I diritti audiovisivi: una storia lunga e piena di colpi di scena – 4. La vendita collettiva

I diritti audiovisivi: una storia lunga e piena di colpi di scena – 4. La vendita collettiva

Di Francesco Paolo Traisci. Negli ultimi 30 anni una delle fonti maggiori di reddito per le società professionistiche è sicuramente quella derivante dalla commercializzazione dei diritti audiovisivi. Questo speciale ripercorre le tappe salienti della storia degli accordi e delle normative che regolano l’acquisto e la trasmissione delle partite del nostro campionato.

di Francesco Paolo Traisci

Continuando il nostro excursus sulla disciplina comunitaria, incontriamo un altro aspetto della commercializzazione dei diritti audiovisivi che hanno trovato una regolamentazione grazie all’attività degli organi comunitari.

La possibilità di commercializzazione collettiva dei diritti.

Da noi ormai è pacifico che la vendita dei diritti audiovisivi avvenga in blocco, ossia da parte della Lega A, organizzatore del campionato di calcio di serie A. Ma non è stato sempre così… Inizialmente, ogni squadra cedeva i diritti per le proprie gare casalinghe. La vecchia legge italiana del 1999 (la n. 78 del 29 marzo 1999) prevedeva infatti che la titolarità dei diritti di trasmissione televisiva codificata spettasse a ciascuna società di calcio di Serie A e B per le proprie gare casalinghe. Cosicché si creò un duopolio con alcune squadre che cedettero i diritti sulle proprie partite in casa a Telepiù ed altre a Stream. Ogni squadra contrattava singolarmente il prezzo ed otteneva il frutto della vendita. Ma, il tifoso che voleva vedere tutte le gare della propria squadra aveva difficoltà per vedere quelle in trasferta e spesso doveva fare un doppio abbonamento.

Qual è stato l’ostacolo giuridico alla vendita collettiva?

Poi l’UEFA ed alcune Federazioni provarono a proporre la vendita collettiva e la Commissione aprì diverse procedure di infrazione, perché questo tipo di vendita veniva considerato una restrizione orizzontale del mercato e della concorrenza e quindi una violazione dell’art. 101 del TFUE. L’UEFA sostenne tuttavia che questa forma di cessione collettiva doveva essere ritenuta necessaria per una migliore organizzazione delle competizioni sportive e per evitare che i broadcaster interessati dovessero aprire trattative con i vari club partecipanti sparsi per tutta l’Europa e, soprattutto soggetti a normative nazionali diverse. E così la Commissione ha accettato questa impostazione nel caso della Champions League, i cui diritti erano (e sono tuttora) commercializzati in blocco dall’UEFA stessa, anziché dai vari club partecipanti, ritenendo che pur rientrandosi nel divieto di cui al primo comma dell’art. 101, ci sarebbe comunque la possibilità di applicare le esenzioni contenute nel 3° comma, ossia che l’offerta unica potrebbe contribuire a “migliorare la produzione o la distribuzione del prodotto” o a “favorire il progresso tecnico o economico” del settore. Sulla scia del procedimento contro la UEFA, poi, la Commissione ne aprì altri due rispettivamente contro la Bundesliga e contro la FA Premier League, che avevano iniziato a commercializzare i diritti sulle gare della prima divisione, rispettivamente, tedesca e inglese.

Alla fine arriva il via libera

E per tutte e tre arrivò alla fine il via libera. Alla fine la Commissione diede il via libera all’UEFA, alla Bundesliga ed alla Premier League per quella che ancora oggi è la modalità più diffusa di commercializzazione, pur sostenendo che le peculiari caratteristiche delle competizioni sportive in cui i club calcistici sono competitors indipendenti non giustificherebbero la necessità di una vendita collettiva dei diritti audiovisivi. Si tratterebbe invece di una scelta commerciale. Le restrizioni della concorrenza sarebbero però giustificate in ossequio al terzo comma della norma in oggetto, perché la vendita collettiva agevolerebbe una commercializzazione più efficiente rispetto quella che potrebbe essere messa in pratica mediante trattative dei broadcaster con i singoli club. Ed anche perché consentirebbe una migliore commercializzazione degli stessi per gli aggiudicatari, in termine di iniziative pubblicitarie e di sponsorizzazioni. 

