Gli effetti della Brexit sul calcio britannico: permessi di lavoro, numero di stranieri e settori giovanili

Gli effetti della Brexit sul calcio britannico: permessi di lavoro, numero di stranieri e settori giovanili

Di Francesco Paolo Traisci. Alla fine la Brexit è arrivata. E adesso nel calcio che succede? La Premier League può decidere di limitare gli stranieri? Come funziona il permesso di lavoro per chi gioca in Inghilterra?

di Francesco Paolo Traisci

Tanto tuonò che piovve, come disse Xantippe al povero Socrate. Alla fine la Brexit è arrivata!

A partire dalla mezzanotte del 1° febbraio, il Regno Unito non è più considerato un membro dell’Unione Europea. Si tratta solamente del primo passo di una transizione che potrebbe durare anni e che porterà a conclusione quella “Brexit” di cui si è tanto discusso in tempi recenti. C’è infatti tempo ancora alla fine dell’anno per evitare il no deal, ossia la cosiddetta hard Brexit, l’uscita dall’UE senza alcun accordo. Tempo fino al 31 dicembre per siglare accordi che sostituiscano quelli della libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi che caratterizzano lo spazio unico europeo e che (seppure con qualche adattamento) regolavano la partecipazione britannica all’Unione Europea. Anche il calcio sarà investito da questo processo, anche se è ancora difficile pronosticare cosa succederà esattamente e quali saranno i cambiamenti a cui si andrà incontro. Tutto dipenderà dagli accordi commerciali che saranno siglati entro il 31 dicembre 2020. Allo stato attuale, nessun accordo in vista e, secondo i vari commenti, viste le pretese britanniche, poche probabilità di trovarne. Ed allora ipotizziamo lo scenario di un uscita senza accordi. Quali le conseguenze sul calcio?

1) La principale conseguenza: non si applicherebbe più la sentenza Bosman ai calciatori non britannici.

Attualmente i giocatori con passaporto dell’UE (e quelli con passaporto di uno dei paesi dell’EEA) non risentono delle restrizioni messe dalla FA per gli stranieri. Come è noto con la sentenza Bosman è stata riconosciuta la libertà di circolazione dei lavoratori sportivi all’interno dello spazio europeo. Con la conseguenza che, sino ad oggi, solo coloro che non avevano la cittadinanza europea dovevano far domanda per ottenere un permesso di lavoro, anche per scopi calcistici. E questa situazione potrebbe riproporsi dopo la Brexit anche nei confronti di giocatori francesi, spagnoli, tedeschi, olandesi, belgi e, perché no italiani, che ad oggi popolano la Premier, togliendo la possibilità a molti club di ingaggiare nuovi giocatori provenienti dai paesi dell’UE che non abbiano un curriculum internazionale già affermato.

Con una no deal Brexit quindi tutti i giocatori senza passaporto britannico sarebbero considerati stranieri, equiparandosi a quelli che oggi sono gli extracomunitari, applicandosi anche a quelli con il passaporto comunitario le esistonti restrizioni per ottenere il permesso di lavoro. Secondo le attuali regole, i calciatori stranieri (all’interno dei quali dovrebbero quindi rientrare anche i comunitari) debbono infatti richiedere ed ottenere un permesso di lavoro seguendo un iter molto complicato, che passa dalla società acquirente e la Federazione, fino al Ministero dell’Interno. Il tutto collegato al rapporto tra Ranking FIFA della Nazione di provenienza e la percentuale di partite internazionale disputate. E con la Brexit tutti i non britannici, compresi quindi gli europei, dovrebbero sottostare a queste restrizioni. Il tutto con criteri talmente rigidi, di modo che gente come N’Golo Kante o Riyad Marez (arrivati giovanissimi e senza esperienza internazionale) non avrebbe avuto alcuna chance di giocare in Premier se non avesse avuto un passaporto comunitario. Quindi, nel caso di una no deal Brexit, ci sarebbero grosse difficoltà per tesserare anche i giocatori con il passaporto comunitario

Ed allora per evitare tutto ciò la Federazione ha da tempo proposto di eliminare le restrizioni nel tesseramento di tutti gli stranieri, considerando sufficiente ai fini del permesso di lavoro di un calciatore professionista non cittadino britannico il semplice tesseramento da parte di un club.

2) Gli sconvolgimenti nelle rose

Quindi da questo punto di vista, tornerebbe la distinzione fra britannici e stranieri, senza, secondo questa proposta, nessun tetto per gli stranieri. D’altra parte però il numero dei giocatori provenienti da federazioni straniere era comunque limitato (come d’altronde in Italia) dalle regole sulle famose liste (ossia quelle che delimitano la rosa dei giocatori che, a prescindere dal numero dei tesserati, possono scendere in campo nelle gare di campionato). È vero che queste liste non utilizzano come parametro la nazionalità ma la formazione giovanile, ma le cose hanno in realtà una stretta connessione. Così come in Italia, infatti, attualmente in Premier League all’interno della lista limitata a 25 unità (oltre ad un numero illimitato di under 21), 8 (a prescindere dalla cittadinanza) debbono provenire da un settore giovanile della Federazione, mentre i restanti 17 possono venire da ogni dove (sempre però tenendo presente le attuali limitazioni a quelli che oggi sono gli extracomunitari).

