Contratti in scadenza, prolungamenti temporanei e accordi economici: basta il no di un calciatore per far saltare tutto?

Di Francesco Paolo Traisci. È sempre più evidente che per completare i campionati si andrà oltre la fatidica scadenza del 30 giugno! Ed allora come si farà con i contratti a scadenza, quelli dei giocatori e dei tecnici, che hanno contratti legati alla stagione? Gli accordi devono essere individuali o collettivi? E se qualcuno non accetta?

di Francesco Paolo Traisci

La priorità è finire il campionato. Ormai è chiaro. E le ragioni sono evidenti… Ma per finire saranno necessarie parecchie settimane. E, soprattutto, sempre più evidente è che si andrà oltre la fatidica scadenza del 30 giugno! Ed allora come si farà con i contratti a scadenza, quelli dei giocatori e dei tecnici, che hanno contratti legati alla stagione? Bisognerà trovare un modo per far scendere in campo per le ultime gare della stagione le stesse rose che hanno disputato il torneo fino al 30 giugno e non sarà facile. Giocatori e tecnici a scadenza, pronti per nuove avventure o per appendere gli scarpini al chiodo e ritirarsi da calcio giocato. Come consentire loro di giocare quel mese o mesi in più necessari per finirlo, questo benedetto campionato (e le relative coppe)? 

Prolungamento del tesseramento

Un semplice prolungamento del tesseramento necessiterebbe sicuramente l’accordo di tutti. Innanzitutto, di chi deve consentire un tesseramento per un periodo diverso rispetto a quelli previsti dalla normativa.  In tal senso, come tutti sanno il tesseramento è annuale, e va dal 30 giugno al 30 giugno dell’anno dopo. E ci sono delle finestre di mercato prefissate in cui i giocatori possono cambiare club, venendo legittimamente tesserati dal nuovo club. Il primo passo è quindi permettere che i giocatori in scadenza finiscano la stagione con l’attuale contratto. Questa soluzione ha appena avuto l’ok della FIFA, ma si tratta solo di un via libera. Ora è possibile, perché è stato accettato da tutte le componenti del massimo ente che governa il calcio a livello mondiale (i famosi stakeholders). Ma poi saranno le singole Federazioni, a dover provvedere in concreto, modificando i relativi regolamenti. E, lo dovranno fare tutte, non basterebbe una sola, perché ci sono comunque giocatori e tecnici che attualmente sono tesserati per un club di un campionato nazionale e l’anno prossimo lo saranno per un club di un altro campionato nazionale. Questa sarebbe però la cosa più facile da fare. Una volta che fosse consentito dai regolamenti federali bisognerebbe poi agire per regolare le varie situazioni individuali. Ed in Italia, nella sola serie A, ci sono ben 56 fra giocatori e tecnici che hanno solo tre mesi di contratto: alcuni hanno già deciso di rinnovare altri invece hanno deciso di andare via. E qui tutto si complica!

Mi spiego: prendiamo il caso del giocatore X,  in scadenza di contratto con la società Y. A gennaio ha firmato (del tutto legittimamente) un nuovo contratto con la società Z, contratto che sarà depositato il 1° luglio, in modo che da quella data sarà tesserato per quest’ultima società. Da quella data quindi si dovrà allenarsi e potrà scendere in campo per il nuovo club. Come consentirgli di scendere in campo ed allenarsi con il vecchio club per finire la stagione? Saranno quindi in tre a doversi mettere d’accordo. Innanzitutto le due società, nel senso che quella nuova dovrà accettare che il suo tesseramento cominci ad avere effetto più tardi. Ma soprattutto dovranno mettersi d’accordo il giocatore ed il club con il quale attualmente gioca. Dovrà consentire di rimanere ancora con la società per questa coda di campionato. E se il nuovo contratto gli garantisce uno stipendio maggiore?

Il nodo stipendi

Cosicché, al di là di possibili condizionamenti psicologici, con giocatori che non vedono l’ora di terminare un rapporto ormai logoro o per iniziare una nuova avventura oppure per ritirarsi e godersi un meritato riposo dopo una carriera gloriosa, il problema sarà principalmente economico. Il giocatore ed il club dovranno mettersi d’accordo sulla cifra che il giocatore ed il tecnico percepiranno per la coda della stagione. E nella contrattazione ci si metterà di tutto, compreso l’eventuale taglio dello stipendio per i mesi di fermo. Perché tutto potrà essere preso in considerazione per la valutazione complessiva del dare ed avere. Così nell’accordo raggiunto dalla Juventus con i suoi giocatori e tecnico è previsto un taglio ma anche che i prolungamenti dei contratti per la coda da giocare saranno negoziati “in buona fede”, ossia senza riserve, senza scorrettezze e senza “giochetti” come prescrive l’art. 1175 del codice civile, ma che in realtà significa tutto e niente. Solo una formula per indicare la buona volontà e l’impegno delle parti di raggiungere un accordo (non si è mai sentito nessuno dichiarare di impegnarsi a negoziare “in mala fede”!).

Ma per gli altri club siamo ancora più indietro. Certo c’è stato il fronte comune per i tagli, con la proposta di una riduzione di un terzo della retribuzione totale annua lorda se non si riprenderà l’attività, e di un sesto se nei prossimi mesi si completerà la stagione. In pratica, secondo questa linea, i calciatori rinunceranno a 4 mensilità nel caso in cui la stagione non riprenda, a 2 in caso di ritorno in campo per completare il campionato 2019/20. Ma si tratta di una base perché, innanzitutto non è stata accolta dal sindacato: “è una proposta vergognosa e irricevibile” ha dichiarato il Presidente dell’Assocalciatori, bocciando senza mezzi termini la linea guida della Lega Serie A sul taglio agli stipendi. Dal canto suo il vicepresidente, Umberto Calcagno ha cercato di spiegare il perché della bocciatura spiega: “È chiara l’indicazione che si vuol far pagare solo ai calciatori gli eventuali danni della crisi. L’unica parte rilevante del comunicato della Lega è l’inciso con cui si dice che le squadre dovranno negoziare le modifiche contrattuali con i singoli giocatori”. Ecco, appunto questo è il secondo motivo per cui tutto sarebbe ancora da definire. Ma si tratta di un punto di partenza comune ai club di serie A, per trattare l’eventuale retribuzione per la coda del campionato ed ogni presidente lo interpreta e lo usa come preferisce. Togli di qua, metti di la, in un’ottica di compensazione. Ed in tal senso, l’unione può (in parte) fare la forza, perché in un mercato concorrenziale come quello calcistico, un fronte comune dei presidenti potrebbe attribuire un maggiore potere contrattuale ai singoli club. Della serie, guarda che fanno tutti così, non è che altrove ti trattano meglio! 

E se qualcuno rifiuta?

Si tratta però, come detto, di basi per una trattativa individuale, giocatore per giocatore o con lo spogliatoio compatto. Certo che chi fosse insoddisfatto potrebbe rifiutarsi di sottoscrivere l’accordo proposto. E quindi qualora il giocatore non dovesse accettare il taglio della sua busta paga, il giocatore potrebbe mettere in mora il club per il mancato pagamento dello stipendio pattuito. Ed allora inizierebbe un contenzioso in cui il club dovrebbe giustificare la decurtazione unilaterale su basi giuridiche ossia eccependo l’eccessiva onerosità della prestazione o la sua impossibilità totale o parziale. E, in ogni caso, se, essendo in scadenza, non dovesse accordarsi per la retribuzione della coda del campionato, potrebbe pur rifiutarsi di allenarsi e di scendere in campo dopo il 30 giugno! E qualora fosse comunque vincolato, in caso di taglio non accettato potrebbe arrivare addirittura a svincolarsi! 

Si tratterà quindi di trovare un accordo, con il buon senso di tutti. Con un sacrificio per ciascuno, per uscirne tutti insieme! Ma in ogni caso, per iniziare la contrattazione bisognerà sapere se si riprenderà e, se lo si farà, per quanto tempo. Per questo molti presidenti, prima di trattare la questione dei tagli, preferiscono, saggiamente, aspettare per sapere quando e per quanto si riprenderà a giocare, per fare ai propri tesserati, un offerta complessiva

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