La solidarietà

Oltre all’argomento basato sulla maggiore efficienza per la produzione o la distribuzione del prodotto, un ulteriore argomento è stato portato a favore della distribuzione collettiva dei diritti: è stata infatti ritenuta un modo di mettere in pratica il principio di solidarietà che deve caratterizzare lo sport. Come messo in evidenza dall’UEFA nel procedimento sui diritti della Champions League, la vendita collettiva avrebbe permesso di raggiungere gli scopi solidaristici sia relativamente alla solidarietà orizzontale, ossia quella fra club, con la distribuzione equa dei proventi dei diritti fra i vari club in modo da migliorare la competitività fra loro, riducendo il divario economico fra le squadre, sia relativamente a quella verticale con una redistribuzione dei proventi verso la base, devolvendo una parte di questi a fini di finanziare i vivai ed i club dilettantistici. La Commissione condivise anche questo argomento, in ossequio alla esplicita previsione alla solidarietà sportiva contenuta nella Dichiarazione di Nizza sullo sport del 2000, in cui al punto 15 si precisa che: “la vendita dei diritti di ritrasmissione televisiva costituisce oggi una delle più importanti fonti di entrate per talune discipline sportive. Il Consiglio europeo ritiene che le iniziative prese per favorire la messa in comune, ai livelli appropriati e tenuto conto delle prassi nazionali, di una parte degli introiti provenienti da tale vendita, siano positive per attuare il principio della solidarietà tra tutti i livelli di pratica sportiva e tutte le discipline”.

Anche in ulteriori documenti la Commissione ha ripreso questa considerazione del legame fra distribuzione dei proventi della vendita dei diritti televisivi e principio di solidarietà. In particolare nel suo Libro Bianco del 2007 ha affermato che la vendita collettiva può essere uno strumento per ottenere una forte solidarietà all’interno del mondo sportivo ed ha riconosciuto l’importanza di un’equa distribuzione del reddito fra i club, inclusi quelli minori e quelli dilettantistici. In seguito, anche nella Comunicazione del 2011, la stessa Commissione ha descritto questa modalità di vendita dei diritti audiovisivi come un buon esempio di come attuare il principio di solidarietà finanziaria e di meccanismo ridistributivo nello sport, raccomandando alle Federazioni (o alle loro emanazioni) di stabilire modalità eque di distribuzione.

Quasi dappertutto è ormai così

Cosicché la vendita collettiva è diventato un modus operandi diffuso. Da noi è stato sdoganato dal DL Melandri del 2008 che ha esteso la titolarità dei diritti audiovisivi agli organizzatori della competizione, identificandoli nella Lega di Serie A. In precedenza, in realtà, l’Antitrust aveva imposto la vendita individuale dei diritti ritenendo che ogni singola partita fosse un prodotto a sé il cui titolare è la società ospitante, con l’unica eccezione per la vendita collettiva dei diritti sui turni ad eliminazione diretta della Coppa Italia, giustificata dall’incertezza su chi avrebbe partecipato alle varie gare.

Anche altrove è così: nella Liga, le società calcistiche tradizionalmente vendevano individualmente i propri diritti, anche se, dal 2003, un gruppo di squadre minori della Primera division e tutte quelle della Segunda hanno iniziato a negoziare i propri diritti in modo collettivo. Dal 2015 tuttavia, in virtù del Decreto –Ley n. 5, il Governo spagnolo ha importato il criterio della ripartizione collettiva dei diritti audiovisivi, stabilendo che, pur essendo titolari dei diritti di ritrasmissione in diretta e/o in differita delle proprie gare interne, i club hanno l’obbligo di cedere la facoltà di vendita congiunta alla Liga (per le gare di campionato) ed alla Federazione per quelle di Coppa, che sono poi obbligate a loro volta a commercializzarli rispettando il principio di uguaglianza e di libertà di impresa. Lo stesso decreto stabilisce poi che i ricavi vengano ripartiti fra i vari club in base ai determinati criteri e che, dopo aver ottenuto ciascuno la propria parte, ogni club deve provvedere al versamento dei contributi obbligatori stabiliti per un fondo di compensazione destinato alle squadre retrocesse.

Anche in Francia la legge Lamour del 2003 spinge verso la commercializzazione collettiva dei diritti da parte di federazioni e leghe, mentre, come abbiamo già visto, Bundesliga e Premier League, lo fanno da molti anni con il beneplacito della Commissione. E così quasi dappertutto, con eccezione di Grecia e Portogallo in cui ancora i diritti sono commercializzati singolarmente dai club.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy