Finalmente il professionismo femminile: ad aprire la strada sono le calciatrici

Di Francesco Paolo Traisci. Finalmente un passo concreto verso il professionismo nello sport femminile. Ad introdurlo ufficialmente sarà, come per i maschi negli anni ’80, il calcio.

di Francesco Paolo Traisci

Finalmente un passo concreto verso il professionismo nello sport femminile. Ad introdurlo ufficialmente sarà, come per i maschi negli anni ’80, il calcio. Fu infatti il calcio che ispirò la legge 91 con la quale si riconosce e si disciplina il professionismo sportivo di atleti e tecnici, garantendo loro le tutele ed i diritti che vengono riconosciuti ai lavoratori subordinati. Rocambolesca fu la genesi di quella normativa, con l’irruzione delle forze dell’ordine nella sede del calciomercato ed il sequestro di carte e contratti. Tutto questo, facendo seguito alle accuse dell’Assocalciatori, all’epoca rappresentata dall’avv. Campana, che aveva denunciato l’illegittimità del calciomercato stesso, perché in violazione della normativa sul collocamento dei lavoratori. In buona sostanza, per la legislazione sul lavoro subordinato, salvo casi particolari, il lavoratore non poteva essere scelto nominalmente dal datore di lavoro, ma passare attraverso l’iter del collocamento. Cosa che evidentemente non poteva avvenire per il calcio in cui le società scelgono il singolo atleta da ingaggiare!

La legge sul professionismo

Ed allora con un provvedimento d’urgenza, il pretore di Milano aveva bloccato tutto il calciomercato e, di fatto, l’inizio del campionato stesso. Ed è dovuto scendere in campo il Governo per scongiurare il pericolo: con un decreto legge del 14 luglio 1978 poi convertito in legge, fu escluso che il rapporto di lavoro in campo sportivo dovesse sottostare alla disciplina del collocamento, riconoscendo di fatto la natura di lavoratore subordinato al calciatore delle serie maggiori. Di lì il passo successivo fu quello di disciplinare questo tipo di rapporto di lavoro, con la legge 91 del 1981. Ma la legge, pur regolamentando il rapporto con l’applicazione della normativa del lavoro subordinato e specificando quali regole generali si applicano, quali non si applicano e quali si applicano in modo particolare, ha lasciato al sistema sportivo il compito di specificare quali siano i rapporti di lavoro sportivo professionistico. Infatti l’art. 2 si limita ad affermare che “sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità, nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”.

Quindi chi decide quali atleti (tecnici ecc.) siano professionisti a cui applicare le garanzie e le tutele del lavoratore e quali no sono le varie Federazioni (all’interno delle linee guida decise dal CONI). La legge indica solamente due criteri: quello della continuità e quello della onerosità, ossia della percezione da parte dello sportivo professionista di un compenso per il suo lavoro. Ma non sono questi ultimi i requisiti fondamentali per i quali si caratterizza il professionismo sportivo. Ormai la competitività che caratterizza tutti gli sportivi di vertice impedisce loro di svolgere materialmente ogni altra attività che non sia quella sportiva di allenamento alle gare e di gare, cosicché debbono ricevere un compenso per mantenere se stessi (e, spesso, anche le proprie famiglie). Lo status di dilettante, infatti, non dipende dall’assenza di una remunerazione, anche se, nel suo caso, non viene definita formalmente tale: molte federazioni la qualificano infatti come “rimborso” proprio per evitare di qualificare il rapporto come lavoro subordinato.

Quali sport hanno il professionismo?

In ogni caso, ogni federazione stabilisce se prevedere al proprio interno un settore professionistico e quali siano i criteri di distinzione con quello non professionistico. Ed allora la differenza viene fatta in base alle scelte delle varie Federazioni. In realtà, in Italia, solo 5 Federazioni prevedono la presenza di professionisti: oltre, ovviamente, al Calcio, solo il Basket, il Ciclismo ed il Golf, hanno al loro interno una apposita Sezione professionistica, mentre nella Federazione di Pugilato, il professionismo ha un inquadramento particolare. Peraltro, i criteri adottati dalle Federazioni sono spesso solamente formali. Ad esempio la FIGC distingue i propri atleti in funzione della categoria di competizione alla quale partecipa la loro squadra: sino alla Lega Pro (che si chiama così proprio perché è partendo dal basso la prima lega professionistica), i calciatori sono professionisti, mentre dalla Serie D in giù sono dilettanti (così come sono dilettanti o, meglio, non professionisti i partecipanti ai campionati di calcio a 5), con evidenti complicazioni al momento in cui la società per la quale il calciatore è tesserato viene promossa dalla Serie D alla LegaPro e viceversa. Lo stesso avviene nel basket, in cui solo i giocatori di Serie A sono considerati professionisti, e nel ciclismo in cui i professionisti sono quelli che militano in una squadra professionistica. Mentre nel pugilato, la parte dei professionisti è gestita da una apposita Lega. Solo il golf si distingue dal resto perché la qualifica di professionista si ottiene con il superamento di un esame di abilitazione all’attività agonistica e/o didattica a titolo oneroso secondo le norme prevista da un apposito Regolamento oppure grazie ai risultati agonistici ottenuti nel circuito internazionale. La maggior parte dei professionisti nel golf si dedica però prevalentemente all’insegnamento, atteso che fra i doveri dei circoli c’è anche quello di non ospitare corsi tenuti da istruttori privi dell’abilitazione al professionismo. E poi il golf appare un esempio a sé stante perché essendo prettamente uno sport individuale, l’atleta gareggia per sé e non per un club.   

E le donne?

Il punto vero è che nessuna Federazione, salvo quella golfistica, prevede il professionismo femminile. E, da tempo, è cominciata una battaglia per la sua introduzione, prima a livello mediatico e poi da parte delle istituzioni. In questo il calcio, come sempre, sta fungendo da apripista. Ed allora prima la FIFA poi l’UEFA con campagne mediatiche anche legata alle manifestazioni internazionali, come i mondiali e gli europei, con grande seguito nel pubblico, hanno fatto pressione sulle federazioni nazionali.  E la FIGC si è attrezzata. Prima imponendo ai club professionistici maschili di dotarsi di una sezione femminile. L’ingresso massiccio delle Società professionistiche ha portato investimenti, professionalità e qualifiche che non appartengono al mondo dei dilettanti (o a quello in cui si vuole confinare i dilettanti) e, di fatto, ha indotto la FIGC a riformare la governance del settore. Così, ha sottratto, dopo un aspro contenzioso che si è terminato solo dopo un giudizio controverso della giustizia sportiva, con il coinvolgimento anche di quella amministrativa, i due primi campionati femminili (Serie A e Serie B) al Dipartimento Calcio Femminile della LND per gestirli direttamente attraverso la Divisione Calcio Femminile. Sembrava l’anticamera del professionismo, ma subito dopo la stessa FIGC si era affrettata a fare un passo indietro, affermando nelle NOIF che le calciatrici sarebbero rimaste fra gli atleti non professionisti.

Allora, in nome delle pari opportunità, è intervenuta direttamente la politica. Prima alcune proposte di modifiche formali alla legge 91, inserendo nella definizione di professionista un esplicito riferimento alle donne atlete, allenatrici ecc., declinando quindi tutta la definizione nei due generi maschile e femminile, anche in nome della parità di genere sancita dall’art. 2 della Costituzione. Poi l’inserimento nella legge di Bilancio del 2018 di misure economiche di sostegno per la maternità. Ed ecco ora, dopo altre proposte che si sono arenate, quella decisiva: il senato ha approvato l’emendamento alla Legge di Bilancio in virtù del quale gli oneri previdenziali per gli stipendi delle atlete professioniste che normalmente ricadrebbero in gran parte sulle società sportive saranno a carico dello Stato, nel limite di 8 mila euro all’anno per individuo, per i prossimi tre anni (2020, 2021 e 2022). E’ stata aperta così la strada verso il professionismo femminile nello sport. Cogliendo la palla al balzo, la FIGC nella riunione del Consiglio del 25 giugno 2020 ha deciso di iniziare un progetto graduale teso al riconoscimento del professionismo femminile nel calcio dal 2022/23, rinunciando così ai primi due anni di contributi statali, ma iniziando un percorso importante anche a livello simbolico.

Ma cosa cambierebbe?

Una volta che la Federazione di riferimento nel proprio statuto ha previsto il professionismo e l’atleta è, in base ai regolamenti federali, un professionista, potrà (o dovrà) stipulare un contratto ai sensi della legge 91. Contratto che quindi applica la disciplina e le tutele del contratto di lavoro subordinato (salvo quanto specificamente escluso dalla legge stessa). Cosicché l’atleta godrebbe una proprio trattamento previdenziale e pensionistico ed una assicurazione sanitaria integrativa obbligatoria, oltre che una specifica tutela della salute. E, come in ogni settore del lavoro subordinato, si applicherebbero i contratti collettivi di settore. La differenza fra il contratto dell’atleta professionista e quello del dilettante la fanno infatti tutte le garanzie e le tutele che caratterizzano il trattamento del lavoratore dipendente, mentre mancano per il non professionista. E proprio per questo quasi tutte le federazioni si premurano di specificare letteralmente che il contratto per i loro atleti (non professionisti, se esiste un settore professionistico, o in generale se questo non è previsto) non può considerarsi di lavoro subordinato. Ed il compenso, in questi casi, quando viene previsto, è considerato frutto di lavoro autonomo, senza quindi alcun contributo previdenziale, assistenziale e pensionistico. Al contrario, il contratto con il professionista prevede l’applicazione degli art. 7, 8 e 9 della legge, ossia di un trattamento sanitario, previdenziale e pensionistico che sinora era riservato ai maschi e che potrebbe in futuro essere attribuito pure alle donne. E le prime potrebbero essere le calciatrici poi le altre, in nome delle pari opportunità! Questo certo aumenterebbe certo i costi per le società. Per questo la strada indicata è quella giusta: quella dello Stato che contribuisce a coprire questi maggiori costi attraverso degli sgravi. 

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy