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Dubbi, contenziosi e deroghe: cosa succede ai calciatori non vaccinati a partire dal 10 gennaio?

(Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Di Francesco Paolo Traisci. Che succede dopo il 10 gennaio ai calciatori no-vax con le nuove misure? E ai vaccinati con Sputnik, che non è riconosciuto nell'Unione Europea? Si rischia un caso paragonabile a quello di Irving in NBA?

Francesco Paolo Traisci

Che succederà dal prossimo 10 gennaio, quando in virtù delle misure di contenimento della pandemia prese dal Governo, sarà necessario il super green pass per poter partecipare alle attività sportive, certificazione vaccinale rafforzata che diventerà obbligatoria non solo per accedere al trasporto pubblico e diversi altri servizi essenziali ma anche per l’attività sportiva agonistica anche all’aperto? Questo, allo stato attuale dovrebbe significare che, nella pratica, i calciatori professionisti dovranno essere completamente vaccinati contro il coronavirus o guariti da meno di sei mesi, altrimenti non potranno scendere in campo. Ma con quali conseguenze?

Ciò in virtù del decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 24 dicembre, il quale, oltre a ridurre la capienza degli stadi, che è tornata al 50% all'aperto e al 35% per le strutture al chiuso, ed a introdurre l'obbligo per gli spettatori di avere il green pass “rafforzato”, oltre a quello di indossare la mascherina FFP2, contiene una parte molto importante che riguarda anche gli atleti. Tutti coloro che svolgono attività sportiva al chiuso o all’aperto potranno accedere alle strutture solo se provvisti di super green pass, ovvero se vaccinati o guariti negli ultimi sei mesi. Non basterà dunque il solo tampone come è stato finora. Un provvedimento valido per impianti sciistici, palestre, piscine, sport di squadra e di contatto. In pratica dal 10 gennaio per tre quarti dei 12 milioni di tesserati alle federazioni e agli enti di promozione.

Sputnik, Sinovac e la possibilità dell'obbligo

E, in assenza di distinzioni esplicite fra amatori, dilettanti e professionisti, allo stato attuale, il provvedimento appare destinato ad applicarsi a tutti indistintamente. È vero che, in Serie A, questo provvedimento dovrebbe colpire solamente pochi atleti, 25-30, secondo le stime, rappresentando una parte assolutamente minoritaria, circa un 2% dei giocatori, che per un motivo o per un altro sino ad ora non hanno ritenuto sottoporsi alla vaccinazione. All’interno del gruppo bisogna anche contare quei giocatori che sono stati immunizzati con vaccini non riconosciuti nel nostro paese, come Sputnik V o Sinovac, per cui sembra che il governo italiano sia comunque aperto a fare delle deroghe.

Tolti questi ultimi, per la gran parte degli altri sarà quindi necessario vaccinarsi per poter svolgere una parte ritenuta essenziale della propria attività professionale, con importanti conseguenze giuridiche sul rapporto con la società nel caso di rifiuto. Ma il tutto pare ammantato di una certa dose di ambiguità. Volendo raggiungere l’obiettivo di avere il 100% degli sportivi vaccinati, in modo da minimizzare il rischio dei contagi all’interno degli spogliatoi, sarebbe stato infatti meglio imporre l’obbligo vaccinale a tutta la categoria o ancor più estensivamente, a tutti i lavoratori, compresi quindi i professionisti dello sport. E questo si attendeva forse la FIGC, sulle orme di quanto avvenuto qualche giorno fa nella Ligue 1 francese. Invece con il decreto del 5 gennaio, un siffatto obbligo è stato imposto solo ai lavoratori over 50 (e quindi non ai calciatori in attività, forse agli allenatori, allo staff, ai collaboratori, italiani e stranieri, sempre che abbiano superato la soglia fatidica dei 50). 

Il caso Irving e quello del Bayern

E questo ha creato problemi. Sì, perché le conseguenze sul rapporto “di lavoro” fra l’atleta professionista e la società che non solo non può schierarlo in campo, ma che non può nemmeno farlo accedere alle strutture sportive di allenamento ed agli spogliatoi potrebbero essere pesanti.  L’ipotesi fatta dai più, e non a torto, appare la possibilità di risoluzione del contratto da parte dei club, per impossibilità di ricevere una parte assolutamente rilevante della prestazione del proprio atleta, liberandosi di un ingaggio pesante e aprendo eventualmente spazi per acquisti di nuovi giocatori che possano scendere in campo. E qualche giocatore si è già detto disponibile a tornare indietro sulla decisione e sottoporsi, obtorto collo, al necessario ciclo vaccinale. Ma, in punto di diritto, c’è chi si chiede se le società siano affettivamente in grado di obbligare i propri giocatori più riottosi a vaccinarsi. Ed allora si potrebbe verificare un caso analogo a quello di Kyrie Irving, stella dei New Jersey Nets, che, avendo rifiutato la vaccinazione all’inizio della stagione e non potendo quindi scendere sui parquet di New York (dove la sua franchigia disputa le gare casalinghe) per un obbligo vaccinale imposto dalle autorità locali, era stato messo fuori squadra dalla dirigenza del club e, di recente, reintegrato potendo disputare solo le partite esterne, proprio perché nella NBA non è previsto alcun obbligo vaccinale. O di due giocatori no-vax del Bayern che hanno subito riduzioni sensibili al proprio stipendio da parte della società al momento in cui hanno contratto il virus e sono stati assenti dai campi di gioco per un lungo periodo.  

Rischio di contenziosi

Il rischio è che gli irriducibili si appellino proprio ai propri contratti, stipulati quando ancora l’obbligo vaccinale non era in vigore, alimentando una serie di contenziosi devastante. Che magari potrebbe anche concludersi con il riconoscimento della legittimità dell’esercizio della risoluzione, ma con tempistiche incompatibili con lo svolgimento di una competizione sportiva, perché creerebbe comunque grossi problemi nella composizione delle formazioni da mettere in campo ed in generale delle rose. Ed allora ci sarebbe solo la possibilità di cedere all’estero il giocatore approfittando dell’apertura del mercato. Ma chi, di questi tempi, acquisterebbe un giocatore no-vax con il rischio che anche nel proprio campionato nazionale siano introdotte le stesse misure prese dal governo italiano o da quello francese? Per non parlare poi della gogna mediatica che già si è abbattuta su alcuni dei no vax più irriducibili, con insulti dei tifosi sui social e minacce fisiche e psicologiche che non fanno certo bene alle prestazioni dell’atleta. 

Problemi di tempistiche e di deroghe

Peraltro i tempi appaiono assai ristretti perché, per ottenere il green pass rafforzato è necessario il completamento di un intero ciclo vaccinale e, in ogni caso, anche in seguito alla prima somministrazione il certificato verde arriva, in via provvisoria dopo 15 giorni. E, facendo due conti, le vaccinazioni sarebbero quindi dovute iniziare immediatamente dopo l’uscita del provvedimento, per consentire ai giocatori neovaccinati di scendere in campo il 10 gennaio. Ci sarebbe infine il problema delle squadre straniere che dovessero venire in Italia per disputare le gare delle competizioni internazionali. Come consentire agli atleti non vaccinati delle squadre di Federazioni in cui non sono previste restrizioni per i non vaccinati (che quasi ovunque hanno solamente l’obbligo di tamponi cadenzati) di accedere agli impianti di allenamento ed agli stadi? Solo con una deroga esplicita.  

Allora c’è chi aspetta un nuovo intervento chiarificatore del Governo, che quantomeno preveda quelle deroghe più necessarie ed una tempistica più permissiva per chi volesse mettersi in regola.