I diritti audiovisivi: una storia lunga e piena di colpi di scena – 11. La spartizione dei proventi della commercializzazione dei diritti audiovisivi

I diritti audiovisivi: una storia lunga e piena di colpi di scena – 11. La spartizione dei proventi della commercializzazione dei diritti audiovisivi

Di Francesco Paolo Traisci. Negli ultimi 30 anni una delle fonti maggiori di reddito per le società professionistiche è sicuramente quella derivante dalla commercializzazione dei diritti audiovisivi. Questo speciale ripercorre le tappe salienti della storia degli accordi e delle normative che regolano l’acquisto e la trasmissione delle partite del nostro campionato.

di Francesco Paolo Traisci

Eccoci all’ultima puntata della nostra inchiesta: siamo arrivati all’ultima stazione della catena economica per la monetizzazione degli eventi: quella appunto della distribuzione della somma. Se inizialmente ogni club faceva squadra a sé e riceveva direttamente il prezzo della vendita dei diritti relativi alle proprie gare contrattando singolarmente con le emittenti, dal momento in cui la vendita diventò collettiva, si dovette anche capire come poi dividersi la somma totale ottenuta. Ed a ciò ha provveduto il Decreto Melandri, inserendo nell’articolo 21 i criteri attraverso i quali distribuire i proventi di questa commercializzazione collettiva fra i club titolari dei diritti. In particolare, riprendendo la distinzione fra i vari titolari dei diritti di cui abbiamo parlato in precedenza, attribuiva i proventi della commercializzazione dei diritti relativi alla competizione, dedotte di alcune quote su cui ci soffermeremo a breve, a tutti i partecipanti alla competizione, mentre i proventi dei diritti di natura secondaria oggetto di autonome iniziative, venivano assegnati all’organizzatore dell’evento stesso.

La mutualità

Abbiamo visto in precedenza che una delle ragioni poste alla base del cambiamento fra commercializzazione individuale e commercializzazione collettiva è quello che con quest’ultima si favoriva la mutualità. Cosicché, le prime disposizioni della normativa prevedevano (e prevedono tuttora, anche se sono nel frattempo state modificate) alcune detrazioni per la mutualità all’interno del mondo sportivo. E ciò in ben 3 norme: gli art. 22, 23 e 24, che imponevano, nella loro prima versione, il primo, una detrazione di non meno del 4%  a favore della mutualità generale ossia “allo sviluppo dei settori giovanili delle società professionistiche, al sostegno degli investimenti per la sicurezza, anche infrastrutturale, degli impianti sportivi, e al finanziamento di almeno due progetti per anno finalizzati a sostenere discipline sportive diverse da quelle calcistiche” gestiti dalla una Fondazione per la mutualità generale negli sport professionistici a squadre costituita e amministrata ai sensi dell’art. 23 (e successivamente abrogato nel 2016), e l’ultimo, una detrazione di almeno il 6% sui proventi derivanti dalla commercializzazione del solo campionato di calcio di Serie A per la mutualità nei confronti delle serie professionistiche inferiori.

Oggi, queste tre norme sono state modificate in seguito ad alcune norme contenute in alcune leggi di bilancio, in virtù delle quali, oltre all’abrogazione dell’art. 23, si è assistito anche a quella dell’art. 24, in modo che il 6% da esso previsto è stato sommato al 4% iniziale dell’art. 22, per arrivare al 10% attualmente previsto per la mutualità generale, ora destinata non più solo allo sviluppo dei settori giovanili delle società professionistiche ma ai i settori giovanili di (tutte) le società, indiscriminatamente, oltre che alla formazione ed allo sviluppo degli impianti, e alle attività giovanili della Federazione Italiana Giuoco Calcio.

La spartizione

Una volta detratte le somme destinate alla mutualità, poi, il resto viene distribuito in base ai criteri indicati dall’art. 25, che prevedeva una quota fissa, e due ulteriori criteri di massima: quello del bacino di utenza e quello dei risultati sportivi. La prima, ai sensi del comma 2 dello stesso art. 25 non poteva essere inferiore al 40% mentre il successivo comma 3 stabiliva che la quota distribuita in base ai risultati sportivi non avrebbe potuto essere inferiore a quella attribuita in base al bacino di utenza. Come si può quindi facilmente vedere si trattava di criteri di massima, con un’ampia discrezionalità tanto sulla loro ponderazione quanto sui parametri utilizzabili per determinarli. Una discrezionalità che ha spesso portato all’interno degli enti ai quali l’ultimo comma dello stesso art. 25 ha attribuito il compito di deliberare in concreto sulle effettive ponderazioni e sulla individuazione degli elementi necessari per la loro applicazione, ossia le assemblee di categoria, una forte litigiosità. In tal senso sono note alle cronache le discussioni all’interno delle Assemblee di Lega fra i vari presidenti delle squadre di calcio di Serie A per una differente ponderazione dei vari criteri o per una loro diversa configurazione. Forse con la speranza di limitare questa litigiosità, l’art. 26 conteneva i criteri per la prima ripartizione delle risorse del Campionato di calcio di Serie A partire dalla stagione sportiva 2010-2011.

L’esame di questa norma fornisce quindi un buon esempio di interpretazione dello stesso legislatore del precedente art. 25, servendo anche ad orientare poi la prassi applicativa successiva, fermi restando gli ampi margini di discrezionalità lasciati dalla stessa norma. E così l’art. 26 prevedeva che la quota uguale per tutti corrispondesse, per il 2010-2011, quella minima prevista dall’art. 25, ossia il 40%. Il restante 60% sarebbe stato attribuito in parti uguali ai due altri criteri, non contravvenendo così all’indicazione per la quale quanto la quota distribuita in base ai risultati sportivi non avrebbe potuto essere inferiore a quella relativa al bacino di utenza.

