Diritti TV, si va verso il ritorno al passato: cosa cambia tra trattativa singola e collettiva?

Di Francesco Paolo Traisci. I diritti televisivi potrebbero tornare clamorosamente al passato. Le prospettive: cosa cambia con la trattativa singola e non collettiva? Chi stabilisce che il mercato potrebbe mutare?

di Francesco Paolo Traisci

“Il tema dei diritti tv va aggiornato, metterò mano alla Legge Melandri”, ha detto nei giorni scorsi il ministro Spadafora. Un tema su cui, tuttavia, si era già parlato nelle stanze di Palazzo, come riporta il Fatto Quotidiano. Le mani del Governo non solo sullo stop ai campionati, ma anche sui diritti tv della Serie A. Dietro le quinte, infatti, il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora starebbe lavorando ad una nuova modifica della Legge Melandri, che disciplina vendita e redistribuzione dei diritti tv del calcio in Italia, un mercato che vale un miliardo di euro l’anno e manda avanti l’intero carrozzone del pallone.

Eliminare l’obbligo di spacchettamento

La proposta principale riguarderebbe, secondo quanto scritto, il tentativo di eliminazione della “no single buyer rule”, ovverosia la norma che vieta di vendere tutti i pacchetti ad un singolo operatore, che tanto infastidisce i nostri broadcaster. Attualmente infatti nessuno può ottenere la visione in esclusiva della Serie A su tutte le piattaforme: nelle ultime aste Sky si è suddivisa si pacchetti prima con Mediaset (tramite Premium), poi con Dazn.  E l’obiettivo primario della riforma sarebbe proprio quello di togliere il paletto dell’obbligo di spacchettamento ed il relativo divieto per il singolo operatore di acquistare tutti i pacchetti. Il problema, tuttavia non è di facile soluzione: i paletti non sono stati messi dal legislatore italiano, ma da quello comunitario nel Trattato e dagli organi comunitari che hanno progressivamente interpretato ed applicato quest’ultimo, ed in particolare gli art. 101 e 102, sui quali si fonda tutta la disciplina antitrust e che vietano infatti monopoli e intese verticali che inevitabilmente verrebbero prodotte dalla cessione di un diritto in esclusiva.

Ma trattandosi di disciplina di origine comunitaria, la soluzione deve essere studiata con attenzione! Premesso che molte dichiarazioni di questi giorni sono frutto della concitazione e della battaglia politica e non possono non ritenersi errori giuridici, prima fra tutte la dichiarazione di una televisione esclusivamente come servizio pubblico, proprio perché esplicitamente confutata dalla Corte di Giustizia nel lontano 1974, quando aprì la strada alle televisioni commerciali. E così la funzione pubblica della TV, con l’obbligo di apertura a tutti e dirette in chiaro è limitata, attraverso le direttive comunitarie ad un ristretto novero di eventi, che ogni paese membro della comunità periodicamente comunica alle istituzioni comunitarie. Da noi nell’elenco sono state inserite le partite delle fasi finali dei mondiali e degli europei in cui è impegnata la nostra nazionale di calcio e a prescindere dalla nostra partecipazione, le ultime partite di europei e mondiali queste così come le fasi finali delle competizioni mondiali e continentali delle discipline sportive più popolari, oltre alle olimpiadi e pochi altri eventi, sportivi e non (ad esempio il Festival di Sanremo e la Prima della Scala). Per questi obbligo di diretta in chiaro (e qualora si fosse aggiudicata l’esclusiva una emittente con segnale criptato, obbligo di cessione ad un’emittente in chiaro a prezzi calmierati). Per questo di solito le dirette di questi eventi sono affidate (in tutto o in parte) alla RAI. Nella lista manca ovviamente il campionato di calcio perché l’obbligo di mandarlo in diretta in chiaro abbatterebbe ogni redditività per la cessione dei relativi diritti. E la lista non può essere aggiornata in corsa.

Il Ministro può cancellare l’obbligo di spacchettamento?

Detto questo la regola no single buyer che si vorrebbe abolire è il frutto dell’applicazione della norma che impone il divieto di accordi che abbiano ad oggetto impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato unico. Ed indubbiamente fra questi gli accordi di esclusiva. La norma tuttavia prevede una serie di eccezioni. Fra queste quella relativa agli accordi per migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico. E la Commissione, al momento di autorizzare fusioni (come quella a suo tempo fra Telepiù e Stream che ha dato vita a quella che è diventata oggi Sky) ed in generale le vendite dei diritti di esclusiva ha elaborato un suo set di regole guida, adattando le regole comunitarie al mercato delle trasmissioni degli eventi sportivi. È arrivata così ad autorizzare la cessione in esclusiva, ma mettendo 3 paletti che secondo la sua interpretazione (e quella della Corte di Giustizia) avrebbero evitato che, in quello specifico mercato, la cessione in esclusiva costituisse una restrizione vietata della concorrenza. Ed i tre paletti sono ben noti: spacchettamento obbligatorio con divieto di single buyer, durata non superiore ai 3 anni e procedura di assegnazione con evidenza pubblica.

