali del ritiro o ma come gli si può imputare la responsabilità del risultato ossia del giocatore che si ammala, magari per una sua disattenzione? Della prima il medico può farsi carico, anche qualora dovesse rispondere per fatti di altri ma come può garantire che nelle stanze o fuori dal ritiro il giocatore o gli altri soggetti sottoposti ai protocolli si comportano in modo responsabile? D’altra parte, i calciatori stessi, al di là delle dichiarazioni, non sono certo contenti di un ritiro prolungato. Ed allora come può un medico sportivo prendersi la responsabilità per quello che un giocatore o un tecnico si comporta a casa propria nel rispettare le consegne. E, a maggior ragione per i familiari che condividono casa sua. 

Questi sono i principali punti dolenti!  Per ora il protocollo, malgrado questi due punti di frizione, è stato accettato. Ma non crediamo proprio finisca qui perché medici e calciatori già premono per modificarlo!   

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