Il comma 2 stabiliva poi che “la quota relativa al risultato sportivo è determinata nella misura del 10 per cento sulla base dei risultati conseguiti da ciascuno dei partecipanti alla competizione a partire della stagione sportiva 1946/1947, nella misura del 15 per cento sulla base dei risultati conseguiti nelle ultime cinque stagioni sportive e nella misura del 5 per cento sulla base del risultato conseguito nell’ultima competizione sportiva”, mentre il successivo comma 3, indicava che la voce bacino di utenza veniva calcolata “nella misura del 25 per cento sulla base del numero di sostenitori di ciascuno dei partecipanti alla competizione, così come individuati da una o più società di indagini demoscopiche incaricate dall’organizzatore del campionato di calcio di serie A secondo i criteri dallo stesso fissati, e nella misura del 5 per cento sulla base della popolazione del comune di riferimento della squadra”. Si trattava, in realtà di criteri assolutamente mobili e come tali sono stati spesso modificati dalle varie Assemblee, che pur rimanendo nei limiti di legge, hanno modificato la ponderazione di ciascuno ma anche dei parametri utilizzati per ciascuna voce. È chiaro, infatti, che l’attribuzione di un maggior peso ad uno dei criteri rispetto all’altro favorisce alcune società a scapito di altre (quelle con un palmares sportivo più ampio o quelle di centri urbani più popolati, a seconda dei casi), mentre l’aumento della quota fissa avvantaggiava le realtà più piccole o meno blasonate.

Peraltro, anche l’individuazione dei parametri che contribuiscono a formare ciascuna delle due voci, risultati sportivi e bacino d’utenza, sono state nel tempo variati tanto nella consistenza quanto nella ponderazione. In alcune occasioni, i parametri relativi alla voce risultati sportivi erano stati modificati temporalmente frazionando ulteriormente in una quota relativa alla storia sportiva (risultati dal 1946 in poi), ad una quota per i risultati dei 5 ultimi campionati ed una quota, spesso minima 5%. E così quasi ogni anno le cronache narrano di grandi litigate e di colpi di mano all’interno delle varie riunioni di Lega di Serie A!

La nuova regola: parametri fissi (o quasi)!

Sennonché questa discrezionalità e la conseguente litigiosità hanno spesso contribuito a rendere instabile la gestione di alcune discipline sportive, prima fra tutte quella calcistica. E quindi con l’art. 1, comma 352 della Legge 27 dicembre 2017 n. 205 (ossia la legge di Bilancio), sono stati modificati gli art. 22 e 26 del D. Lgs. del 2008 di cui abbiamo parlato sino ad ora. E così mentre all’art. 22 è stato aggiunto un comma 3 bis, relativo a degli incentivi per l’ammodernamento degli impianti calcistici, è stata la modifica dell’art. 26, inizialmente destinato alla prima ripartizione delle risorse del Campionato di Calcio di Serie A, a formare la vera novità. Il nuovo art. 26, pur mantenendo apparentemente gli stessi criteri (quota fissa, risultati sportivi, tifosi), appare assolutamente rivoluzionario tanto nella ponderazione di ciascuno di essi, quanto nella valutazione delle loro singole componenti e soprattutto nella eliminazione della discrezionalità nella ponderazione di ciascuno.

Infatti, una delle grandi novità è rappresentata dal fatto che questi criteri sono stabiliti per legge, in modo da eliminare ogni tentazione di modificarli (se non passando attraverso una nuova legge), in seguito ad accordi all’interno dell’Assemblea di Lega. Innanzitutto la quota in parti uguali viene fissata nel 50% (e non più con l’indicazione di almeno il 40%). Ed inoltre tanto la componente dei risultati sportivi quanto quella del radicamento territoriale non solo hanno una ponderazione determinata per legge (rispettivamente il 28% ed il 22%), ma saranno calcolate in modo assolutamente matematico, perché il comma 4 stabilisce che le quote percentuali relative ai diversi criteri tanto all’interno della componente dei risultati sportivi, quanto di quella del radicamento sociale vengono fissate con un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Peraltro se i tre parametri che contribuiscono a realizzare la componente dei risultati sportivi sono rimasti gli stessi, quelli sul radicamento sono stati modificati in modo da risultare da dati oggettivi (pubblico pagante nelle gare interne e audience televisiva certificata), ai quali si è aggiunto quello del minutaggio nelle gare di serie a dei giocatori di età compresa fra i 15 ed i 23 anni formati nei settori giovanili italiani.

Una riforma per favorire i giovani e la competizione fra club

Con la riforma dei criteri di ripartizione, che si ispirerebbe al modello inglese della Premier League, il legislatore ha meritevolmente perseguito l’obiettivo di “ridurre il più possibile l’indice c.d. first to last, ovvero il rapporto tra quanto assegnato alla prima rispetto all’ultima, tendendo una mano verso i piccoli club per cercare di garantire una competizione sportiva più equilibrata”. Con una scelta, quella di valorizzare il carattere mutualistico del sistema di ridistribuzione dei proventi della vendita collettiva, in linea con le soluzioni adottate nella maggior parte degli stati europei.  Il nostro sistema diventerebbe simile a quello inglese, con una maggiore competizione fra club e la riduzione del gap fra grandi club e piccoli. Basterà per aumentare l’appeal della nostra serie A? Potrebbe essere comunque un buon inizio.

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