Lo stato italiano anche nell’esercizio della propria sovranità non potrebbe scegliere le regole da imporre, ma dovrà adeguarsi a questa giurisprudenza. Ed anche se una recente sentenza del TAR che ha accolto il ricorso di SKY sulle esclusive web sembra poter indirizzare la strada già verso questa direzione, non è affatto scontato che si possa abolire l’obbligo di spacchettamento ed il conseguente divieto per un unico broadcaster di acquistarli tutti. È vero con i progressi tecnologici aumentano le piattaforme da utilizzare per le trasmissioni, ma ancora oggi quella che produce segnali per gli apparecchi televisivi è largamente predominante.  Questo significa che il nostro ministro, anche qualora in un momento così delicato potesse utilizzare i normali canali per l’emanazione degli strumenti legislativi, difficilmente potrebbe emanare una nuova legge che andasse sollevasse il titolare dei diritti audiovisivi dall’obbligo di spacchettamento anche in relazione alla sola piattaforma televisiva. 

Il piano B: la vendita soggettiva

Ed allora sarebbe pronto il piano B: il ritorno al passato, ossia alla vendita “soggettiva”, squadra per squadra. A suo tempo il Decreto Melandri del 2008, ossia la normativa vigente, accogliendo le indicazioni della Commissione su ciò che era lecito fare e ciò che era vietato, aveva anche “sdoganato” la procedura della vendita collettiva, inizialmente vietata dalla commissione poi accettata dopo una lunga controversia con l’UEFA per la vendita collettiva dei diritti sulla Champions League. E così, potendolo fare, il nostro Ministro dello Sport dell’epoca, aveva rivoluzionato la normativa, prevedendo che, invece di una contrattazione individuale da parte dei singoli club che offrivano i diritti sulle proprie partite casalinghe, fosse la Lega a venderli tutti insieme per l’intero campionato, per poi ripartirsi il ricavato, in base ai noti criteri più volte modificati. È stata una scelta solidaristica e ridistributiva perché solo le grandi squadre riuscivano ad ottenere ottimi profitti, mentre le piccole faticavano a vendere i propri diritti. E così, come spiega il Fatto Quotidiano, nel 2003/04, Juventus, Inter e Milan si spartivano da sole il 55% dei diritti tv della Serie A, mentre con la vendita centralizzata attuale sono sotto il 30%.

Spirito solidaristico e ridistributivo che ha animato pure l’ultima recente modifica della disciplina, voluta dall’ex Ministro Lotti, che ha aumentato il minimo garantito per tutti portandolo dal 40 al 50%. Ed anche qualora fosse prevista, come in passato, una clausola di salvaguardia (ossia un minimo garantito a ogni squadra), la vendita soggettiva potrebbe valere decine di milioni l’anno in più per le big. Non è quindi difficile capire quali voci starebbe cerando di assecondare il Ministro. Ecco ora, il ritorno alla contrattazione individuale sarebbe un modo per far guadagnare di più soprattutto alle big del campionato, il vero obiettivo dell’annunciata riforma, altro che crociata per trasmettere le partite in chiaro, come demagogicamente era stato dichiarato, anche sfruttando l’emergenza coronavirus come grimaldello!

I tempi per la riforma

In ogni caso, anche qualora, di fronte alle critiche, il Ministro volesse andare avanti per la propria strada, deve comunque considerare i tempi: la Lega Calcio deve iniziare a predisporre il bando per il triennio 2021-2024, dopo che il progetto del famoso canale della Lega” con gli spagnoli di MediaPro è finito in un cassetto; ed in assenza di una modifica normativa, lo deve fare inevitabilmente secondo le indicazioni del Decreto Melandri. Per questo, come avverte il Fatto Quotidiano, anche se per il momento siamo ancora solo in fase istruttoria, al Governo vorrebbero battere il ferro finché è caldo e sfruttare l’occasione della riforma dello sport varata l’anno scorso dal leghista Giorgetti, dimenticando forse che la delega fornita al governo in quella legge quadro si richiama alla “mutualità”. E certo l’annunciata riforma poco ha a che vedere con questa, anzi semmai anziché aumentarla, la diminuisce!

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