In cambio dell’apertura al tesseramento degli stranieri, la FA vorrebbe così diminuire il limite dei giocatori cresciuti all’estero, aumentando quindi il limite minimo di quelli cresciuti nei vivai di casa. E su questo già si è aperto un dibattito fra la Premier League (e, quindi i grandi club) e la Federazione, che ha proposto di abbassare a 13 la quota di quelli cresciuti all’estero e elevare a 12 quelli di casa, considerando la Brexit un’opportunità per far crescere i giovani di casa. Perché, spiega, spiega la FA in un documento intitolato “Access Discussion Desk”, “lo sviluppo dei nostri talenti spesso viene bloccato da giocatori stranieri mediocri”.

Contro le tesi della FA insorge però la Premier. I rappresentanti della massima serie inglese non ci stanno. E sono pronti ad affidarsi a una consulenza legale per far prevalere le proprie ragioni. Una opposizione che viene infatti motivata da ragioni pratiche. Qualitative ed economiche, anzitutto. Intanto, rilevano, le misure proposte dalla FA ridurranno la qualità della Premier, e, soprattutto, se attuate, svaluteranno il valore economico globale del prodotto. Come dire, attenzione: rischiamo di non essere più i primi al mondo, i più seguiti anche sui media. Con conseguente riduzione di introiti ed ingaggi a vantaggio delle federazioni del Continente. E se si impoverisce la Premier, s’impoverisce tutto il calcio, comprese le serie minori. Questo il monito dei club della Premier.

3) Ma una no deal Brexit potrebbe cambiare anche gli scenari nei settori giovanili britannici.

I regolamenti della FIFA vietano infatti i trasferimenti di calciatori minorenni. Poche le eccezioni. Fra queste, per favorire la libera circolazione all’interno dell’UE, una riguarda i calciatori comunitari, che possono essere trasferiti in un altro paese dell’UE a partire dai 16 anni, ossia dall’età in cui possono diventare professionisti. Questo ha consentito a vivai come quelli del Chelsea o del Manchester United di crescere in casa talenti provenienti da tanti paesi dell’UE.

Nell’ottica delle limitazioni delle rose, con gli 8 (e a maggior ragione dei 12 proposti) giocatori cresciuti nel club o in un club della stessa Federazione, le rose delle squadre inglesi potrebbero avere dei seri sconvolgimenti, costringendo a lungo andare i club ad investire nella formazione dei giovanissimi locali. Potrebbe così essere un incentivo per le squadre a trovare e far crescere i giovani talenti di casa, anche se già oggi le nazionali giovanili inglesi hanno mietuto successi internazionali e la stessa nazionale maggiore ha fatto un ottimo campionato del mondo, arrivando in semifinale a Russia 2018.

4) In generale la Brexit potrebbe anche avere una influenza sul costo dei trasferimenti.

Sicuramente già il forte deprezzamento della Sterlina ha influito negativamente sul potere economico dei club inglesi. Se nell’agosto del 2015 una sterlina valeva 1.43 Euro, ora il suo valore si aggira intorno a 1.18 Euro e, secondo quanto scrive LawInSport, è destinato a scendere. Ciò renderà la vita più difficile ai club di Premier League che avranno giocoforza meno potere d’acquisto soprattutto sui calciatori provenienti dall’estero, già calcolato in un -18%. Ma le aperture verso i calciatori extracomunitari potrebbero abbassarne i prezzi del cartellino, rendendo la FA un palcoscenico gradito anche per giovani potenziali star che attualmente non potrebbero accedervi.

5) Quindi in sintesi, cosa potrebbe accadere?

Secondo le previsioni degli esperti quindi, in seguito ad una Brexit, senza particolari condizioni che salvaguardino la situazione lavorativa dei cittadini comunitari nel Regno Unito (o anche solamente un intesa a livello UEFA per i calciatori professionisti) la Premier League dovrebbe rivolgersi verso il mondo e diventare un campionato veramente internazionale, aprendosi ai giovani talenti provenienti da altri continenti. Ma resta una domanda: cosa farà l’Unione Europea senza il Regno Unito e gli altri maggiori campionati europei dopo che la FA sarà considerata una federazione al di fuori dell’UE?

Infine una curiosità: lo strano caso di Messi e Ronaldo

Se ne è già parlato qualche mese fa, ma oggi che la notizia è d’attualità torna a galla la notizia curiosa che riguarda i due fenomeni del calcio pluri-Pallone d’Oro: la legge che vige in Inghilterra sugli individui stranieri che sono stati condannati in tribunale anche da altre nazioni e volessero entrare su suolo inglese impedirebbe a Leo e Cristiano di farlo. Di conseguenza, in caso di Brexit, Messi e Ronaldo non potrebbero sbarcare in UK nemmeno da avversari. A meno di un permesso speciale!

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