Diritti audiovisivi, prospettive e difficoltà di una possibile deroga alla “no single buyer rule”

Di Francesco Paolo Traisci. Italia Viva propone una modifica all’attuale normativa sulla commercializzazione dei diritti audiovisivi che prevedrebbe la possibilità di assegnare tutti i diritti ad un unico operatore per un periodo fino a sei anni, ma la cosa non pare affatto semplice.

di Francesco Paolo Traisci

Italia Viva propone una modifica all’attuale normativa sulla commercializzazione dei diritti audiovisivi che prevedrebbe la possibilità di assegnare tutti i diritti ad un unico operatore per un periodo fino a sei anni, ma la cosa non pare affatto semplice.

Normativa antitrust

Perché, come abbiamo più volte detto, le regole non le facciamo noi, ma le detta l’Unione Europea. E questo perché il principale Trattato Europeo (prima chiamato CEE, poi c’è ed adesso TFUE), da noi a suo tempo votato ed accettato (anche perché firmato a Roma nel 1957) tanto da diventare legge nazionale, al momento di fondare un mercato comune (ora diventato unico) ha stabilito alcuni divieti nell’ottica di favorire la libera circolazione all’interno dell’Unione. Fra questi divieti vi è quello di monopoli ed in scala minore di intese restrittive della concorrenza, su cui si basa tutta la normativa antitrust. Ora indubbiamente la concessione di diritti di esclusiva non può non essere considerata come una delle forme di restrizione della concorrenza, così come gli abusi di posizione dominante ed altre pratiche vietate. E quindi su tutte queste pratiche vietate nel tempo è calata la scure della Commissione, alla quale il Trattato ha affidato il compito di vigilare sul rispetto di queste regole. E così, all’inizio, quando cominciarono le trasmissioni in diretta delle partite, la commercializzazione era consentita solo singolarmente, ossia con ciascun club che provvedeva a negoziare ed a cedere i diritti sulle proprie gare interne al miglior offerente. Da noi si era così creato un duopolio Stream, da una parte, e Telepiù dall’altra. Sennonché dinamiche di mercato portarono alla fusione fra le due emittenti, con il monopolio che si era venuto così a creare sanzionato dalla Commissione stessa ma poi consentito, a condizione che queste eliminassero tutti gli effetti distorsivi della concorrenza derivanti dalla fusione.

Contrattazione collettiva e spacchettamento

Le contrattazioni fra la Commissione ed i vari destinatari delle procedure in questo ed in altri casi (come quello della vendita collettiva dei diritti sulla Champions League e quelli analoghi sulle gare della Premier League e della Bundesliga) hanno portato poi al riconoscimento della liceità della contrattazione collettiva, ma anche alla individuazione di tre paletti ancora oggi utilizzati per la disciplina dell’assegnazione dei diritti televisivi sulle grandi competizioni nazionali disputate su base stagionale.  Primo fra tutti quello del necessario spacchettamento: la totalità dei diritti non può essere assegnata ad un unico operatore ma deve essere ripartita in vari pacchetti offerti singolarmente, una regola che viene appunto chiamata la “no single buyer rule”. In secondo luogo quello della durata del diritto di esclusiva, che non può essere superiore al triennio e, come terzo paletto, quello della necessità che l’aggiudicazione avvenga a seguito di una procedura trasparente di evidenza pubblica, in cui tutti i concorrenti partono su di un piano di parità e quindi con un’asta che si svolga alla luce del sole e del rispetto di linee guida approvate dall’Antitrust di concerto con l’AGCom.

Decreto Melandri

E la nostra normativa nazionale, il Decreto Melandri, non ha fatto altro se non recepire questi paletti. In particolare, con l’art. 8, che prevede l’obbligo di “spacchettamento” dell’offerta, ossia di suddividere l’offerta (che può anche non essere sulla totalità delle gare ai sensi dell’art.7 n. 3, lasciando alle stesse linee guida la determinazione del numero minimo di dirette destinate alla commercializzazione) in più pacchetti, che ai sensi del numero 3 dello stesso art. 8 debbono essere “tra loro equilibrati in modo da garantire la presenza, in ciascuno di essi, di eventi della competizione di elevato interesse per gli utenti”. I pacchetti debbono essere offerti mediante più “procedure competitive, ai fini dell’esercizio degli stessi per singola piattaforma ovvero mettendo in concorrenza le diverse piattaforme, ovvero con entrambe le modalità”. Altrove poi è previsto che la assegnazione non possa avere ad oggetto più di tre stagioni, cosa che sino ad ora è avvenuta con assegnazioni triennali.

Il disegno di legge

Ora nel disegno di legge proposto della senatrice di Italia Viva, Daniela Sbrollini, oltre alla previsione della trasmissione di una partita in diretta in chiaro per ogni giornata di campionato, ci sarebbero altre rilevanti modifiche all’attuale normativa. Ed in particolare quella di attribuire alla nostra Autorità per le garanzie nelle comunicazioni  di derogare, su richiesta della Lega Serie A, al divieto di “assegnare tutti i pacchetti di diritti offerti in esclusiva al mercato a un solo operatore della comunicazione o a un solo intermediario indipendente” e di estendere la durata dei contratti di licenza da tre a sei anni, come riporta MF-Milano Finanza. In questo modo tutte le partite potrebbero essere assegnate per sei anni a un’unica società che, in base alla proposta, avrebbe poi anche facoltà di rivenderli ad altri operatori (sublicenza), previa autorizzazione della Lega. La riforma della Legge Melandri potrebbe agevolare un’offerta per il prossimo triennio di Sky, definita nella relazione illustrativa  ”l’unico vero interlocutore” rimasto per la vendita dei diritti tv, ma attualmente ai ferri corti con la stessa Lega.

E gli intermediari?

Verrebbero così scardinati due dei tre paletti previsti dalla disciplina antitrust. Perché al di là dello sforamento del termine massimo triennale per le concessioni previsto dalla disciplina comunitaria e ripreso dalla nostra, ci sarebbe un’equiparazione del trattamento riservato alle emittenti con quello previsto per gli intermediari. L’attuale normativa prevede infatti la possibilità di evitare inizialmente lo spacchettamento assegnando tutti i diritti ad un broker. Ma quest’ultimo deve poi a sua volta provvedere alla riassegnazione dei diritti ad emittenti con quindi uno spacchettamento successivo, non potendo lui svolgere direttamente alcuna attività editoriale. Questo lo ha ribadito chiaramente l’Antitrust proprio nella recente vicenda nella recente vicenda Mediapro.

Ora la proposta di legge vorrebbe attribuire alle emittenti gli stessi diritti previsti per i broker ma senza i relativi obblighi, primo fra tutti quello dello spacchettamento successivo perché, così come appare formulato, la sublicenza e quindi lo spacchettamento avverrebbe solo in base alle scelte dell’emittente assegnataria. È vero che a monte vi sarebbe una deroga che dovrebbe concedere l’AgCom, ma non si specifica come né su quali basi questa Authority potrebbe derogare a dei principi stabiliti dal diritto comunitario. E sarebbe difficile per lei giustificare, di fronte agli organi comunitari, una simile scelta. Certo, il mercato italiano delle trasmissioni in diretta degli eventi sportivi è particolare perché, proprio in seguito alla fusione Stream-Telepiù, si è venuto a creare un unico soggetto di fatto interessato: Sky, che per rispettare la regola del no single buyer use ha dovuto di volta in volta trovare alleati più o meno credibili per consentire lo spacchettamento. Ma la proposta mi sembra di difficile attuazione!

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